Il Chiostro del Bramante
celebra i primi dieci anni di attività espositiva tornando alle proprie
origini. La mostra inaugurata il 29 settembre, “Andy Warhol. Pentiti e
non peccare più” si riallaccia alla mostra dedicata al padre della
Pop-Art che nel 1997 inaugurò gli spazi espositivi dell’edificio progettato
nel Cinquecento da Donato Bramante. Uno dei maestri indiscussi
del Novecento torna quindi per la seconda volta nelle sale di un museo che
in questi dieci ha mostrato un vocazione eterogenea, aprendo le porte a
giovani artisti contemporanei (ad esempio Bernardo Siciliano nel 2005) ma
anche ai grandi maestri dei secoli scorsi (dal Novecento di Renato Guttuso o
Keith Haring alla Belle Epoque di De Nettis e Zandomenghi e a ritroso fino
al Cinqucento e ai fratelli Carracci ai quali sarà dedicata un’importante
mostra in primavera).
Forse è un po’ forzata la
motivazione data dalla presidentessa della DART-Chiostro del Bramante,
Patrizia de Marco, alla scelta di una seconda mostra su
Warhol. Suona più come una giustificazione, dato l’inflazionamento di mostre
dedicate all’artista e dato che l’ultima di queste, organizzata quest’estate
per inaugurare il nuovo museo triestino “Centro espositivo d’arte moderna e
contemporanea – ex Pescheria Centrale”, suscitò molte polemiche. Patrizia
de Marco rintraccia un legame tra lo spirito che animava la creazione
artistica pop e la missione del Chiostro del Bramante, un comune
intento a raggiungere il grande pubblico e rendere l’arte accessibile a
tutti. Inoltre il parallelo che la Presidentessa individua tra il museo da
lei diretto e la Factory di Andy Warhol è molto ardito,
probabilmente fuori luogo.
Nonostante ciò la mostra non
delude, presentandoci una consiste retrospettiva dell’artista. Un percorso
attraverso ottanta opere che individuano le diverse tematiche frequentate da
Andy Warhol ( Pittsburgh, 1928 – New York, 1987) nel corso
della sua carriera.
Il titolo dell’esposizione
si richiama ad un’opera degli anni Ottanta, “Repent and sin no more”,
dichiarando una predilezione all’interno della mostra per la tematica
religiosa in Warhol. In realtà questo intento è realizzato più
nel catalogo che nelle sale, in cui comunque troviamo opere molto
esplicative del complesso rapporto di Warhol con la religiosità.
Nella sua infanzia a Pittsburgh l’artista ebbe una formazione molto
religiosa. Era figlio infatti di una famiglia di confessione uniate, Chiesa
orientale che riconosce l’autorità del Pontefice, retaggio della sua origine
polacca.
Warhol, soprattutto
negli ultimi anni della sua vita, frequenta le chiese ed è attento alle
tematiche del sacro. Lo testimoniano le numerose varianti dell’ “Ultima
cena”, rivisitazione del capolavoro di Leonardo in cui, secondo il
curatore della mostra romana Gianni Mercurio, “Warhol dà voce
alla sua passione religiosa, realizzando il suo personale tributo alla
salvezza della propria anima”. Una componente poco conosciuta della sua
psiche e che apparentemente mal si adatta a una figura come quella di
Warhol, ma che forse è la chiave per comprenderla. Suscitò molto stupore
l’orazione funebre tenuta nel 1987 dal critico John Richardson
nella chiesa cattolica di San Patrick sulla 5th Avenue a Manhattan. Egli
infatti sottolineò l’aspetto spirituale della personalità dell’artista che
si incarna nella sua arte al fianco dei soggetti più conosciuti: il denaro,
lo star system, il glamour, il mercato e il consumismo, le rielaborazioni
dei capolavori del passato. Warhol considerava la religione un aspetto
troppo intimo della propria vita per combinarlo con la sua aura di
personaggio pubblico. Ma frequentava quotidianamente la chiesa ed aveva un
altarino in casa.

