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L'arte è sacrificio della vita stessa. L'artista
sacrifica la vita all'arte non perché lo voglia,
ma perché non può fare altrimenti.
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«Le
spirali - in che direzione andare - rappresentano la
fragilità nello spazio. Quel che fa girare il mondo è la
paura». È una dichiarazione dell’artista ultranovantenne
Louise Bourgeois (Parigi, 1911), le cui opere non
potevano trovare una migliore collocazione che nella spirale
di Frank Lloyd Wright del Guggenheim Museum di New York.
Arriva nella città d’adozione dell’artista una grande mostra
internazionale che ha già riscosso successo alla Tate Modern
di Londra e al Centre Pompidou di Parigi e che, dopo la
chiusura newyorkese il 28 settembre, sarà trasferita a Los
Angeles e a Washington. La mostra ripercorre i settantanni
di carriera artistica di Bourgeois, trascorsi tra Parigi e
New York, dove l’artista si trasferisce nel 1938.
Bourgeois nasce a Parigi, nel 1911, la notte di Natale e,
come essa stessa affermerà, la sua nascita rovina la festa
alla famiglia riunita interrompendo il ricco cenone a base
di ostriche e champagne. Nascerà con lei, quindi, il senso
di solitudine e di abbandono che l’accompagnerà tutta la
vita e che dominerà la sua arte. Gli anni infantili nella
Francia rurale sono caratterizzati dal complicato rapporto
col padre che abbandona la famiglia per arruolarsi nella
Prima guerra mondiale e, negli anni successivi, tradisce la
moglie con la tutrice inglese della giovane Bourgeois,
colpendo fortemente la sensibilità di Bourgeois stessa. Nel
1974 Bourgeois realizzerà l’opera “The Destruction of the
father”, in cui comporrà una specie di banchetto al cui
centro sembrano esservi delle viscere umane.

La scultura si pone per Bourgeois in una relazione
complessa con il tempo, la memoria e il passato, elementi
tematizzati in tutta la sua opera. Attraverso la scultura
Bourgeois esorcizza il doloroso passato: «Ogni giorno si
deve abbandonare il passato o accettarlo e se non si riesce
a accettarlo si diventa scultori». Nella scultura il passato
può persistere, accogliere le paure del passato, farsi corpo
dell’artista e trasformare l’artista stessa in scultura. Il
corpo è il luogo in cui si manifestano le paure
dell’infanzia, secondo l’artista, ed è il corpo uno dei
soggetti principali della sua creazione artistica. Spesso
mutilato, metaforico, appena accennato in forme
antropomorfiche, in particolare legate agli organi sessuali.
Tutta la sua arte, ha affermato Bourgeois, è ispirata ai
suoi primi anni di vita. Così l’enorme ragno di acciaio che
accoglie i visitatori all’ingresso del Guggenheim è un
riferimento alla madre, morta quando Bourgeois aveva
soltanto vent’anni. Madre a sua volta, Bourgeois, rifletterà
sulla figura femminile nei disegni della serie “Femme
Maison”. Sono donne i cui corpi per metà sono nudi e per
l’altra metà sono costituiti da case. È la donna costretta
nell’ambiente domestico, una gabbia di dolore invisibile, e
il suo ruolo di oggetto sessuale. Questa serie di disegni
risale agli ultimi anni Quaranta, di lì a poco Bourgeois
assumerà la scultura come proprio medium principale. Nei
primi anni Cinquanta realizza la serie “Personaggi”, 24
totem di legno con i quali Bourgeois vuole ricordare gli
amici lasciati a Parigi ormai più di dieci anni prima. E lo
fa da New York, riproponendo le strutture dei grattacieli
che caratterizzano la città. Negli anni successivi
sperimenta materiali sempre nuovi come plastica, latex e
resine. Dopo un viaggio in Italia nel 1967, scopre le
potenzialità del materiale scultoreo più tradizionale, il
marmo. Con marmi provenienti dall’Italia realizza i
“cumuli”, dove si sommano e si sovrappongono diverse
protuberanze falliche.
Nuovo cambiamento di poetica e di scelte artistiche è
successivo al suo trasferimento, nel 1980, in uno studio
molto più ambio a Brooklyn. Qui nascono le “celle”, dei
piccoli ambienti domestici, realizzati con materiale di
scarto, impenetrabili allo spettatore che si può limitare a
spiarne l’interno, in un atto voyeuristico. Il termine
“cells” offre tutto il suo spettro semantico
all’interpretazione di queste opere: la prigionia, la vita
contemplativa nei monasteri, la particella fondamentale che
compone il corpo umano. Sono le opere più intime di
Bourgeois, ne è un esempio “Cell (Choisy)” (1990-93). La
cella è circondata da una rete metallica, al suo interno una
ghigliottina pende su un modellino della casa natale di
Bourgeois, o le celle che riproducono la stanza dei bambini
e la stanza dei genitori. Sono ambienti in cui Bourgeois
ripone il suo passato, «i suoi documenti», ma che al
contempo fanno riferimento ad esperienze universali: «Le
“celle” rappresentano tipo differenti di dolore, il dolore
fisico, emozionale e psicologico, e il dolore mentale e
intellettuale».

“Cell
(Choisy)” (1990-93)
La grandezza di quest’artista, che oggi vive e continua a
lavorare a New York, anche se lontanissima della mondanità
dell’ambiente artistico, sta proprio in questo. Nella sua
capacità di unire la propria storia personale ad archetipi
universali, nel trattare con soluzioni artistiche sempre
pronte a rinnovarsi (anche a novantasette anni) il problema
delle relazioni umane, del rapporto tra singolo e gruppo
sociale, dei legami sessuali e delle tensioni familiari.
Tommaso Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
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