Commedia dell’arte

Giornate di viaggio tra i comici italiani

Relazione del Convegno in occasione degli ottant'anni di Dario Fo, tenutosi a Roma, presso il teatro Ateneo, dall'11 al 13 novembre 2006.

 

 

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Redazione

Drammaturgia della commedia all’improvviso

Dialogo tra Ferruccio Marotti e Ferdinando Taviani

L’improvvisazione consiste nel dare un tessuto verbale all’improvviso di una storia di cui gli attori conoscono lo scenario. L’unico esempio di raccolti di scenari che possono essere ricondotti all’epoca in cui le grandi compagnie della commedia dell’arte giravano l’Italia e l’Europa è la raccolta di Flaminio Scala. Quest’ultimo, capocomico della Compagnia dei Gelosi, pubblicò “Il teatro delle favole rappresentative” a Venezia nel 1611, in cui sono contenuti cinquanta scenari. Tra questi anche “Il finto marito”, unico scenario che Flaminio Scala riscrive in una commedia rinascimentale.

La struttura drammaturgica della commedia all’improvviso è incentrata su due nuclei fondamentali:

-         un meccanismo ad orologeria perfetto, che provoca il coinvolgimento dello spettatore e f scattare la risata;

-         un meccanismo di denuncia satirica.

Un esempio di questa duplice strategia è rappresentato dallo scenario in cui Isabella Andreini, l’attrice della compagnia, compie un sottilissimo gioco d’attrice in un’abbazia, che viene usata anche come schermo per permettere un nudo integrale.

Davanti alla domanda se esista una drammaturgia della commedia dell’arte, Taviani evidenzia che commedia dell’arte è una definizione a posteriori. Alla sua base, infatti, non vi è una forma, bensì una fama. Della commedia dell’arte si è conservato solo lo scheletro. E questo scheletro non può considerarsi come una forma a parte ma come un livello diverso della drammaturgia. Un livello diverso di conservazione. Ciò ha comunque un significato ben preciso, non avviene per caso. Le compagnie italiane potevano infatti far a meno del testo scritto. Il merito di Flaminio Scala è quello di aver trasformato questi scheletri, gli scenari, in un libro di lusso. Egli pensa che questo materiale riadattato possa diventare un genere letterario. Flaminio Scala pensa ad un genere letterario, non teatrale. L’idea fallisce, ma è geniale in un’epoca, siamo a cavallo tra Cinque e Seicento, in cui in Italia trionfa il libro bizzarro, una letteratura transgenere che funziona per frammenti, simile a ciò che faceva Montaigne in Francia.

La chiave di lettura fondamentale da cui inizia la commedia dell’arte è l’immagine di un attore che parte da una chiave di commedia. Gli attori di sicuro conoscevano molto di più dello scheletro giunto fino a noi. Per questo l’attore veniva amato dallo spettatore.

Marotti ha sottolineato che la drammaturgia della commedia dell’arte aveva una caratteristica di fondo. Quella cioè di non essere fondata su regole ma sull’esperienza dell’attore, osservazione proposta anche da Scala nel prologo de “Il teatro delle favole rappresentative”. L’improvvisa è un modo del professionismo.

Anche la commedia all’improvviso fa parte dei grandi stravolgimenti del Cinquecento. La rivoluzione scientifica di Galileo Galilei si basa sullo stesso principio. E ciò sull’idea dell’esperienza come motore di fondo della ricerca, non più della tradizione.

La specificità italiana della commedia dell’arte è il vagabondare costantemente. Luciano Mariti sottolinea che ciò deriva da una necessità pratica. Infatti solo in questo modo potevano continuamente cambiare il proprio pubblico. Per affascinare pubblici diversi gli attori dovevano parlare a più livelli. il linguaggio usato dagli attori prevede la parola solo come uno degli elementi del linguaggio stesso, in cui è fondamentale l’uso del corpo. Il tentativo è quello di togliere alla parola la sua autorità.

