Andy Warhol
Pentiti e non peccare più

Fino al 29 gennaio 2006

Chiostro del Bramante, Roma 
Via della pace

www.chiostrodelbramante.it

Martedì-Venerdì  10.00-20.00
 Sabato 10.00-24.00
Domenica 10.00-21.30

Intero: 9 € euro Ridotto il martedì: 7 €

 

Il Chiostro del Bramante celebra i primi dieci anni di attività espositiva tornando alle proprie origini. La mostra inaugurata il 29 settembre, “Andy Warhol. Pentiti e non peccare più” si riallaccia alla mostra dedicata al padre della Pop-Art che nel 1997 inaugurò gli spazi espositivi dell’edificio progettato nel Cinquecento da Donato Bramante. Uno dei maestri indiscussi del Novecento torna quindi per la seconda volta nelle sale di un museo che in questi dieci ha mostrato un vocazione eterogenea, aprendo le porte a giovani artisti contemporanei (ad esempio Bernardo Siciliano nel 2005) ma anche ai grandi maestri dei secoli scorsi (dal Novecento di Renato Guttuso o Keith Haring alla Belle Epoque di De Nettis e Zandomenghi e a ritroso fino al Cinqucento e ai fratelli Carracci ai quali sarà dedicata un’importante mostra in primavera).

 Marilyn Monroe, Orange Art Print by Andy WarholForse è un po’ forzata la motivazione data dalla presidentessa della DART-Chiostro del Bramante, Patrizia de Marco, alla scelta di una seconda mostra su Warhol. Suona più come una giustificazione, dato l’inflazionamento di mostre dedicate all’artista e dato che l’ultima di queste, organizzata quest’estate per inaugurare il nuovo museo triestino “Centro espositivo d’arte moderna e contemporanea – ex Pescheria Centrale”, suscitò molte polemiche. Patrizia de Marco rintraccia un legame tra lo spirito che animava la creazione artistica pop e la missione del Chiostro del Bramante, un comune intento a raggiungere il grande pubblico e rendere l’arte accessibile a tutti. Inoltre il parallelo che la Presidentessa individua tra il museo da lei diretto e la Factory di Andy Warhol è molto ardito, probabilmente fuori luogo.

Nonostante ciò la mostra non delude, presentandoci una consiste retrospettiva dell’artista. Un percorso attraverso ottanta opere che individuano le diverse tematiche frequentate da Andy Warhol ( Pittsburgh, 1928 – New York, 1987) nel corso della sua carriera.

Il titolo dell’esposizione si richiama ad un’opera degli anni Ottanta, “Repent and sin no more”, dichiarando una predilezione all’interno della mostra per la tematica religiosa in Warhol. In realtà questo intento è realizzato più nel catalogo che nelle sale, in cui comunque troviamo opere molto esplicative del complesso rapporto di Warhol con la religiosità. Nella sua infanzia a Pittsburgh l’artista ebbe una formazione molto religiosa. Era figlio infatti di una famiglia di confessione uniate, Chiesa orientale che riconosce l’autorità del Pontefice, retaggio della sua origine polacca.

Warhol, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, frequenta le chiese ed è attento alle tematiche del sacro. Lo testimoniano le numerose varianti dell’ “Ultima cena”, rivisitazione del capolavoro di Leonardo in cui, secondo il curatore della mostra romana Gianni Mercurio, “Warhol dà voce alla sua passione religiosa, realizzando il suo personale tributo alla salvezza della propria anima”. Una componente poco conosciuta della sua psiche e che apparentemente mal si adatta a una figura come quella di Warhol, ma che forse è la chiave per comprenderla. Suscitò molto stupore l’orazione funebre tenuta nel 1987 dal critico John Richardson nella chiesa cattolica di San Patrick sulla 5th Avenue a Manhattan. Egli infatti sottolineò l’aspetto spirituale della personalità dell’artista che si incarna nella sua arte al fianco dei soggetti più conosciuti: il denaro, lo star system, il glamour, il mercato e il consumismo, le rielaborazioni dei capolavori del passato. Warhol considerava la religione un aspetto troppo intimo della propria vita per combinarlo con la sua aura di personaggio pubblico. Ma frequentava quotidianamente la chiesa ed aveva un altarino in casa.  Andy Warhol, Repent and Sin No More! (positive)

