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Venezia - Realizzato fra 1562 e 1563, il grande telero di
Paolo Veronese rappresentante le Nozze di Cana
è uno dei quadri più importanti della storia. Dopo essere
stato ammirato da generazioni di amatori, intendenti,
viaggiatori e artisti, questo "quadro del paradiso", per
secoli "il" quadro da vedere una volta giunti in città,
venne asportato dal luogo per il quale era stato pensato
dalle truppe napoleoniche e collocato in quello che sarebbe
poi diventato il Louvre, nel 1797. Neanche
Antonio Canova riuscì nell'impresa di far ritornare
a Venezia l'opera. Una ferita sempre rimasta aperta.

Il fac-simile realizzato da Adam Lowe
per il Cenacolo di San Giorgio Maggiore (oggi
Fondazione Giorgio Cini) ora, restituisce più che idealmente
l'opera allo spazio con il quale era nata. Ed ha, dal punto
di vista tecnico, del prodigioso. Per l'esattezza, non di
fac-simile si tratta, ma di una replica
meccanico-artigianale, in tutto e per tutto identica
all'originale. Sono stati riprodotti, attraverso un
sofisticato sistema di scansione e di fotoriproduzione su
materiale plastico, finanche le asperità della materia, i
tagli subiti dalla tela, l'intreccio del tessuto
sottostante. Potrebbe, effettivamente, ingannare anche un
esperto conoscitore e, forse, solo il tatto potrebbe
rivelarne la natura.
Essa rimargina in parte quella ferita: ci restituisce una
visione d'insieme del capolavoro quale non possiamo
effettivamente percepire nella sala in cui è collocato al
Louvre - peraltro accanto alla Gioconda -, nell'insieme
delle interazioni con gli spazi palladiani, le vedute e le
misure di un ambiente che era quello abitato e vissuto da
Veronese stesso per mesi. Ci restituisce un' esperienza.
E non è poca cosa.
La ricollocazione del fac-simile pone però degli
interrogativi nuovi di riflessione estetica, su quale sia
l'originale e quale la copia, spingendo alle estreme
conseguenze le osservazioni benjaminiane sull'opera d'arte
nell'epoca della propria riproducibilità tecnica. Di fatto,
si assiste per le opere d'arte a interrogativi analoghi a
quelli, di natura etica, che sorgono nel caso della
clonazione umana.
Le Nozze di Cana a San Giorgio sono il clone di
quelle di Parigi, ma in virtù della loro collocazione mirano
anche a sostituirsi all'originale, sono un nuovo originale.
Da subito enorme il dibattito culturale scatenatosi attorno
a questo aspetto nuovo e imprevedibile di rispondere alla
sottrazione di un'opera d'arte. Cesare De Michelis
dal Sole 24 Ore parla di una sorta di "immoralità" di
un'operazione del genere - che cerca di ovviare, tramite la
tecnica, all'unidirezionalità e irrevocabilità della storia.
Settis ricostruisce, dalle pagine dello stesso
giornale, le vicende delle copie e della sostituzione delle
opere. Sgarbi parla di "risarcimento visivo".
E' evidente che il fac-simile genera una sorta di
disorientamento. Non si sa bene come reagire di fronte a
questa specie nuova di esperienza estetica.
Certo che anche le opere d'arte ricordano. Come noi,
possiedono una memoria. E il quadro di Veronese non è
soltanto - o non lo è più - la somma dei colori e delle
forme pensate da Veronese. Ma anche la somma degli
anni che quella tela ha passato; di più, la somma degli
sguardi che si sono posati sopra di essa, come una seconda
vita. Gli sguardi dei visitatori di ogni dove e anche di
quelli che si sono intrattenuti in dialogo con essa a
Parigi. Quando andiamo al Louvre, di fronte alla
tela, non siamo solo in compagnia di Veronese, ma anche di
Boschini e di Zanetti; di Delacroix e di Cézanne. E pur
percependo con più esattezza, forse, che in una sala di
museo, la grandezza dell'invenzione di Paolo, pur
comprendendo la sua intelligenza visiva, pur vivendo
l'emozione di incontrarlo in questi luoghi che erano stati i
suoi luoghi, l'impressione che resta è che ci si trovi di
fronte a un Veronese smemorato. Che le Nozze di
Cana, ora più che mai, respirino a due polmoni, divise
fra due luoghi e fra due "originali", o, se preferite, che
fra due "inautentici".
L'Aereopagita
dionigi_areopagita@yahoo.it
4 novembre 2007
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