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"un’ottantina di
opere del fotografo svizzero", titolano alcune riviste
d'arte del capoluogo lombardo: didascalia efficiente ma poco
generosa rispetto all'ormai globale riconoscimento, umano e
artistico, di un personaggio come Robert Louis Frank, le cui
opere, esattamente ottanta, provenienti dal Fotomuseum
Winterthur e dal Fotostiftung Schweiz di Zurigo, sono in
mostra presso il complesso espositivo di Palazzo Reale, fino
all'11 gennaio.
Importante
monografica del fotografo-regista nazionalizzato americano,
che ripercorre la sua lunga carriera, dai toni di documento
sociale de "Gli Americani", lavoro destinato a sconvolgere i
comuni principi di narrazione fotografica, alla più pura
sperimentazione formale, da estratti di viaggi in Europa
alle composizioni fotografiche, tra Polaroid, graffi e
poesie incise dedicate alla figlia Andrea, scomparsa
giovanissima.
Proiettati,
inoltre, stralci di 2 metraggi dell'artista: "Pull my Daisy"
del 1959, apice simbolico del sodalizio creativo che Frank
stringe con molti autori della letteratura Beat, scritto e
narrato da Jack Kerouac, interpretato, tra gli altri, dai
poeti Allen Ginsberg e Gregory Corso, verrà considerato il
padre del New American Cinema; "About me: a musical" del
1971, attraversa invece tematiche più intime, private,
caratteristiche della poetica di Frank proprio dagli anni
70, carica di una tensione prettamente introspettiva.
La mostra,
concepita e allestita in maniera forse troppo frammentaria,
favorisce lunghi salti, temporali e stilistici, della vasta
produzione dell'artista: dai primi viaggi come freelance in
Perù e Bolivia nel 1948, o in Europa nel 1949. Non trovano
grande spazio invece i suoi sguardi più famosi: solo una
ventina gli scatti rubati a "Les Americains", opera
colossale se si considerano le sole 83 fotografie pubblicate
sulle oltre 24.000 raccolte in due anni di viaggio, dal 1955
al 1956, dopo aver ricevuto -primo fotografo europeo- una
borsa di studio promossa dalla Fondazione Guggenheim.
Poco dopo il
corpus troverà luce a Parigi, grazie a Robert Delpire, che
lo pubblica nel 1958; solo un anno dopo, nel 1959, la Grove
Press cura l'edizione americana, "The Americans", che però
pare entusiasmare più per il "flusso" di Kerouac che per la
visione nuova, lucida e fortemente rappresentativa di Frank.
Un'America desolata e reale, di icone, di vite imbalsamate
nel bagno ipnotico del sogno americano di cui l'artista ne
intuisce quella straordinaria forza espressiva, simbolo
(in)consapevole della più vituperata mitopoietica
contemporanea.
Martin
Errichiello
5 dicembre
2008
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