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A
poco più di un anno dalla scomparsa,
la Galleria
A
+A di Venezia dedica una piccola retrospettiva al maestro dalmata Goran
Musica (1909-2005). Il curatore, l’importante critico francese Jean
Clair, ha raccolto tele e disegni rappresentativi dell’intera sua opera.
Sono presenti i ritratti (soprattutto della moglie Ida), gli autoritratti
e i paesaggi Dalmati. Purtroppo solo una tela e qualche disegno della
serie “Non siamo gli ultimi”. I dipinti più famosi di Music, dedicati
all’Olocausto e alle sue vittime. Music visse in prima persona il dramma
della deportazione. Nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo proprio a Venezia
e deportato a Dachau. Rimarrà nel campo di concentramento per sette mesi.
In questo difficile periodo comincia ad abbozzare dei disegni che
ritraggono le atrocità che lo circondano. Disegni che sono abbandonati
fino agli anni Settante, quando, appunto, comincia a dedicarsi alla serie
“Non siamo gli ultimi”. Secondo il curatore della mostra la vera
scuola di Music fu “
la Scuola
di Dachau”, non l’Accademia di Belle Arti di Zagabria frequentata nei
primi anni Trenta. Infatti l’esperienza del campo di concentramento
influenzerà tutta la sua pittura. Dachau ha rivelato a Music la verità
dietro ogni elemento superfluo, in quegli uomini nudi, nei “cadaveri,
spogli di tutti i requisiti esterni, di tutto il superfluo, privi di
maschera dell’ipocrisia, delle distinzioni di cui si coprono gli uomini
e la società. Tutto ciò si riflette in paesaggi che sono in grado di
“sussurrarci quelle verità che si celano dietro l’apparente stasi
delle cose”, come sottolinea Jean Clair nel catalogo della mostra.
Una
spinta morale ed etica porta l’artista a riaffrontare il dramma della
deportazione. Le sue opere vogliono essere un monito. Vogliono ricordare,
con Primo Levi, che "E'avvenuto, quindi può accadere di nuovo".
Ma
un altro aspetto emerge dall’opera di Music, più inquietante e
misterioso. Come ha ricordato Pietro Citati in un incontro sul tema della
malinconia, proprio con Jean Clair, Musica era attratto dalla “bellezza
dell’orrido”. L’artista dalmata “sognava di perdere la bellezza di
quello che aveva visto nei Lager”. Una strana fascinazione per la
tragedia dei Lager, non descritta solo da Music (le cui opere parlano
sempre, però, in modo drammatico, sia nelle immagini sia nelle soluzioni
pittoriche). Anche il premio Nobel Imre Kertesz descrive un sentimento
simile nel sul famoso romanzo “Essere senza destino” (da cui l’anno
scorso è stato tratto l’omonimo film): “Non
esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio
cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola
inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra
i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi
chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse,
proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo,
della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la
prossima volta che me lo chiederanno”.
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