 

Arlecchino dall'inferno alla corte del re Sole. Storie e viaggi dei comici dell'arte

Introduce Ferruccio Marotti
Dialogo fra Delia Gambelli, Maria del Valle Ojeda Calvo e Renzo Guardenti

 Il mistero della commedia dell’arte è il suo fascino, ma questo mistero deve esser affrontato in maniera filologica. Ciò che caratterizza la commedia dell’arte, secondo Delia Gambelli, è la sensazione di trovarsi davanti ad una festa. La commedia dell’arte è il risultato di un clima, a cui partecipano parole non scorporabili dal gesto, dal movimento, dalle luci, ecc…

La commedia dell’arte ha inventato il teatro moderno perché ha fatto del teatro un’industria. La commedia dell’arte nasce dal progetto più o meno consapevole di far confluire elementi distanti. Ciò è testimoniato anche dalle strutture formali. È espressione di affrontare qualcosa di sconosciuto, di mai sperimentato prima. Ciò deriva dal fatto che viaggiando si faceva esperienza dell’altro e dell’estraneo, un’esperienza che si faceva rivivere nei propri spettacoli.

 

Tra queste compagnie che viaggiano vi è quella di Zan Ganassa su cui si son concentrati gli studi  di Maria del Valle Ojeda. Si tratta della prima compagnia italiana in Spagna. È originaria di Mantova e giunge a Madrid nel 1574 fermandosi per dieci anni. Riscuote un grandissimo successo, sia davanti alla famiglia reale sia negli spettacoli pubblici, nonostante le loro rappresentazioni siano in italiano. La Spagna dell’epoca era dominata dal teatro professionista. Già nel Seicento vi fu una mitizzazione dell’influenza della commedia dell’arte sul teatro spagnolo. Il periodo in cui ci sono gli italiani in Spagna coincide con gli anni della fondazione di un nuovo teatro che toccherà il suo apogeo nell’ultimo decennio del secolo con Lope de Vega.

La diversità tra gli italiani e i teatranti spagnoli sta nel metodo di lavoro. Gli spagnoli imparavano i versi a memoria. Per quanto riguarda gli italiani è giunto fino a noi solo un manoscritto come testimonianza del materiale di un attore professionista, è il manoscritto di Stefanello Botarga (Abagaro Frescobaldi). Si tratta di testi completi su cui poi si aggiungono appunti e annotazioni di battute. Una caratteristica degli attori italiani era l’alto grado di cultura, fondamentale per permettere l’improvvisazione. Gli attori spagnoli, invece, avevano una cultura bassa.

 Anche in Francia la commedia dell’arte ha un grande successo, ambito di studi di Renzo Guardenti. Anche qui viene applaudita dalla corte come dal popolo minuto. L’innamoramento avveniva a livello visivo, anche a causa dell’incomprensione della lingua. La fascinazione derivava anche dal modo di dire, una prosodia cantilenosa e naturale. L’impedimento della lingua crea un linguaggio in bilico tra italiano e francese. Ma ad un certo punto non piacciono più solo per quello che fanno, devono attrarre anche per quello che dicono. Lo fanno quindi scrivere agli autori francesi. Si assiste quindi ad una francezizzazione del repertorio. Evaristo Gradi raccoglierà e farà stampare cinquantacinque commedie di questo tipo.

Nel 1697 viene chiuso il tetro italiano a Parigi. La storiografia parla dei teatri francesi come eredi che accolgono gli attori italiani e il loro repertorio. Ma ciò non è vero. Fino al 1707 non ci son attori italiani in Parigi. Solo da quest’anno il repertorio italiano comincia ad essere accolto, per il ritorno nella capitale di Tortoriti che per anni aveva viaggiato nella provincia, dal 173 anticipandovi l’Opera comique.

  

Il teatro delle maschere da Roma a Mosca fra Seicento e Novecento

Introduce Silvia Carandini
Dialogo fra Luciano Mariti e Roberto Ciancarelli sul teatro delle maschere a Roma nel Seicento
Il mito della Commedia dell'Arte da Mejerchol'd a Vachtangov
La Principessa Turandot di Vachtangov (sottotitoli italiani), a cura di Raissa Raskina

 

La situazione del teatro a Roma nel Seicento è caratterizzata da continui cambiamenti. Una schizofrenia evidente se si pensa che papa Clemente IX era un drammaturgo mentre papa Innocenzo XII farà distruggere tutti i teatri.

