Anche per questo autunno le
sale del MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto-
sembrano destinate ad accogliere un numero record di visitatori. La mostra “Schiele,
Klimt, Kokoschka e gli amici viennesi”, inaugurata il 7 ottobre, ha
tutte le carte in regola per bissare il successo della Phillips
Collection, che richiamò a Rovereto più di 130mila persone. Un successo
dovuto all’effetto dei grandi nomi (allora erano Manet, Van Gogh, Goya, oggi
sono i tre artisti austriaci), ma anche alla grande qualità delle opere e
dell’operazione curatoriale.
Se sono state numerose negli
ultimi anni le mostre dedicate alla triade Schiele-Klimt-Kokoschka, sia in
Italia che all’estero, il MART riesce ad affrontare il periodo con
originalità. Infatti, le opere dei tre massimi esponenti del rinnovamento
dell’arte austriaca di inizio Novecento, sono affiancate da un approfondito
percorso nelle vicende artistiche degli “amici viennesi”. Una ventina
di altri autori, meno noti, e raramente visibili nelle grandi esposizioni,
che ci permettono di cogliere la ricchezza e la varietà creativa della
finis Austriae.
Nel 1897, un gruppo
di una ventina di studenti dell’Accademia di Vienna fonda la Secessione.
Un’associazione di artisti che si ribella contro il vecchiume dell’arte
tradizionale e accademica e che accoglie le istanze di modernità che, negli
ultimi anni dell’Ottocento, raggiungono la decadente capitale dell’Impero
Austro-Ungarico. Gli artisti della Secessione lottano contro il
provincialismo austriaco, guardano ed accolgono le novità che stanno
irrompendo sulla scena europea, ma lottano anche contro il mercato dell’arte
e l’ipocrisia e della società contemporanea. Esaltano un’arte che abbia un
valore e una funziona attiva nella vita e nella società, che smascheri la
verità, la nuda veritas, come in uno specchio. Questi artisti
si dotano per raggiungere questo scopo di una rivista (“Ver sacrum”) e di un
linguaggio innovativo.
Presidente dell’associazione
è Gustav Klimt (1962-1918) che realizza il manifesto della prima
mostra della Secessione viennese, nel 1898. Ricorre all’antichità classica
nella scelta del soggetto. Rappresenta la lotta tra Teseo e il Minotauro
sotto lo sguardo vigile di Pallade Atena. Una metafora della lotta tra il
conservatorismo oscurantista e la tensione verso il nuovo e il moderno,
dicotomia che si esprime nello scontro tra due generazioni di viennesi, tra
maestri e allievi.
L’architetto Joseph Olbrich
costruisce una palazzina destinata ad accogliere la mostra. Sarà un’assoluta
novità nel panorama architettonico viennese. Sulla facciata dell’edificio
capeggia una scritta che è una dichiarazione programmatica e di poetica: “Al
tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”. Un grande successo di
pubblico premia l’audacia di questi giovani, che utilizzano un linguaggio
che si caratterizza per la bidimensionalità e l’attenzione alle forme
geometriche, nella ricerca di un ritmo decorativo che vada oltre la
tradizione rappresentativa. Naturalmente Klimt e gli altri sono travolti
dalla scandalo e dalla critiche nel corso degli otto anni, 1897-1905, con i
quali si fa corrispondere la parabola della Secessione viennese.
Ma la rottura creata da
questi artisti è profonda, e verrà portata a termine negli anni successivi.
La critica più moderna ha riconosciuto diverse direzioni nello sviluppo
dell’arte viennese nei due decenni precedenti la frantumazione dell’Impero
Asburgico.
In questo panorama si
inseriscono le figure di Oskar Kokoschka (1986-1980) e Egon
Schiele (1890-1918), che appartengono ad una generazione successiva
rispetto a Klimt. È l’espressionismo, comunque, l’indirizzo comune di
tutti gli artisti segnati dalla Secessione.
La nuova generazione mostrò
le sue opere in un’esposizione, la prima Internazionale Kunstschau,
nel 1908, provocando nuovamente uno shock nel mondo artistico viennese. È la
prima mostra sia per Schiele sia per Kokoschka, che si fanno portatori di
un’ulteriore ventata di novità. Solo Klimt difenderà i due artisti dalle
aspre critiche e dal rischio della censura. Ed gli stesso confrontandosi con
queste nuove proposte, con l’opera di Kokoschka in particolare, entra in un
periodo di crisi creativa, dal quale uscirà abbandonando lo stile aureo che
aveva caratterizzato la sua produzione precedente. Anche Klimt approda negli
anni della maturità ad un espressionismo che si manifesta soprattutto
nell’attenzione ai colori.
