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(Venezia)
- Alle Gallerie dell'Accademia ritornano Tiziano e la sua
produzione tarda. Un tema che era già stato affrontato
recentemente a Belluno nell'esposizione
Tiziano ultimo atto. La prospettiva scelta a Venezia -
come già a Vienna, dove però erano presenti più opere - è
radicalmente diversa, senza particolare interesse per
l'attività della bottega e dei collaboratori. Qui lo scopo è
offrire un gruppo di opere rappresentativo della grandezza
di Tiziano, che ci faccia percepire perchè egli rappresenti
uno dei grandi maestri di ogni tempo.
Come è risaputo, con l'andare degli anni Tiziano perfezionò
una tecnica completamente innovativa, mai vista prima
d'allora, che portò la pittura ad olio a traguardi
inaspettati. Una pittura per colpeggiature, macchie, "sfregazzi",
spesso - come raccontava Palma il Giovane a Marco Boschini -
finendo per stendere il colore con le dita, riprendendo ad
anni di distanza le stesse opere lasciate contro il muro nel
proprio studio. Una sorta di "corpo a corpo" con la pittura,
che sembra infrangere i limiti pittura-scultura, una sorta
di modellazione della forma che diventa essa stessa 'creatura',
generazione per accumulo, per emersione dai fondi
bruno-rossicci. C'è anzi qualcosa che sembra accumunare, in
modo imprevedibile, i due grandi vecchi del Cinquecento
italiano: Michelangelo e Tiziano procedono per sintesi, per
estrazione, per allusioni. Entrambi intuiscono che nel così
detto "non finito" può esservi una ricchezza espressiva
nuova, inaudita, capace di sprigionare la tensione vitale di
una creazione che è quasi la cristallizzazione di un dolore,
di un dramma. Quello dell'esistere, evidentemente,
dell'abbandono a un mistero insondabile, ma che è anche
quello del creare. Le forme sembrano vivere di una sorta di
insondabile "empatia" con il riguardante, perchè ne
condividono la dimensione creaturale, di fragilità, di vita
sul limite, di apparizione e di sparizione. Tiziano,
l'ultimo Tiziano, ci offre queste forme, ma come se il suo
potere dichiarasse un'impotenza, come se le afferrasse per
un attimo, quello che precede il nulla, l'assenza, la
privazione.
Queste considerazioni ci permettono di intuire tutta la
forza dirompente, disarticolante, e finanche devastante dei
capolavori dell'ultimo Tiziano a partire dall'inidimenticabile
Scorticamento di Marsia
di Kromeriz, testo tra i più alti della civiltà occidentale,
sottoposto a infinite interpretazioni e discussioni
iconologiche, solo fugacemente affrontate in catalogo. Pare
certo almeno l'identificazione di Tiziano con l'anziano re
Mida che medita sul supplizio comminato a Marsia che unico
(il bambino è apografo), offre lo sguardo - e che sguardo! -
fuori dalla scena . C'è la rassegnazione, lo sgomento e
l'abbandono di chi si offre, non può resistere, è travolto.
Proprio la meditazione sul tema della violenza sembra uno
dei punti ricorrenti della poetica dell'ultimo Tiziano.
Convince l'accostamento tra il
Tarquinio e Lucrezia
di Bordeaux (1568-71) e la redazione di Vienna (1570-75) un
ribollire di colori, un'eruzione di bianchi, bruni, vermigli
che sembrano spargere il sangue prima della consumazione del
delitto.
Ma anche là dove i soggetti suggerirebbero
un'interpretazione più pacificante, elementi inquietanti,
scoppi di luce, evanescenze e aggressioni di colori, si
fanno strada offrendo ambiguità e deformazioni. Si veda a
questo proposito la Ninfa e
il pastore di Vienna, dove una tematica cara alla sua
attività giovanile è tradotta in un clima di languido
abbandono e irrequietezza naturalistica. La natura stessa, a
distanza di anni, sembra aver mutato il suo volto, benigno e
accogliente, per farsi presaga, respingente, l'ambientazione
di un sogno che può mutare di segno.
Ma anche tra le opere di soggetto sacro si possono ammirare
tele come la Santa
Margherita del Prado o la non troppo celebre
Annunciazione di San
Domenico a Napoli, un tempo ritenuta solo una copia da un
originale perduto del maestro e restituita a Tiziano da
Roberto Longhi, da confrontare efficacemente con la tela di
analogo soggetto della chiesa di San Salvador a Venezia (non
in mostra); due redazioni della
Maddalena (Ermitage
e collezione privata) e alcune splendide Madonne con
Bambino, tra cui si segnala quella, memorabile, della
National Gallery di Londra, uno schizzo in lilla che rivela
una straordinaria tenerezza per il soggetto trattato.
La mostra apre tuttavia con un'impressionante serie di
ritratti e di autoritratti, quali il
Paolo III di
Capodimonte, tutto tensione e artigli raggrinziti; la
delicata Fanciulla con
ventaglio di Dresda, inviata nel 1561 ad Alfonso II
d'Este, di meravigliosa accuratezza e grazia nella resa
dell'incarnato e della candida veste di seta con inserti
dorati; il celeberrimo
Jacopo Strada di Vienna.
A conclusione, a fianco del
Supplizio di Marsia, ecco invece la
Pietà delle Gallerie
dell'Accademia che era stata pensata per la cappella dei
Frari dove Tiziano aveva in mente di essere sepolto. Un
Cristo morto "in trasfigurazione", incendiato tra le mani
della Vergine, che segna il fine ultimo della vita del
maestro, ma anche dell'arte, un
Non plus ultra
ineguagliato e indimenticabile, malgrado i possibili
interventi postumi di Palma.
La mostra, curata da Sylvia Ferino-Pagden, si pone con
grande spirito di servizio nei confronti dell'artista e del
visitatore. Non troppe opere, ma selezionatissime, e alcuni
capolavori indimenticabili, senza voler stravolgere opinioni
consolidate o cronologie, ma con l'ambizione, riuscitissima,
di appagare lo sguardo e l'intelletto del visitatore. Agendo
per sottrazione ci riporta al nucleo stesso del fare del
maestro per facilitare la concentrazione, la sosta, il
dialogo con le opere. L'allestimento, senza infamia e senza
lode, con qualche sbavatura nell'illuminazione e
nell'altezza di alcuni quadri, facilita il respiro delle
opere e dei visitatori.
Che escono, credo, con gratitudine e il desiderio, se
possibile, di tornare a rivedere la mostra. E di questi
tempi, è un piccolo miracolo.
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