Negli ultimi anni la critica ha compreso l’importanza di questa componente nell’arte dell’artista. Ne è un esempio l’importante saggio “The Religious Art of Andy Warhol” di Jane Daggett Dillenberger, esponente di una nuova tendenza della critica americana, attenta alla rilettura religiosa di molta arte contemporanea. La mostra del Chiostro del Bramante ha invece il merito di contestualizzare questo aspetto della vita e della produzione artistica di Warhol in un percorso più ampio che comprende moltissime opere in ci l’artista si fa acuto osservatore della modernità americana, un immaginativo antropologo degli Stati Uniti dell’immediato secondo dopoguerra (G. Mercurio).

Il percorso espositivo si apre quindi con i ritratti delle più importanti icone americane, serigrafie che ritraggono divi del cinema e personaggi pubblici da prima pagina. Anche in queste opere vi è un riferimento, esclusivamente formale, alla dimensione religiosa. La scelta di uno sfondo neutro e monocromo sul quale si inseriscono bidimensionalmente i ritratti richiama la tradizione bizantina delle icone religiose. Questi ritratti sono anche tentativi di restituire un’anima, una dignità a figure ormai scarnificate da ogni significato dall’abuso che ne fanno i mass media. L’esempio più celebre è quello di Jackie Kennedy, soggetto di un lavoro in cui si inseriscono numerosi primi piani della first lady americana, ripresi dalle fotografie dei giornali e dei rotocalchi, scattate nel periodo successivo all’attentato al marito. L’immagine violentata e sfruttata dai mezzi di comunicazione viene posta nuovamente al centro dell’attenzione, nel tentativo di restituirle la sua vera importanza. Procedimenti analoghi vengono usati anche con altri soggetti banalizzati e neutralizzati dall’uso eccessivo da parte dei mass media. Dai simboli delle ideologie del XX secolo (Mao, Lenin, la falce e il martello), agli oggetti icone del consumismo più sfrenato (la Coca Cola, i barattoli Campbell’s, i dollari), fino alla morte stessa. Una tematica, evidentemente connessa alla sfera religiosa, che ossessiona Warhol, segnato da gravi lutti familiari nei primi anni di vita e vittima di un grave attentato nel 1968, in seguito al quale rischiò di morire. Ritrae con il suo classico procedimento serigrafico e seriale vittime di incidenti stradali, la sedia elettrica, armi, teschi. Particolarmente emblematico della vicinanza tra l’attenzione alla morte e la sua fede religiosa la scelta di un soggetto come la croce. Essa viene semplificata nelle sue linee essenziali e posta al centro di opere che la ritraggono o singolarmente o in serie variopinte.

Una sezione è dedicata alla rivisitazione di grandi capolavori della pittura. Anche in questo caso Warhol interviene sul soggetto semplificandolo, riducendolo ai minimi termini. Sceglie opere rinascimentali ormai entrate nell’immaginario popolare, anche se conosciute soprattutto per mezzo di riproduzioni. Le riproduzioni di Warhol ne modificano la cromia, trasformando questi capolavori in opere pop. A tale sorte è sottoposta anche “L’ultima cena” vinciniana. Warhol realizza alcune opere di grande formato (di cui una presente in mostra), a partire da quest’opera. Su un’enorme tela bianca inserisce dettagli e figure, anche ripetute, del capolavoro di Leonardo a cui si sovrappongono immagini della modernità come grosse moto o cartellini dei prezzi.

La mostra si chiude con due pannelli monocromi che riportano le scritte: “Repent And Sin No More” e “Heaven and Hell Are Just One Breath Away!”, testimonianza ulteriore della tensione religiosa di Warhol, ma anche del senso di colpa di un artista che ha vissuto appieno un’epoca di contraddizioni come la nostra.

 

Sito curato da Tommaso Martini (spleen85@yahoo.it;)
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