Schiele e Kokoschka danno
vita a un’arte nuova. Abbandonano il decorativismo e l’armonia della
Secessione, creando un mondo di inquietudini e incubi: “l’arte cominciò a
parlare un linguaggio apocalittico” (Gütersloh). Un’arte intima, che si
concentra sull’individuo negli anni in cui, proprio a Vienna, Freud scopre
l’inconscio e i meccanismi più profondi dell’Io. Kokoschka si rivela la
personalità più interessante. Nonostante fosse un giovane membro della
Secessione, è impossibile cogliere anche nelle sue prime opere una qualsiasi
influenza klimtiana. Un’originalità dirompente, attraverso la quale
dipingere il “volto interiore”.
Schiele mostra invece nelle
sue prime opere una filiazione nei confronti di Klimt. Ma ben presto se ne
distanzia. I suoi ritratti (e i numerosi autoritratti), sostituiscono
all’esubero decorativo ampi sfondi vuoti e grigi. Alla perfezione formale
Schiele preferisce la deformazione espressionistica, rintracciabile nelle
pose innaturali dei suoi soggetti, nella tensione delle loro mani e nei loro
occhi rigidi e fissi verso il visitatore. Nel 1909 il diciannovenne Schiele
fonda con alcuni amici dell’Accademia il Neukunstgruppe, che
raccoglierà giovani artisti in un gesto di rivolta. Mantenendo però lo
sguardo vigile verso il mercato e i collezionisti. I risultati sono
variegati, nel Neukunstgruppe si riuniscono artisti molto diversi. Un
elemento dominante molte opere però, è l’erotismo, cifra dominante di
moltissimi dipinti ma anche di lavori grafici di Schiele.
Intorno a questi tre mostri
sacri dell’arte del Novecento, ruotano decine di artisti. E per nessuno di
questi è possibile definire una discendenza diretta. Se Klimt può essere
considerato “il termine di confronto, il modello da superare, respingere o
amare”(Eva Di Stefano), ognuno di questi artisti esprime un’inedita libertà
creativa, ognuno mostra una propria originalità.
I ritratti di Max
Oppenheimer (1985- 1954), riescono a cogliere la psicologia dei soggetti
con grande efficacia, emanando un’energia vibrante che quasi sfalda in
un’emanazione diafana i soggetti stessi. Le nature morte di Anton
Faiustaur (1887-1930), sono dominate da tonalità cupe e dipinte da
prospettive inusuali. Nei paesaggi si mostra tutta la varietà di proposte di
questi artisti. Ludwig Heinrich Jungnickel (1881-1965) ne
“L’inondazione” raffigura una valle invasa dalle acque con una precisione da
miniaturista, esasperando i dettagli della tragedia ed ottenendo così un
aumento dell’effetto drammatico. Koloman Moser (1868-1918), che fu
uno dei fondatori della Secessione, realizza una veduta del lago di Garda,
concentrandosi sulla resa di insieme di cielo, acqua e montagne, giocata su
giochi di luce e accostamenti cromatici serrati. Alle città dipinte da
Schiele che fin dalla stesura del colore si presentano come gabbie a due
dimensioni, si oppone “L’idillio estivo” di Georg Merkel (1881-1976),
solare e gioiosa rappresentazione di una marina.
La mostra del MART quindi, è
in grado di portare alla conoscenza del pubblico, le posizione più moderne
degli storici dell’arte su questo complesso periodo, mostrandone la
ricchezza e le diversità, e demolendo la onnicomprensiva dicitura
Secessione viennese.
Klimt, Schiele e, in modo
minore Kokoschka, sono ormai nomi divenuti garanzia di successo.
Le loro opere sono ormai
sfruttate e abusate nella logica del merchandising. A giugno 2006 il
“Ritratto di Adele Bloch-Bauer” di Klimt è stato battuto per 135milioni di
dollari da Chirtie’s, confermando Klimt come l’artista più quotato.
Ironia della storia.
L’epigrafe, infatti, del dipinto di Klimt “Nuda Veritas”, riportava la
citazione schilleriana: “Se non puoi piacere a tutti con la tua arte, piaci
a pochi. Piacere a molti è male”.