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Nell'ambito
delle iniziative che Lucca dedica alla figura di Robert
Cahen, spicca la mostra allestita alla Fondazione Ragghianti
e inaugurata il 23 Ottobre alla presenza dell'artista. Negli
stessi giorni, Cahen è stato protagonista anche di un
incontro con il pubblico nell'ambito del Lucca Film Festival
che proprio alle sue opere in pellicola ha dedicato una
rassegna retrospettiva. A completare il quadro della sua
produzione artistica ha provveduto, nei giorni di sabato 24
e domenica 25, una proiezione maratona di 24 opere video
scelte dalla sua produzione complessiva.
Robert Cahen,
personalmente impegnato nella preparazione della mostra e
nell'allestimento delle singole opere, è stato nelle varie
occasioni sempre presente e disponibile, mescolandosi al
pubblico intervenuto e rispondendo a domande e curiosità.
Autore
internazionale e pioniere nella sperimentazione delle
apparecchiature elettroniche in campo artistico, Robert
Cahen è protagonista a Lucca della più ampia mostra sulla
sua opera mai allestita in Europa. L'esposizione, intitolata
Robert Cahen. Passaggi. Video-installazioni 1979-2008,
raccoglie infatti 13 opere che ripercorrono l'attività
dell'artista concentrandosi sulla produzione degli anni '90
e 2000.
Analizzandole in
ordine cronologico, le prime opere sono quelle che ci
parlano proprio del periodo in cui Cahen svolgeva le sue
ricerche presso la televisione pubblica francese,
sperimentando strumenti di sintesi elettronica e nuove forme
di elaborazione delle immagini.
Degli anni '90 ci
viene presentata innanzitutto Sept visions,
scomposizione di un video presentato in passato anche come
opera unica. I sette brani, immagini di città, mercati e
natura raccolte dall'autore in Cina, sono trasmessi da
monitor tv posti in fondo a delle lunghe casse di legno
sospese al soffitto ad altezze diverse. Sul loro fronte,
un'apertura permette ad uno spettatore alla volta di vedere
le immagini, mentre gli altri cercano di sbirciare dietro le
sue spalle.
Nella stessa sala,
la più grande della mostra, c'è un'altra opera intitolata
Paysages/Passage, forse la più bella (nel senso di
“esteticamente attraente”) dell'esposizione. L'installazione
ci attira fin dal momento in cui varchiamo la soglia: i 18
monitorche brillano di verde e azzurro dal fondo della
stanza sono una sorta di richiamo, quasi irresistibile.
Avvicinandosi, si è catturati dallo scorrere continuo delle
immagini: paesaggi realistici o modificati elettronicamente
con strisce di colore alla Van Gogh che come il flusso di
una corrente ci inghiottono coinvolgendoci nel loro
movimento. La velocità e la direzione di questo movimento
sono variabili tra le immagini, mai più di tre diverse in
contemporanea sui vari schermi: scorci visti da un
finestrino, rotaie, cielo, boschi. Facendo pochi passi si
nota poi un altro aspetto dell'opera: come l'uso di monitor
dal rivestimento trasparente, assieme al groviglio di cavi a
terra, renda esplicita e sottolinei la natura tecnologica
dei mezzi utilizzati.
Passando alle
opere degli anni 2000, due dall'impostazione simile riescono
a conquistarci, soprattutto per l'uso del colore che in esse
fa l'artista.
Si tratta di
Traverses e Paisages d'hiver, riprese di paesaggi
quasi incontaminati e ostili, distese di acqua e ghiaccio
rappresentati con colori saturi e profondi, accostati in
maniera contrastante.
Tra tutti dominano
il bianco e il blu, quest'ultimo declinato in una gamma di
sfumature a partire dalla stessa particolare tonalità, così
splendida e magnetica da ricordare fortemente sia il blu di
Yves Klein che quello delle stampe silografiche di Hiroshige.
Un colore che ci
cattura, inducendo una sorta di attitudine alla
contemplazione, una voglia di restare a guardarle senza
staccarsi. In questi video, rispetto al paesaggio naturale,
l'uomo e i suoi interventi sembrano dei perfetti estranei,
anche in termini di colori: il giallo delle tute di chi
cerca di muoversi tra la neve, il rosso di una nave o di una
casa, sono elementi solitari i cui toni squillanti e saturi
creano il massimo contrasto con il blu e il bianco.
Procedendo ancora
nell'esposizione incontriamo Sanaa, Passages en noir.
Iniziando come una
scena quasi realistica, il video ci presenta lo scorcio di
una strada di una città esotica, tagliato diagonalmente dal
sole che si infila tra le costruzioni. La musica è potente e
melodrammatica e accompagna una prima donna di spalle,
completamente vestita di nero, nel suo tragitto lungo il
vicolo. L'immagine si ripete, quasi identica: una serie di
figure uguali, nere sagome di donne senza volto né identità
continuano, solo con piccole differenze, a percorrere gli
stessi passi e man manodiventano ombre che scivolano
nell'oscurità.
Un leggero brivido
inquietante si insinua in noi e ci porta a domandarci dove
stiano andando queste sagome ma soprattutto se siano veri
individui o soltanto fantasmi, finché nel finale del video
la luce nella strada aumenta e tutto sembra riacquistare la
consistenza della realtà.
Chiudiamo con
un'opera che ci ha detto poco o nulla alla prima visione per
poi rivelarsi maggiormente ad un più attento incontro
successivo: Françoise en mémoire.
L'inquadratura è
fissa e riprende in primo piano il volto di una donna
anziana, proiettandolo su un telo di media dimensione, col
risultato di ingigantirlo. Al centro del viso segnato
dall'età si muovono due occhi intelligenti che guardano
appena alla nostra destra e sembrano reagire a qualcosa che
forse accade lì accanto ma non coinvolge direttamente la
donna. Ogni tanto la sua bocca si increspa in un lieve
sorriso, forse a causa di un brano colto all'interno
dell'ipotetica conversazione che sta seguendo ma, come se
non riuscisse a partecipare del tutto o a sentire tutto ciò
che viene detto, a volte il suo sguardo si volge nell'altra
direzione, orientandosi leggermente verso l'alto, suggerendo
la rievocazione di un ricordo. Nel frattempo, la nostra
attenzione è distratta dalla proiezione di alcune parole sul
pavimento che si muovono e svaniscono lasciandosi a malapena
indovinare: sono brandelli di ciò che la donna sta
ascoltando? O sono associazioni risvegliate nella sua
memoria?
Ad un certo punto,
lo sguardo torna nella direzione di partenza, così vicino
alla nostra posizione di spettatori che un dubbio ci
colpisce: sta guardando noi? E sta forse sorridendo perché i
pensieri che ascolta sono i nostri?
Lucia Ferroni
20 novembre 2009
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