Sandro Luporini
è conosciuto soprattutto per il suo quarantennale
sodalizio con Giorgio Gaber, per le
estati a Viareggio durante le quali in lunghe e
intense chiacchierate i due sfornavano gli
spettacoli che Gaber avrebbe poi portato in
giro per l’Italia. Ma il teatro canzone non
esaurisce l’eclettica e profonda personalità di Luporini. Esso va ad affiancare a partire dagli
anni Sessanta la vera professione di Luporini,
la pittura. Sono due vocazioni complementari e
opposte per un artista che non crede a una pittura
politica. Per Luporini la pittura è un
linguaggio intimo e personale, un quadro si conclude
nel rapporto tra il sé e l’oggetto rappresentato.
Trova così nella collaborazione con Gaber la
possibilità di dar sfogo alla propria lucida
coscienza civile, sociale e politica. Scopre un
linguaggio diverso, non più intimo e personale, una
forma di compensazione: Nei testi riuscivo
a mettere quella rabbia che nei quadri compare poco.
L’incontro con Gaber risale al 1959. Iniziò
subito un fecondo rapporto che diede vita ad alcune
delle canzoni più famose degli anni Sessanta, come “Così
felice” (1964) e “Barbera e champagne”
(1969) . Ma dieci anni più tardi avviene il salto al
teatro canzone, con “Il signor G. ”. Il nome
di Luporini non appare ancora sui manifesti,
nonostante il suo apporto ai testi sia già
fondamentale. Sarà “Dialogo tra un impegnato e un
non so”( 1972), il primo spettacolo pensato per
intero a quattro mani.
Fin dai primi anni della sua attività come pittore,
Luporini rifugia da chi con la pittura
intendeva fare politica. In realtà la diffidenza
verso il “fare politica” è un tratto indelebile
della figura di Luporini, come di Gaber
stesso, il quale riconosce l’espressione di un vero
e costruttivo impegno civile nella necessità di “essere
politico”.
Così negli anni in cui in Italia domina il realismo
socialista, Luporini non vuole esprimere un
messaggio politico nelle sue opere. Anzi, non vuole
nemmeno che esse contengano un messaggio, piuttosto
una visione del mondo. Luporini si concentra
sulla realtà quotidiana, sceglie la via di un
realismo quotidiano. Come molti altri giovani
artisti della sua generazione, egli vede nella
stagione neorealista che ha caratterizzato le sue
prime esperienze cinematografiche, la strada verso
un realismo attento alla piccola storia. Luporini
condivise questa idea di pittura con gli artisti del
realismo esistenziale. Un gruppo di giovani,
così definiti nel 1956 dal critico Marco
Valsecchi, che ruotavano attorno alla
Galleria Bergamini di Milano. Luporini si
mostra già nei primi anni Cinquanta ispirato dal
desiderio di portare l’uomo al centro dell’opera,
dare forza a quell’umanesimo nuovo che
ricomparirà più di mezzo secolo più tardi in
Se ci fosse un uomo (“Gaber
’99-00”).

Il realismo esistenziale è un clima culturale che si
fa carico dell’eredità del migliore neorealismo.
Cioè del neorealismo zavattiniano, per il quale quel
prefisso neo indica un allontanamento da
secoli di realismo asservito al potere e alla
Storia, per un rinnovamento che parte proprio da
un’attenzione all’epidermide della Storia, alla sua
superficie, senza penetrare nelle sovrastrutture ma
fermandosi all’uomo. Tensione neorealista che si
coniuga però con le più avanzate idee in campo
filosofico: l’esistenzialismo di Camus, Sartre,
Husserl.
Un dato che sorprende guardando alla carriera di
Luporini è il continuo sperimentare, aprirsi e
indagare le nuove proposte artistiche. Addirittura
gli artisti del realismo esistenziale sono attratti
per
una breve stagione dall’arte astratta. Una
fascinazione che nasce dall’aver visto le opere di
Francis Bacon e poi quelle più propriamente astratte
di Tàpies, Wols, De Stael (l’artista che colpì
maggiormente Luporini). Un’ansia
sperimentatrice che si ritroverà anche nel teatro
canzone. In un’intervista a “Paese Sera” del
1975,
Gaber infatti dirà Siamo dell’idea che
quando copi da uno solo è plagio, quando invece copi
da molti è ricerca.
Anche la Pop Art attira
Luporini negli anni
Sessanta. Ma è un avvicinamento critico, che nasce
dalla volontà di indagare il rapporto oggetto
osservato – sé espresso nelle opere degli artisti
americani, per verificare se con esso si formulasse
una critica o un’esaltazione della società dei
consumi. Più evidente invece l’influenza
surrealista. Molte opere di Luporini sono
pervase dall’imprevedibilità magritiana. Infine
negli anni Settanta l’attenzione si rivolge
all’iperrealismo d’Oltreceano. Anche in questo caso,
come per la Pop art, la ricerca di un rapporto
sempre interrogativo con la realtà e l’oggetto,
porta Luporini a rifiutare l’annullamento
fotografico che invece propone l’iperrealismo.
