Anton Zoran Music

Fino al 15 luglio 2006

Galleria A+A,  Venezia 
Calle Malipiero

www.aplusa.it

Dal martedì alla domenica  11-14 15-18

Ingresso libero

 

 

 

 

A poco più di un anno dalla scomparsa, la Galleria A +A di Venezia dedica una piccola retrospettiva al maestro dalmata Goran Musica (1909-2005). Il curatore, l’importante critico francese Jean Clair, ha raccolto tele e disegni rappresentativi dell’intera sua opera. Sono presenti i ritratti (soprattutto della moglie Ida), gli autoritratti e i paesaggi Dalmati. Purtroppo solo una tela e qualche disegno della serie “Non siamo gli ultimi”. I dipinti più famosi di Music, dedicati all’Olocausto e alle sue vittime. Music visse in prima persona il dramma della deportazione. Nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo proprio a Venezia e deportato a Dachau. Rimarrà nel campo di concentramento per sette mesi. In questo difficile periodo comincia ad abbozzare dei disegni che ritraggono le atrocità che lo circondano. Disegni che sono abbandonati fino agli anni Settante, quando, appunto, comincia a dedicarsi alla serie “Non siamo gli ultimi”. Secondo il curatore della mostra la vera scuola di Music fu “ la Scuola di Dachau”, non l’Accademia di Belle Arti di Zagabria frequentata nei primi anni Trenta. Infatti l’esperienza del campo di concentramento influenzerà tutta la sua pittura. Dachau ha rivelato a Music la verità dietro ogni elemento superfluo, in quegli uomini nudi, nei “cadaveri, spogli di tutti i requisiti esterni, di tutto il superfluo, privi di maschera dell’ipocrisia, delle distinzioni di cui si coprono gli uomini e la società. Tutto ciò si riflette in paesaggi che sono in grado di “sussurrarci quelle verità che si celano dietro l’apparente stasi delle cose”, come sottolinea Jean Clair nel catalogo della mostra.

Una spinta morale ed etica porta l’artista a riaffrontare il dramma della deportazione. Le sue opere vogliono essere un monito. Vogliono ricordare, con Primo Levi, che "E'avvenuto, quindi può accadere di nuovo".

Ma un altro aspetto emerge dall’opera di Music, più inquietante e misterioso. Come ha ricordato Pietro Citati in un incontro sul tema della malinconia, proprio con Jean Clair, Musica era attratto dalla “bellezza dell’orrido”. L’artista dalmata “sognava di perdere la bellezza di quello che aveva visto nei Lager”. Una strana fascinazione per la tragedia dei Lager, non descritta solo da Music (le cui opere parlano sempre, però, in modo drammatico, sia nelle immagini sia nelle soluzioni pittoriche). Anche il premio Nobel Imre Kertesz descrive un sentimento simile nel sul famoso romanzo “Essere senza destino” (da cui l’anno scorso è stato tratto l’omonimo film): “Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno”.