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La
mostra Pop
Art! 1956-1968
presenta al grande pubblico la stagione artistica più
rivoluzionaria del secondo Novecento. Alle Scuderie del
Quirinale di Roma cento opere provenienti da importanti
musei europei e americani ripercorrono i dieci anni della
Pop Art, a partire da alcune opere anticipatrici, lavori
dell’inglese Richard Hamilton, Ray
Johnson ma anche gli stessi Robert
Rauschenberg e Andy Warhol. La mostra
si sviluppa poi per aree tematiche. Gli oggetti della
banalità quotidiana, amati ed esaltati dagli artisti pop,
siano un semplice rocchetto come in “Large Spool” di
Roy Lichtenstein, un tavolo da pin pong, traformato
in una scultura da Claes Oldenburg (“Ping Pong
Table”) o il barattolo Campbell’s Soup. Le insegne e le
marche pubblicitarie sono il soggetto delle opere in mostra
di Allan D’Arcangelo, Oyvind Fahkstrom
o dell’italiano Mario Schifano che in
“Particolare esterno” trasforma il marchio della Coca Cola
in un sinistro sguardo sul mondo americano e la sua
invasione. La mostra attraverso continuamente l’oceano, non
vuole considerare la Pop Art un fenomeno esclusivamente
americano, ma nel farlo rischia spesso di mischiare le
carte, dimenticandosi troppo spesso di sottolineare le
differenze.
A fianco alle icone del consumismo si pongono i divi e le
dive dello star system, prima fra tutte la Marilyn Monroe
della serie di Warhol, ormai simbolo reiterato pronto ad
essere consumato al pari di ogni altra merce.
Altro aspetto spesso posto in secondo piano, oscurato dal
carattere edonistico e gioviale del pop, è il legame con la
contemporaneità. La Pop Art vive la Guerra fredda, facendo
proprio il mito della conquista dello spazio. E coglie le
figure di politici dell’epoca della comunicazione di massa,
politici ormai sempre più simili a divi del cinema.
La mostra dà poi largo spazio al confronto che gli artisti
pop continuamente si trovano ad affrontare tra cultura
popolare e cultura alta. Da una parte il fumetto, dall’altro
la più raffinata tradizione artistica. Sarà Roy Lichtenstein
a sdoganare il fumetto, rappresentandolo su tele di grande
formato, seguito da altri artisti come Mel Ramos. L’ombra
dei padri è invece particolarmente pesante sugli artisti
italiani, che riprendono opere di Leonardo (Mario Schifano),
Michelangelo (Tano Festa), ormai in bilico tra la loro
natura di opere d’arte e vere e proprie icone della cultura
pop.
È il corpo a chiudere l’esposizione. Che l’arte pop tratta
anticipando la rivoluzione sessuale e dei costumi del
Sessantotto. La sezione si apre con l’enorme tela di
Harold Stevenson, “The New Adam”, un ritratto
dell’attore Sal Mineo nudo che assume dimensioni
sproporzionate (nove pannelli compongono una superficie di
12 metri di lunghezza per 2,5 di altezza). Il corpo nelle
opere di James Rosenquist, D’Arcangelo diventa
un insieme di frammenti o un semplice oggetto pronto ad
essere nascosto dai simboli della riconoscibilità totale.
Infine il corpo femminile trasformato in merce, nelle pin up
di Peter Philips e di Martial Raysse
fino all’opera che chiude la mostra, la scultura di
Allen Jones. “Hatstand” è una donna che diventa un
semplice oggetto d’arredamento, un appendiabiti. La sua
psicologia e dimensione umana si riducono ad un erotismo
rozzo e provocante.
Estrema sintesi dell’amore pop verso le cose, i simboli del
proprio tempo.