Nonostante infatti un percorso artistico così aperto
e sempre pronto ad evolversi, in Luporini
rimane costante il desiderio di filtrare la
realtà, di non porsi nei suoi confronti in modo
dogmatico o ideologico. Una tensione
interrogativa che è la cifra anche del Teatro
canzone, che irride il vangelo secondo Lenin
come il reggicalze più che mai di destra.
Negli anni Ottanta, il ritorno a Viareggio, la città
natale, dopo decenni di vita nella cultura milanese,
segna un nuovo cambiamento nella pittura di Luporini. Il pittore lascia una Milano
profondamente mutata dagli anni del dopoguerra,
ormai più incline alla moda che all’arte. Nella
stagione viareggina si fa sempre più forte l’eco di
un artista amato fin dalla gioventù. La metafisica di De Chirico è alla base di una
produzione di opere sospese in un silenzio
atemporale, figure umane cristallizzate
nell’incomunicabilità. Un’atmosfera sospesa priva di
angoscia e di drammaticità. È in questo periodo che
si colloca la seconda esperienza collettiva di Luporini. Insieme ad altri pittori toscani e
viaregini fonda il gruppo “La metacosa”.
Nonostante l’attenzione rivolta al passato, alla
Metafisica, questa esperienza rimane una delle più
originali degli ultimi decenni. Un tentativo di non
aderire a un sistema dell’arte accademico, in cui
ormai anche l’avanguardia rientra nei canoni,
ridotta ormai ad un grande capitolo del passato
(Claudio Magris).
Philippe Daverio, che curò nel 2004 la
mostra “Fenomenologia della Metacosa” allo Spazio
Oberdan di Milano, riconosce in questo gruppo di
artisti lo spirito toscano che animò la formazione
del movimento dei Macchiaioli. Con Luporini
questi artisti ritrovano anche lo spirito
avanguardistico del gruppo degli artisti del Caffè
Michelangelo che Daverio considera
protagonisti della prima vera esperienza
d’avanguardia nella storia dell’arte. La Metacosa
paradossalmente fu avanguardia senza innovazione,
avanguardia nel riaffermare “il diritto del
dipingere, del piacere psicologico e poetico di
andare a fondo di se stessi attraverso la pittura”,
facendo riemergere un linguaggio che astrazione e
Arte Povera avevano reso antiquato. È una stagione
di confronto e dibattito con gli altri artisti del
gruppo, ognuno dei quali dopo svilupperà percorsi
diversi.
Ma anche in teatro gli anni Ottanta si differenziano
dagli spettacoli del decennio precedente. La pausa
che prelude allo scoppio di tangentopoli e ad un
nuovo prorompere di un teatro politico-sociale, è un
momento di calma piatta che Luporini e
Gaber colmano rivolgendosi all’individuo,
cercando di compiere un’indagine dentro sui
nostri sentimenti per tentare di capire quanto
potessero essere autentici e puliti oppure finti e
isterici. Sono gli anni di “Il caso di
Alessandro e Maria” (1982), “Parlami d’amore
Mariù” (1986), “Il Grigio” (1988), “Il
dio bambino” (1994), del cosiddetto “teatro
d’evocazione”. Un teatro che ricerca l’emozionalità
del momento piuttosto che l’identificazione
del luogo. Nelle malinconiche marine invernali
della Versilia dipinte da Luporini in questi anni
ritroviamo la stessa ricerca di emozione.
Compito affidato alla luce che preannuncia uno
strano assurdo miracolo.
Il lavoro da letterato che
Luporini porta
avanti al fianco di Gaber, con la sua
tensione sociale-politica, non è rigidamente
separato dalla ricerca pittorica e estetica. Si
instaura un rapporto fecondo, sottile, fatto di
continui sconfinamenti di suggestioni ed emozioni.
Ciò che stupisce in Luporini è la coerenza
nella diversità e nella sperimentazione, sia nella
pittura sia nel teatro, nel continuo evolversi dei
singoli linguaggi e nel loro reciproco rapporto.
Lo stesso
Luporini, infine, ci suggerisce che
alcune canzoni scritte con Gaber rievocano
nell’insieme di musica e parola, la sospensione
di silenzio e di attesa propria della sua
pittura:
di mattina, quando la gente dorme
col suo normale malumore,
può bastare un niente,
forse un piccolo bagliore,
un'aria già vissuta, un paesaggio, che ne so...
(Un’illogica allegria – Anni
affollati, 1981)