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La sala è piena e il pubblico,
presumibilmente informato del tipo di spettacolo a cui sta
per assistere, si dimostra da subito partecipe e caloroso.
La rappresentazione comincia illustrando una banalissima
storia senza nessun significato apparente, recitata
dall'unica interprete femminile in scena.
A mezzogiorno, su un tram della linea S, un giovane dal
collo lungo e con un cappello floscio, litiga con un altro
passeggero che a suo dire non perde occasione per pestargli
i piedi. Abbandona però immediatamente la discussione per
lanciarsi su un posto lasciato vuoto. Due ore più tardi,
quello stesso giovane si trova davanti alla stazione di
Saint Lazare e parla con un amico che gli consiglia di
diminuire la sciallatura del suo soprabito facendo
aggiungere un bottone da una bravo sarto.
Subito appresso, a rivelare il meccanismo che sarà proprio
di tutto lo spettacolo, ecco la riproposizione di questa
stessa trama in varie lingue straniere, imitate in versione
maccheronica.
Esercizi di stile è infatti una serie di 99
variazioni dello stesso racconto, originariamente scritta
dall'autore francese Raymond Queneau nel 1947, portata poi
in scena in Francia e successivamente in Italia dove, a
partire dal 1989 il successo ha garantito a questo
spettacolo ben vent'anni di repliche.
Le versioni della storia che i tre attori mettono in scena a
tutt'oggi sono circa 60, dopo che negli anni lo spettacolo è
stato limato togliendo alcune parti fino ad arrivare alla
forma ottimale.
Per una mentalità abituata al concetto di originalità, a
pretendere sempre nuovi intrecci e nuovi finali, sembra
incredibile che la ripetizione della stessa trama per
sessanta volte possa non essere noiosa; eppure è così.
Anche se non tutte le variazioni sono ugualmente divertenti
e alcuni tra le primissime durano appena più del dovuto,
perdendo così un po' della loro incisività, bastano pochi
minuti affinché lo spettacolo prenda il volo.
La rappresentazione diventa vivace e coinvolgente e si
assesta su un ritmo serrato riuscendo a far scorrere un'ora
e mezza in un lampo, tra molti applausi e risate.
Oltre alla velocità della recitazione, anche
l'avvicendamento degli attori sul palco è un meccanismo
perfettamente oliato che li vede sparire e riapparire come
per magia con accessori di scena sempre diversi che,
sovrapposti alla neutra divisa bianca, caratterizzano la
miriade di personaggi messi in scena.
C'è di tutto nella galleria preparata per il pubblico: dai
tre anziani che discutono e si interrompono a vicenda, al
quiz con due concorrenti bislacchi e spassosissimi, dal
macho all'insicuro, dall'intellettuale al volgare, dal
lezioso al romanaccio, passando per molti altri dialetti e
caratterizzazioni, sia di personaggi che di linguaggio.
Non mancano poi varie forme cantate e una serie di
espedienti drammaturgici: il racconto viene infatti
compresso o allungato, da un lato riducendolo a poche parole
o gesti essenziali, dall'altro ricamando sui dettagli della
storia o narrandola da differenti punti di vista.
L'alchimia tra gli attori è perfetta e rodata e lascia
spazio anche all'improvvisazione che interviene a gestire
gli errori occasionali, rendendo il tutto ancora più
divertente per il pubblico perché mostra il piacere degli
interpreti, presi nel gioco del loro recitare.
Interpreti dei quali non si può non ammirare la versatilità,
di pari livello in tutti e tre, anche se a brillare per
espressività del corpo e della voce è soprattutto l'elemento
femminile del trio.
La grinta e l'energia di Ludovica Modugno, la stessa che si
ritrova incontrandola fuori dalle scene, fa emergere
distintamente tutti i personaggi che interpreta.
Lucia Ferroni
1 dicembre
2009
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