 Nella commedia dell’arte vi è un’anomalia romana, troppo spesso dimenticata dalla storiografia e che interessa tutto il centro-sud della Penisola. Si sostiene che a Roma è mancata la commedia dell’arte, ma Luciano Mariti evidenzia alcune contraddizioni.

Dalla seconda metà del Cinquecento Roma è il centro della sperimentazione di tutte le forme di teatro. Si stampano centinaia di commedie con maschere, l’editoria si specializza nella drammaturgia. A Roma si trova il giacimento più importante sulla commedia dell’arte, le grandi raccolte di scenari. Come può quindi mancare la commedia dell’arte? Vi sono altre testimonianze che provano la presenza di comici dell’arte a Roma.

Che i comici siano arrivati a Roma lo testimonia nel 1536 un primo editto contro il teatro.

Andrea dell’Anguillara è il primo uomo di teatro che vende teatro. Apre un teatro pubblico in un tempio bramantesco incompiuto sulla via Giulia. Farà presto bancarotta. Anguillara come altri intellettuali che si occupavano di teatro, dopo l’istituzione del Santo Uffizio vengono allontanati da Roma  o processati.

La raccolta corsiniana di scenari, comprende scenari che appartengono agli stessi istrioni e scenari di comici non professionisti. Vi sono scenari scritti da accademici.  È una testimonianza –datata tra il 1574 e il 1596- dell’incontro tra comici professionisti e comici non professionisti. Esiste a Roma un vero e proprio commercio di scenari.

Si diventa attori in vari modi. Il carnevale è un momento fondamentale per imparare l’improvvisazione. Gli improvvisatori appartengono alle diverse classi di lavoratori della città. Probabilmente gli attori a Roma erano almeno un migliaio. Si contano cento centri di produzione della spettacolo ogni anno per tutto il Seicento, secondo le ricerche di Ciancarelli. Il teatro del ‘600 a Roma era uno spazio condiviso tra dilettanti e professionisti. Le Conversazioni erano centri produttivi di teatro, disseminati nelle contrade ma anche legati ad ambienti accrediti del mondo teatrale. Erano laboratori per la sperimentazioni di nuovi tipi di commedia.

 Raissa Raskina evidenzia quella che è stata la ricezione del mito della commedia dell’arte in Russia nel primo Novecento. La personalità che sta al centro della ricerca sulla commedia dell’arte è Mejerchol’d. Il suo lavoro si interrompe dopo la rivoluzione ma sarà continuato dai suoi collaboratori più stretti nel corso degli anni Venti. Il teatro della commedia popolare ha come scopo il mettere in scena nuovi repertori, a partire da semplici soggetti per poi improvvisare. A Mosca e a San Pietroburgo negli anni Venti prolificano questi piccoli teatri dell’improvvisazione.

Mejerchol’d ha espresso l’idea che la sorgente vitale del teatro sia la commedia  e non la tragedia. Il teatro secondo lui non è stata un’invenzione dei letterati, la sua vera natura è antiletteraria. La sua origine va ricercata nel baraccone della fiera. Proprio per la sua natura antiletteraria, nel teatro ha una grande importanza il corpo dell’attore. La commedia dell’arte invece di rivestire la carcassa asciuga i testi.

Un esempio dell’attenzione russa verso la commedia dell’arte è “La principessa Turandot” di Vachtangov. La versione che si può vedere oggi ha in realtà poco a che vedere con lo spettacolo di Vachtangov. È una ripresa del 1972, di uno spettacolo rimontato da un attore che faceva parte del primo cast dello spettacolo del 1922. Vachtangov rappresenta una cultura teatrale contrapposta a Mejechol’d. per Vachtangov il teatro d’arte è un teatro che non sa mentire, un teatro della verità. Nella “Principessa Turandot” si mette in scena il rapporto tra l’autore di oggi e questo teatro, vi è infatti un atteggiamento di forte ironia verso il test di Gozzi.

Tommaso Martini

14 dicembre 2007

 

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