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
18 dicembre
2007
Comunicato stampa
Una carrellata attraverso oltre 100 opere, una cinquantina
di artisti e poco più di una decina d'anni, per raccontare
uno dei movimenti che hanno fatto la storia dell'arte e del
costume della seconda metà del XX secolo, in ogni parte del
mondo occidentale, la Pop Art. Dipinti, sculture, collages,
combine paintings, persino le bandiere tanto care alla
tradizione americana, tutto è servito a questi artisti per
narrare, interpretare, illustrare, esaltare, criticare la
società dei consumi e delle comunicazioni di massa, i riti e
i miti del loro tempo, che ogni giorno di più risulta essere
l'anticipazione del nostro. Artisti americani e artisti
inglesi, francesi, italiani, tedeschi, spagnoli, superstar
della scena artistica e delle aste contemporanee come Andy
Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, figure
leggendarie come quelle di Ray Johnson, Richard Hamilton,
Peter Blake, artisti celebri ai tempi e oggi caduti (spesso
ingiustamente) nel dimenticatoio, i centri come New York,
Londra, Parigi, Roma, ma anche le “periferie” come Nizza,
Valencia, Dusseldorf, la Pop Art è tutto questo e altro
ancora, è Marilyn ripetuta infinite volte, sono Elvis
Presley, i Beatles, i Rolling Stones, Brigitte Bardot e
Virna Lisi, è il logo della Coca Cola o della Esso ma è
anche l'assassinio di JFK, è l'astronauta visto come
incarnazione contemporanea del mito di Icaro; sono le pin up
che ostentano il corpo e il loro erotismo, è il ritratto di
Sal Mineo nudo lungo undici metri ma sono anche i corpi
frammentati, i volti anonimi di quello che un celebre saggio
del periodo definiva l'uomo a una dimensione. Tutto questo è
la Pop Art, e questo vuole restituire la mostra odierna
attraverso un percorso non cronologico ma tematico, nel
quale sia possibile per lo spettatore ritrovare lo spirito
degli anni che hanno visto nascere le opere e al tempo
stesso le ragioni di una riflessione, a cinquant’anni di
distanza, su un fenomeno ben lungi dall'avere esaurito la
sua carica comunicativa. Dopo la prima sala introduttiva,
incentrata sui precursori e su alcune figure di maggiore
rilievo di questa vicenda, la mostra si sviluppa in quattro
sezioni, dedicate rispettivamente alla centralità
dell'oggetto e alla sua sempre più evidente caratteristica
di merce legata a un logo, alle icone dello star system
cinematografico e musicale, poste in relazione con i grandi
eventi politici e sociali del tempo, al rapporto che gli
artisti Pop instaurano con la cosiddetta cultura bassa, dal
fumetto, all'illustrazione, alla pubblicità e,
pariteticamente, con gli esempi provenienti dalla tradizione
pittorica del passato – tema, questo, particolarmente caro
agli artisti italiani -, e infine alla nuova lettura e
immagine del corpo e della sessualità che emerge come un
segno costante nell'ispirazione e nell'immaginario di un
gran numero degli esponenti di questo movimento.
Una mostra che non vuole avere un sapore nostalgico e che
non vuole nemmeno costruire monumenti retorici e chiudere
nelle sale di un museo la straordinaria forza vitale delle
immagini create da artisti che sono stati davvero i
“peintres de la vie moderne” degli anni Sessanta, gli ultimi
eredi della grande tradizione realista e insieme i primi
rappresentanti di un'arte destinata a contaminarsi sempre
più con le realtà rappresentate dai mezzi di comunicazione
di massa, con il nuovo ruolo e il nuovo utilizzo
dell'immagine – anche di quella artistica – all'interno
della società contemporanea. Artisti capaci di divertire, di
divertirsi, ma anche di riflettere e una mostra che vuole
porsi proprio su questa lunghezza d'onda, una mostra che
cerca di capire, e far vedere, perché la Pop Art,
parafrasando una parte del titolo del collage di Richard
Hamilton che ha dato il via a questa avventura, sia ancora
oggi “so different, so appealing”.
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