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Redazione

Louise Bourgeois

di Tommaso Martini

La spirale del Guggenheim di New York ospita una retrospettiva di una delle più grandi artiste viventi.

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Guggenheim Museum

New York, 1071 Fifth Avenue

 

Dal Sabato al Mercoledì 10.00-17.45

Venerdì 10.00-19.45

Giovedì chiuso

 

L'arte è sacrificio della vita stessa. L'artista sacrifica la vita all'arte non perché lo voglia, ma perché non può fare altrimenti.

«Le spirali - in che direzione andare - rappresentano la fragilità nello spazio. Quel che fa girare il mondo è la paura». È una dichiarazione dell’artista ultranovantenne Louise Bourgeois (Parigi, 1911), le cui opere non potevano trovare una migliore collocazione che nella spirale di Frank Lloyd Wright del Guggenheim Museum di New York. Arriva nella città d’adozione dell’artista una grande mostra internazionale che ha già riscosso successo alla Tate Modern di Londra e al Centre Pompidou di Parigi e che, dopo la chiusura newyorkese il 28 settembre, sarà trasferita a Los Angeles e a Washington. La mostra ripercorre i settantanni di carriera artistica di Bourgeois, trascorsi tra Parigi e New York, dove l’artista si trasferisce nel 1938.

Bourgeois nasce a Parigi, nel 1911, la notte di Natale e, come essa stessa affermerà, la sua nascita rovina la festa alla famiglia riunita interrompendo il ricco cenone a base di ostriche e champagne. Nascerà con lei, quindi, il senso di solitudine e di abbandono che l’accompagnerà tutta la vita e che dominerà la sua arte. Gli anni infantili nella Francia rurale sono caratterizzati dal complicato rapporto col padre che abbandona la famiglia per arruolarsi nella Prima guerra mondiale e, negli anni successivi, tradisce la moglie con la tutrice inglese della giovane Bourgeois, colpendo fortemente la sensibilità di Bourgeois stessa. Nel 1974 Bourgeois realizzerà l’opera “The Destruction of the father”, in cui comporrà una specie di banchetto al cui centro sembrano esservi delle viscere umane.

 La scultura si pone per Bourgeois in una relazione complessa con il tempo, la memoria e il passato, elementi tematizzati in tutta la sua opera. Attraverso la scultura Bourgeois esorcizza il doloroso passato: «Ogni giorno si deve abbandonare il passato o accettarlo e se non si riesce a accettarlo si diventa scultori». Nella scultura il passato può persistere, accogliere le paure del passato, farsi corpo dell’artista e trasformare l’artista stessa in scultura. Il corpo è il luogo in cui si manifestano le paure dell’infanzia, secondo l’artista, ed è il corpo uno dei soggetti principali della sua creazione artistica. Spesso mutilato, metaforico, appena accennato in forme antropomorfiche, in particolare legate agli organi sessuali.  Tutta la sua arte, ha affermato Bourgeois, è ispirata ai suoi primi anni di vita. Così l’enorme ragno di acciaio che accoglie i visitatori all’ingresso del Guggenheim è un riferimento alla madre, morta quando Bourgeois aveva soltanto vent’anni. Madre a sua volta, Bourgeois, rifletterà sulla figura femminile nei disegni della serie “Femme Maison”. Sono donne i cui corpi per metà sono nudi e per l’altra metà sono costituiti da case. È la donna costretta nell’ambiente domestico, una gabbia di dolore invisibile, e il suo ruolo di oggetto sessuale. Questa serie di disegni risale agli ultimi anni Quaranta, di lì a poco Bourgeois assumerà la scultura come proprio medium principale. Nei primi anni Cinquanta realizza la serie “Personaggi”, 24 totem di legno con i quali Bourgeois vuole ricordare gli amici lasciati a Parigi ormai più di dieci anni prima. E lo fa da New York, riproponendo le strutture dei grattacieli che caratterizzano la città. Negli anni successivi sperimenta materiali sempre nuovi come plastica, latex e resine. Dopo un viaggio in Italia nel 1967, scopre le potenzialità del materiale scultoreo più tradizionale, il marmo. Con marmi provenienti dall’Italia realizza i “cumuli”, dove si sommano e si sovrappongono diverse protuberanze falliche.

Nuovo cambiamento di poetica e di scelte artistiche è successivo al suo trasferimento, nel 1980, in uno studio molto più ambio a Brooklyn. Qui nascono le “celle”, dei piccoli ambienti domestici, realizzati con materiale di scarto, impenetrabili allo spettatore che si può limitare a spiarne l’interno, in un atto voyeuristico. Il termine “cells” offre tutto il suo spettro semantico all’interpretazione di queste opere: la prigionia, la vita contemplativa nei monasteri, la particella fondamentale che compone il corpo umano. Sono le opere più intime di Bourgeois, ne è un esempio “Cell (Choisy)” (1990-93). La cella è circondata da una rete metallica, al suo interno una ghigliottina pende su un modellino della casa natale di Bourgeois, o le celle che riproducono la stanza dei bambini e la stanza dei genitori. Sono ambienti in cui Bourgeois ripone il suo passato, «i suoi documenti», ma che al contempo fanno riferimento ad esperienze universali: «Le “celle” rappresentano tipo differenti di dolore, il dolore fisico, emozionale e psicologico, e il dolore mentale e intellettuale».

 

 “Cell (Choisy)” (1990-93)

La grandezza di quest’artista, che oggi vive e continua a lavorare a New York, anche se lontanissima della mondanità dell’ambiente artistico, sta proprio in questo. Nella sua capacità di unire la propria storia personale ad archetipi universali, nel trattare con soluzioni artistiche sempre pronte a rinnovarsi (anche a novantasette anni) il problema delle relazioni umane, del rapporto tra singolo e gruppo sociale, dei legami sessuali e delle tensioni familiari.

 

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

 

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola