“Le teorie possono interessare gli studiosi del teatro, ma non gli attori. Il vero modo di imparare a recitare è recitare osservando la vita, l’umanità, i compagni di scena, sia i bravi che quelli che non lo sono” Eduardo De Filippo.
Il
31 ottobre 1984
morì a Roma Eduardo De Filippo,
geniale autore, attore e regista
teatrale che osservò e rappresentò la
quotidianità e l’atmosfera della Napoli
di una volta, animata dal rito del
caffè, da mille situazioni buffe e
drammatiche, da un misto di sorniona
ironia e malinconica rassegnazione,
ingredienti propri di una filosofia di
vita tipicamente napoletana.
Nacque a Napoli il 24 maggio del 1900, suo padre era il commediografo Eduardo Scarpetta e sua madre Luisa De Filippo. Figlio d’arte, ebbe due fratelli, anche essi grandi attori, Titina e Peppino, con il quale ebbe un rapporto controverso fatto di gelosie e incompatibilità.
Il teatro di Eduardo, che ha lasciato una profonda traccia nel patrimonio culturale italiano, si rifaceva alla tradizione ottocentesca su cui si innestavano aspetti della poetica neorealista in relazione alla quale metteva in scena vivaci situazioni popolari, prevalentemente familiari, che, seppur dolorose e misere, erano colorate dall’energia comunicativa del dialetto napoletano.
La sua arte, inizialmente aderente alla farsa tradizionale napoletana, col tempo si evolse con l’adozione di una drammaturgia sempre più complessa che volgeva lo sguardo alle storie di una Napoli che diventò il simbolo della condizione tragicomica di tutta l’umanità.
La formazione comica, tuttavia, influenzò la stesura di tutte le sue piecès teatrali in modo da creare un originale stile di scrittura contraddistinto dal superamento di ogni registro di genere e, quindi, da un complesso melange di comico e drammatico.
Determinante nella sua vita e influente sulla sua poetica fu, nel 1933, l’incontro con Luigi Pirandello, scrittore che amava e stimava in modo considerevole, con cui condivideva una fine sensibilità e un amore profondo per il teatro. Tradusse, così, in commedia, la novella pirandelliana "L’abito nuovo" e rappresentò più volte "Il berretto a sonagli".
Il primo lavoro teatrale di Eduardo fu "Farmacia di turno", un atto unico del 1920 in cui sono già palesi certi aspetti tipici delle sue commedie: l’ambientazione piccolo borghese, un luogo di ritrovo della collettività appartenente a classi diverse, i giochi beffardi del destino, il taglio realistico della vicenda e un’ironia molto particolare.
"Uomo e galantuomo" (1922), "Ditegli sempre di sì" (1927), "Chi è chiù felice ‘ e me", "Quei tristi figuri di trent’anni fa" (1929), sono opere in cui sono centrali i motivi della pazzia come fuga dalle ipocrite convenzioni sociali e quelli relativi alla fatica del mestiere d’artista, che, per sopravvivere, è sempre costretto ad accettare compromessi di ogni sorta.
In queste prime commedie è già evidente lo scontro dell’individuo con la società, anche se Eduardo non ha ancora del tutto abbandonato i lazzi e le trovate propri del teatro comico imperante.
Il 1930 fu l’anno di nascita di uno degli atti unici più divertenti e longevi del teatro di Eduardo:"Sik-Sik l’artefice magico", storia comica ed amara di un illusionista da strapazzo che nel giro di poco tempo conquista tutta Napoli. Questa commedia fu anche l’ultima che l’attore interpretò prima di ritirarsi, dopo aver portato in scena tutte le commedie che nel corso della sua vita era andato scrivendo.
Con "Natale in Casa Cupiello" (1931) [Nel video una scena dell'atto primo: Lucariello e Tommasino], considerato uno dei capolavori della sua produzione, l’autore si orientò verso l’invenzione poetica, diminuendo le situazioni comiche, le trovate grottesche, per spostare l’analisi su quel dolore umano che caratterizzò tuta la sua produzione teatrale a partire dal 1945, anno in cui andò in scena "Napoli milionaria", straordinario dramma che ritrae una Napoli devastata e immiserita dalla guerra.
Con la sua città l’artista ebbe un crescente sentimento di amore- odio che espresse attraverso amare critiche soprattutto rivolte alle amministrazioni locali che non si prodigavano per migliorare la situazione civile. Quando nel 1950 uscì il film tratto da "Napoli milionaria", il democristiano Colasanti chiese pubblicamente che si desse l’ostracismo a quella commedia che denigrava l’Italia diffondendo per il mondo le immagini di una Napoli in balia della miseria. Proprio Colasanti, tuttavia, qualche anno dopo chiese un’offerta in denaro a favore dei bimbi dei bassifondi a Eduardo, che , in una lettera ad un giornale scrisse: “Mi meraviglia molto che l’On. Colasanti, dopo essersi scagliato contro Napoli milionaria e avermi accusato di diffamare l’Italia, mi chieda un’offerta per i bambini dei bassi. Dunque l’Onorevole sa che a Napoli esiste la miseria...”.
Le commedie successive di De Filippo, sempre aderenti al filone drammatico, furono:
Filumena Marturano e Questi fantasmi (1946); Le voci di dentro (1948); Mia famiglia e Bene mio e core mio (1955); De Pretore Vincenzo (157); Sabato domenica lunedì (1959); Il sindaco del rione Sanità (1960); Il figlio di Pulcinella (1962); L’arte della commedia (1965); Il contratto (1967); Il monumento (1970 e Gli esami non finiscono mai (1973).
Degna di particolare attenzione è "Filumena Maturano", una tra le commedie dell’autore più conosciute e rappresentate all’estero, scritta per la adorata sorella Titina che desiderava interpretare un ruolo femminile da protagonista. La commedia fu portata in scena per la prima volta al teatro Politeama di Napoli nel 1946 e prende spunto da un reale avvenimento di cronaca: una donna che a Napoli conviveva con un uomo senza essere sposata era riuscita ad unirsi in matrimonio fingendosi moribonda.
Furono ben due le versioni cinematografiche di tale opera: del 1951, con la regia dello stesso Eduardo De Filippo e una Filumena interpretata dalla sorella Titina cui non volle togliere il ruolo, pur essendosi proposta Anna Magnani. Del 1964, intitolata "Matrimonio all’italiana" con la regia di Vittorio De Sica e l’interpretazione di Sofia Loren e Marcello Mastroianni.
A distanza di anni dalla scomparsa, a Eduardo va riconosciuto il merito di aver elevato il teatro napoletano ad un livello di dignità e risonanza internazionale.
Le sue commedie, seppur rappresentate ancora oggi in modo brillante, sono prive della sua straordinaria regia, della sua ben calibrata gestualità, del suo volto, meravigliosa maschera espressiva di commovente umanità che incarnò realisticamente l’uomo comune, che, costretto ad affrontare il dolore e le difficoltà della vita, riesce comunque a cavarsela attraverso espedienti di ogni sorta e ad avere la meglio sull’incertezza della quotidianità.
Antonella Fontanella antofonta@gmail.com
29 ottobre 2007