Negli ultimi anni la critica
ha compreso l’importanza di questa componente nell’arte dell’artista. Ne è
un esempio l’importante saggio “The Religious Art of Andy Warhol” di
Jane Daggett Dillenberger, esponente di una nuova tendenza della
critica americana, attenta alla rilettura religiosa di molta arte
contemporanea. La mostra del Chiostro del Bramante ha invece il
merito di contestualizzare questo aspetto della vita e della produzione
artistica di Warhol in un percorso più ampio che comprende moltissime opere
in ci l’artista si fa acuto osservatore della modernità americana, un
immaginativo antropologo degli Stati Uniti dell’immediato secondo dopoguerra
(G. Mercurio).
Il percorso espositivo si
apre quindi con i ritratti delle più importanti icone americane,
serigrafie che ritraggono divi del cinema e personaggi pubblici da prima
pagina. Anche in queste opere vi è un riferimento, esclusivamente formale,
alla dimensione religiosa. La scelta di uno sfondo neutro e monocromo sul
quale si inseriscono bidimensionalmente i ritratti richiama la tradizione
bizantina delle icone religiose. Questi ritratti sono anche tentativi
di restituire un’anima, una dignità a figure ormai scarnificate da ogni
significato dall’abuso che ne fanno i mass media. L’esempio più
celebre è quello di Jackie Kennedy, soggetto di un lavoro in
cui si inseriscono numerosi primi piani della first lady americana, ripresi
dalle fotografie dei giornali e dei rotocalchi, scattate nel periodo
successivo all’attentato al marito. L’immagine violentata e sfruttata dai
mezzi di comunicazione viene posta nuovamente al centro dell’attenzione, nel
tentativo di restituirle la sua vera importanza. Procedimenti analoghi
vengono usati anche con altri soggetti banalizzati e neutralizzati dall’uso
eccessivo da parte dei mass media. Dai simboli delle ideologie del XX secolo
(Mao, Lenin, la falce e il martello), agli oggetti icone del consumismo più
sfrenato (la Coca Cola, i barattoli Campbell’s, i dollari), fino alla morte
stessa. Una tematica, evidentemente connessa alla sfera religiosa, che
ossessiona Warhol, segnato da gravi lutti familiari nei primi anni di
vita e vittima di un grave attentato nel 1968, in seguito al quale rischiò
di morire. Ritrae con il suo classico procedimento serigrafico e seriale
vittime di incidenti stradali, la sedia elettrica, armi, teschi.
Particolarmente emblematico della vicinanza tra l’attenzione alla morte e la
sua fede religiosa la scelta di un soggetto come la croce. Essa viene
semplificata nelle sue linee essenziali e posta al centro di opere che la
ritraggono o singolarmente o in serie variopinte.

Una sezione è dedicata alla
rivisitazione di grandi capolavori della pittura. Anche in questo caso
Warhol interviene sul soggetto semplificandolo, riducendolo ai minimi
termini. Sceglie opere rinascimentali ormai entrate nell’immaginario
popolare, anche se conosciute soprattutto per mezzo di riproduzioni. Le
riproduzioni di Warhol ne modificano la cromia, trasformando questi
capolavori in opere pop. A tale sorte è sottoposta anche “L’ultima cena”
vinciniana. Warhol realizza alcune opere di grande formato (di cui
una presente in mostra), a partire da quest’opera. Su un’enorme tela bianca
inserisce dettagli e figure, anche ripetute, del capolavoro di Leonardo a
cui si sovrappongono immagini della modernità come grosse moto o cartellini
dei prezzi.
La mostra si chiude con due
pannelli monocromi che riportano le scritte: “Repent And Sin No More”
e “Heaven and Hell Are Just One Breath Away!”, testimonianza
ulteriore della tensione religiosa di Warhol, ma anche del senso di
colpa di un artista che ha vissuto appieno un’epoca di contraddizioni come
la nostra.