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Redazione

L'ultimo Tiziano e la sensualità della pittura

di L'Areopagita

dal 26 gennaio al 20 aprile 2008

Prorogata fino al 4 maggio

Venezia, Gallerie dell'Accademia

martedì - domenica ore 8.15 - 19.15
lunedì ore 8.15 - 14.00

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L'Areopagita .

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L'ARTE e LA CULTURA IN ITALIA:

Recensioni a mostre, letture e riflessioni di uno storico dell'arte


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(Venezia) - Alle Gallerie dell'Accademia ritornano Tiziano e la sua produzione tarda. Un tema che era già stato affrontato recentemente a Belluno nell'esposizione Tiziano ultimo atto. La prospettiva scelta a Venezia - come già a Vienna, dove però erano presenti più opere - è radicalmente diversa, senza particolare interesse per l'attività della bottega e dei collaboratori. Qui lo scopo è offrire un gruppo di opere rappresentativo della grandezza di Tiziano, che ci faccia percepire perchè egli rappresenti uno dei grandi maestri di ogni tempo.

Come è risaputo, con l'andare degli anni Tiziano perfezionò una tecnica completamente innovativa, mai vista prima d'allora, che portò la pittura ad olio a traguardi inaspettati. Una pittura per colpeggiature, macchie, "sfregazzi", spesso - come raccontava Palma il Giovane a Marco Boschini - finendo per stendere il colore con le dita, riprendendo ad anni di distanza le stesse opere lasciate contro il muro nel proprio studio. Una sorta di "corpo a corpo" con la pittura, che sembra infrangere i limiti pittura-scultura, una sorta di modellazione della forma che diventa essa stessa 'creatura', generazione per accumulo, per emersione dai fondi bruno-rossicci. C'è anzi qualcosa che sembra accumunare, in modo imprevedibile, i due grandi vecchi del Cinquecento italiano: Michelangelo e Tiziano procedono per sintesi, per estrazione, per allusioni. Entrambi intuiscono che nel così detto "non finito" può esservi una ricchezza espressiva nuova, inaudita, capace di sprigionare la tensione vitale di una creazione che è quasi la cristallizzazione di un dolore, di un dramma. Quello dell'esistere, evidentemente, dell'abbandono a un mistero insondabile, ma che è anche quello del creare. Le forme sembrano vivere di una sorta di insondabile "empatia" con il riguardante, perchè ne condividono la dimensione creaturale, di fragilità, di vita sul limite, di apparizione e di sparizione. Tiziano, l'ultimo Tiziano, ci offre queste forme, ma come se il suo potere dichiarasse un'impotenza, come se le afferrasse per un attimo, quello che precede il nulla, l'assenza, la privazione.
Queste considerazioni ci permettono di intuire tutta la forza dirompente, disarticolante, e finanche devastante dei capolavori dell'ultimo Tiziano a partire dall'inidimenticabile Scorticamento di Marsia di Kromeriz, testo tra i più alti della civiltà occidentale, sottoposto a infinite interpretazioni e discussioni iconologiche, solo fugacemente affrontate in catalogo. Pare certo almeno l'identificazione di Tiziano con l'anziano re Mida che medita sul supplizio comminato a Marsia che unico (il bambino è apografo), offre lo sguardo - e che sguardo! - fuori dalla scena . C'è la rassegnazione, lo sgomento e l'abbandono di chi si offre, non può resistere, è travolto.

Proprio la meditazione sul tema della violenza sembra uno dei punti ricorrenti della poetica dell'ultimo Tiziano. Convince l'accostamento tra il Tarquinio e Lucrezia di Bordeaux (1568-71) e la redazione di Vienna (1570-75) un ribollire di colori, un'eruzione di bianchi, bruni, vermigli che sembrano spargere il sangue prima della consumazione del delitto.
Ma anche là dove i soggetti suggerirebbero un'interpretazione più pacificante, elementi inquietanti, scoppi di luce, evanescenze e aggressioni di colori, si fanno strada offrendo ambiguità e deformazioni. Si veda a questo proposito la Ninfa e il pastore di Vienna, dove una tematica cara alla sua attività giovanile è tradotta in un clima di languido abbandono e irrequietezza naturalistica. La natura stessa, a distanza di anni, sembra aver mutato il suo volto, benigno e accogliente, per farsi presaga, respingente, l'ambientazione di un sogno che può mutare di segno.

Ma anche tra le opere di soggetto sacro si possono ammirare tele come la Santa Margherita del Prado o la non troppo celebre Annunciazione di San Domenico a Napoli, un tempo ritenuta solo una copia da un originale perduto del maestro e restituita a Tiziano da Roberto Longhi, da confrontare efficacemente con la tela di analogo soggetto della chiesa di San Salvador a Venezia (non in mostra); due redazioni della Maddalena (Ermitage e collezione privata) e alcune splendide Madonne con Bambino, tra cui si segnala quella, memorabile, della National Gallery di Londra, uno schizzo in lilla che rivela una straordinaria tenerezza per il soggetto trattato.

La mostra apre tuttavia con un'impressionante serie di ritratti e di autoritratti, quali il Paolo III di Capodimonte, tutto tensione e artigli raggrinziti; la delicata Fanciulla con ventaglio di Dresda, inviata nel 1561 ad Alfonso II d'Este, di meravigliosa accuratezza e grazia nella resa dell'incarnato e della candida veste di seta con inserti dorati; il celeberrimo Jacopo Strada di Vienna.

A conclusione, a fianco del Supplizio di Marsia, ecco invece la Pietà delle Gallerie dell'Accademia che era stata pensata per la cappella dei Frari dove Tiziano aveva in mente di essere sepolto. Un Cristo morto "in trasfigurazione", incendiato tra le mani della Vergine, che segna il fine ultimo della vita del maestro, ma anche dell'arte, un Non plus ultra ineguagliato e indimenticabile, malgrado i possibili interventi postumi di Palma.

La mostra, curata da Sylvia Ferino-Pagden, si pone con grande spirito di servizio nei confronti dell'artista e del visitatore. Non troppe opere, ma selezionatissime, e alcuni capolavori indimenticabili, senza voler stravolgere opinioni consolidate o cronologie, ma con l'ambizione, riuscitissima, di appagare lo sguardo e l'intelletto del visitatore. Agendo per sottrazione ci riporta al nucleo stesso del fare del maestro per facilitare la concentrazione, la sosta, il dialogo con le opere. L'allestimento, senza infamia e senza lode, con qualche sbavatura nell'illuminazione e nell'altezza di alcuni quadri, facilita il respiro delle opere e dei visitatori.
Che escono, credo, con gratitudine e il desiderio, se possibile, di tornare a rivedere la mostra. E di questi tempi, è un piccolo miracolo.

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola