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È frutto di una fantasia sconfinata e dissacrante. È il
non luogo di personaggi deliranti la cui esasperazione
indossa l’abito di una feroce comicità. È il teatro di
Antonio Rezza e Flavia Mastrella.
I due artisti, che dal 1987 hanno realizzato insieme molte
opere, in questa intervista, raccontano il loro modo di
concepire l’arte e presentano Fotofinish, spettacolo
in cui Rezza è un uomo che si fotografa molte volte per
sentirsi meno solo. Una volta moltiplicatasi la sua
immagine, giunge a credersi un politico che parla davanti ad
una folla, di fatto, inesistente.
Dal 2 al 31 dicembre sarai in scena al teatro
Vascello di Roma con Fotofinish in bianco e nero, uno
spettacolo rappresentato per la prima volta nel 2003. Il
titolo a cosa si riferisce?
Rezza:Fotofinish
soltanto, non in bianco e nero, perché in bianco e
nero erano soltanto le anteprime, poi diventa tutto
bianco. Non fa riferimento a niente il titolo, c’è un
uomo che si fotografa per moltiplicarsi e non sentirsi
troppo solo, quindi è un pretesto il titolo.
Un pretesto, anche perché il vostro tipo di spettacoli è
come le opere d’arte. Non si propone di narrare ma ,
forse,di evocare…
Mastrella:
non è proprio evocativo il nostro fenomeno creativo perché
noi diamo una soluzione di realtà, più che altro. Una realtà
da vivere o da subire.
Hai curato l’allestimento scenico di Fotofinish di
cui sei regista con Antonio Rezza…
Mastrella:L’allestimento
scenico è un habitat. Antonio lo vive, improvvisa in questo
habitat e poi nasce lo spettacolo vero e proprio.
…Le stoffe, In che relazione sono con il corpo,e quindi,
con Rezza?
Mastrella:Guarda,
il discorso delle stoffe è iniziato da quando abbiamo
cominciato a lavorare assieme. L’esperienza che ho fatto con
Antonio è l’esperienza dei quadri di scena che chiamavo
scenografia da indossare. Erano elementi di stoffa che
facevano sia da architettura che da costume. In Fotofinish
sono andata oltre la bidimensionalità e sono entrata nel
mondo sia dell’habitat che delle sculture : ci sono dei
microcosmi, delle sfere rotonde che Antonio usa e che
diventano sia ospedali che costume da suora.
Qual è il ruolo del corpo nelle tue perfomances teatrali?
Rezza:
Ha un ruolo centrale perché non scrivo con le parole, scrivo
con il corpo in movimento. Non che sia una scrittura di
scena, assolutamente. È un modo diverso di avere un testo
che poi viene metabolizzato dal movimento estremo del corpo.
Quindi, penso che un corpo stanco porti a delle soluzioni
dialettiche diverse. Ecco perché non mi piace la narrazione,
perché con il corpo seduto non si può arrivare ad esprimere
i concetti della sofferenza vera. Anche attraverso la
comicità si può esternare la sofferenza. Io credo che un
corpo stanco, spossato, abbia anche dei suoni diversi. Io
suono diversamente perché mi stanco. Non mi piace chi non si
stanca, chi non si offre con la sofferenza del corpo. Quando
parlo di queste cose mi dicono:- “la Body Art “ ha già
fatto tutto. Io non parlo di squartarsi la pelle in
scena, io parlo di compressione polmonare. Se uno lo
condivide, lo condivide, se uno non lo condivide, peggio per
lui.
Picasso dichiarò che l’arte è una bugia che serve a
comprendere la verità .Per te cos’è, in sintesi, l’arte?
Mastrella.
Io non la penso come Picasso, perché l’arte non è una bugia.
Almeno per questo momento storico. Io penso che l’arte sia
l’unica forma di lotta che c’è nel Duemila.
Ultimamente il pubblico si appassiona molto per le
narrazioni teatrali d’impegno civile forse perché ,in parte,
è venuto meno un giornalismo basato sull’approfondimento dei
fatti. Cosa pensi di questo genere teatrale?
Rezza:
Non è che il teatro civile porti la verità. Porta la
menzogna con i soldi dello Stato. Io penso che il teatro
debba essere incivile perché l’inciviltà è più vicina ai
bisogni ancestrali. Non mi piace l’impegno civile. Non mi
interessa proprio. Noi viviamo in un Paese in cui ci fanno
credere che Saviano è in pericolo di vita. Ecco dove
viviamo. Ecco a cosa porta l’impegno civile, alla
mistificazione. Io voglio arricchirmi e arricchire il
pubblico attraverso la fantasia. Io non voglio raccontare
una storia che il pubblico già sa. Non è questo il ruolo
dell’arte. Non è questa la lotta. Non si lotta così. La
fantasia è lo strumento più eversivo che c’è. È questo che
noi portiamo in scena. Noi non ci facciamo appoggiare da
nessuno, né dallo Stato.
A parte Fotofinish, avete altri progetti artistici in
corso?
Rezza:
Stiamo preparando lo spettacolo nuovo che debutterà fine
estate, autunno prossimo.
Mastrella:
è appena terminata “Autopatia”, che era una mia mostra
sugli stati emotivi nel traffico. C’era fino a ieri.
Preparerò lo spettacolo con Antonio e poi ,verso febbraio,
farò un’altra mostra sulle sculture in tasca.
Antonella
Fontanella
20 novembre
2008
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