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Redazione

Pop Art! 1956-1968

Dal 26 ottobre al 27 gennaio 2008

Roma, Scuderie del Quirinale

Via XXIV Maggio, 16

 

da domenica a giovedì: 10.00-20.00

Venerdì e sabato: 10.00-22.30

 

Ingresso: 9 € Ridotto: 7,5 €

 

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La mostra Pop Art! 1956-1968 presenta al grande pubblico la stagione artistica più rivoluzionaria del secondo Novecento. Alle Scuderie del Quirinale di Roma cento opere provenienti da importanti musei europei e americani ripercorrono i dieci anni della Pop Art, a partire da alcune opere anticipatrici, lavori dell’inglese Richard Hamilton, Ray Johnson ma anche gli stessi Robert Rauschenberg e Andy Warhol. La mostra si sviluppa poi per aree tematiche. Gli oggetti della banalità quotidiana, amati ed esaltati dagli artisti pop, siano un semplice rocchetto come in “Large Spool” di Roy Lichtenstein, un tavolo da pin pong, traformato in una scultura da Claes Oldenburg (“Ping Pong Table”) o il barattolo Campbell’s Soup. Le insegne e le marche pubblicitarie sono il soggetto delle opere in mostra di Allan D’Arcangelo, Oyvind Fahkstrom o dell’italiano Mario Schifano che in “Particolare esterno” trasforma il marchio della Coca Cola in un sinistro sguardo sul mondo americano e la sua invasione. La mostra attraverso continuamente l’oceano, non vuole considerare la Pop Art un fenomeno esclusivamente americano, ma nel farlo rischia spesso di mischiare le carte, dimenticandosi troppo spesso di sottolineare le differenze.

A fianco alle icone del consumismo si pongono i divi e le dive dello star system, prima fra tutte la Marilyn Monroe della serie di Warhol, ormai simbolo reiterato pronto ad essere consumato al pari di ogni altra merce.

Altro aspetto spesso posto in secondo piano, oscurato dal carattere edonistico e gioviale del pop, è il legame con la contemporaneità. La Pop Art vive la Guerra fredda, facendo proprio il mito della conquista dello spazio. E coglie le figure di politici dell’epoca della comunicazione di massa, politici ormai sempre più simili a divi del cinema.

La mostra dà poi largo spazio al confronto che gli artisti pop continuamente si trovano ad affrontare tra cultura popolare e cultura alta. Da una parte il fumetto, dall’altro la più raffinata tradizione artistica. Sarà Roy Lichtenstein a sdoganare il fumetto, rappresentandolo su tele di grande formato, seguito da altri artisti come Mel Ramos. L’ombra dei padri è invece particolarmente pesante sugli artisti italiani, che riprendono opere di Leonardo (Mario Schifano), Michelangelo (Tano Festa), ormai in bilico tra la loro natura di opere d’arte e vere e proprie icone della cultura pop.

È il corpo a chiudere l’esposizione. Che l’arte pop tratta anticipando la rivoluzione sessuale e dei costumi del Sessantotto. La sezione si apre con l’enorme tela di Harold Stevenson, “The New Adam”, un ritratto dell’attore Sal Mineo nudo che assume dimensioni sproporzionate (nove pannelli compongono una superficie di 12 metri di lunghezza per 2,5 di altezza). Il corpo nelle opere di James Rosenquist, D’Arcangelo diventa un insieme di frammenti o un semplice oggetto pronto ad essere nascosto dai simboli della riconoscibilità totale. Infine il corpo femminile trasformato in merce, nelle pin up di Peter Philips e di Martial Raysse fino all’opera che chiude la mostra, la scultura di Allen Jones. “Hatstand” è una donna che diventa un semplice oggetto d’arredamento, un appendiabiti. La sua psicologia e dimensione umana si riducono ad un erotismo rozzo e provocante.

