Macchie di Silenzio è un progetto interattivo -
nato dal libro I silenzi degli innocenti - edito da
BUR nel 2006. Un libro costruito sui silenzi, sulla
memoria, sull'intollerabilità di certi ricordi: dà
voce a chi non l'ha mai avuta. Perchè finora hanno
parlato i protagonisti negativi degli anni di
piombo. Le vittime e i loro familiari sono stati
invece dimenticati. Leggere le loro storie e le
loro verità fa male ed emoziona. Le stragi nere di
Piazza della Loggia e del treno Italicus. Le
persone rapite, gambizzate, giustiziate dal
terrorismo rosso. Il massacro alla stazione di
Bologna. Tutto viene raccontato attraverso le
parole di chi era lì e si è salvato per miracolo.
Macchie di Silenzio chiede a giovani artisti,
designer e fotografi segni, macchie e tracce
simboliche - collegate a piccoli frammenti di
queste voci. Per lasciare un segno, per non
dimenticare. Ogni macchia è un ricordo che ritorna
- una storia che riaffiora, in un silenzio
discreto, senza baccano inutile. I testi e le
immagini si intrecciano così tra loro - per formare
insieme un quadro ampio, chiaro e forte dei
terribili anni di piombo - ma soprattutto della
delusione, della solitudine e del dolore composto
di chi c'è ancora - e del disinteresse da parte
delle istituzioni. Macchie di Silenzio diventa così
una mostra visiva e testuale in continuo
aggiornamento, una presentazione di ricordi e di
voci che si possono toccare con mano,
una galleria di macchie reali che trasudano potenti
dalle pagine del libro di Giovanni Fasanellla e
Antonella Grippo.
Lo spirito che anima il progetto Macchie di
Silenzio è svincolato da una linea politica.
Ritengo che immagini riguardanti la solitudine, la
(in)giustizia, la violenza e gli altri temi
trattati possano servire a lanciare uno sguardo
interessante sul nostro recente passato. Non ho
voluto aprire un dibattito politico (che non
potrebbe che essere superficiale se affrontato solo
a colpi di foto), ma sottolineare l'alienazione
dell'individuo schiacciato dalla violenza nata
dall'aberrazione di un ideale. Qualunque esso sia.
Mi piace l'idea di una comunicazione "in avanti" di
questi fatti tragici del nostro paese. Per
tramandare alle nuove generazioni - con un
linguaggio contemporaneo. Mi piace l'idea che i
giovani artisti e fotografi possano dare voce -
attraverso interventi visivi - alle grandi stragi
che non hanno vissuto in prima persona - ma che
sentono ugualmente molto vicini.
Come scritto nel libro, primo capitolo: "Il tema
della memoria non è un'esclusiva dei parenti delle
vittime, è un problema che riguarda il modo di
essere della nostra democrazia, conquistata e difesa
a carissimo prezzo."