Estrema sintesi dell’amore pop verso le cose, i simboli del proprio tempo.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

18 dicembre 2007

Comunicato stampa

Una carrellata attraverso oltre 100 opere, una cinquantina di artisti e poco più di una decina d'anni, per raccontare uno dei movimenti che hanno fatto la storia dell'arte e del costume della seconda metà del XX secolo, in ogni parte del mondo occidentale, la Pop Art. Dipinti, sculture, collages, combine paintings, persino le bandiere tanto care alla tradizione americana, tutto è servito a questi artisti per narrare, interpretare, illustrare, esaltare, criticare la società dei consumi e delle comunicazioni di massa, i riti e i miti del loro tempo, che ogni giorno di più risulta essere l'anticipazione del nostro. Artisti americani e artisti inglesi, francesi, italiani, tedeschi, spagnoli, superstar della scena artistica e delle aste contemporanee come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, figure leggendarie come quelle di Ray Johnson, Richard Hamilton, Peter Blake, artisti celebri ai tempi e oggi caduti (spesso ingiustamente) nel dimenticatoio, i centri come New York, Londra, Parigi, Roma, ma anche le “periferie” come Nizza, Valencia, Dusseldorf, la Pop Art è tutto questo e altro ancora, è Marilyn ripetuta infinite volte, sono Elvis Presley, i Beatles, i Rolling Stones, Brigitte Bardot e Virna Lisi, è il logo della Coca Cola o della Esso ma è anche l'assassinio di JFK, è l'astronauta visto come incarnazione contemporanea del mito di Icaro; sono le pin up che ostentano il corpo e il loro erotismo, è il ritratto di Sal Mineo nudo lungo undici metri ma sono anche i corpi frammentati, i volti anonimi di quello che un celebre saggio del periodo definiva l'uomo a una dimensione. Tutto questo è la Pop Art, e questo vuole restituire la mostra odierna attraverso un percorso non cronologico ma tematico, nel quale sia possibile per lo spettatore ritrovare lo spirito degli anni che hanno visto nascere le opere e al tempo stesso le ragioni di una riflessione, a cinquant’anni di distanza, su un fenomeno ben lungi dall'avere esaurito la sua carica comunicativa. Dopo la prima sala introduttiva, incentrata sui precursori e su alcune figure di maggiore rilievo di questa vicenda, la mostra si sviluppa in quattro sezioni, dedicate rispettivamente alla centralità dell'oggetto e alla sua sempre più evidente caratteristica di merce legata a un logo, alle icone dello star system cinematografico e musicale, poste in relazione con i grandi eventi politici e sociali del tempo, al rapporto che gli artisti Pop instaurano con la cosiddetta cultura bassa, dal fumetto, all'illustrazione, alla pubblicità e, pariteticamente, con gli esempi provenienti dalla tradizione pittorica del passato – tema, questo, particolarmente caro agli artisti italiani -, e infine alla nuova lettura e immagine del corpo e della sessualità che emerge come un segno costante nell'ispirazione e nell'immaginario di un gran numero degli esponenti di questo movimento.

Una mostra che non vuole avere un sapore nostalgico e che non vuole nemmeno costruire monumenti retorici e chiudere nelle sale di un museo la straordinaria forza vitale delle immagini create da artisti che sono stati davvero i “peintres de la vie moderne” degli anni Sessanta, gli ultimi eredi della grande tradizione realista e insieme i primi rappresentanti di un'arte destinata a contaminarsi sempre più con le realtà rappresentate dai mezzi di comunicazione di massa, con il nuovo ruolo e il nuovo utilizzo dell'immagine – anche di quella artistica – all'interno della società contemporanea. Artisti capaci di divertire, di divertirsi, ma anche di riflettere e una mostra che vuole porsi proprio su questa lunghezza d'onda, una mostra che cerca di capire, e far vedere, perché la Pop Art, parafrasando una parte del titolo del collage di Richard Hamilton che ha dato il via a questa avventura, sia ancora oggi “so different, so appealing”.

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola