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GianMarco's Way

di Antonella Fontanella

Intervista a GianMarco Tognazzi sul cinema, il teatro e il nuovo spettacolo "In Panne"

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"Il pubblico vuole vedere sempre gli stessi film. Invece bisogna deluderlo, altrimenti non si farebbe nulla di interessante nell'arte"
Woody Allen

 GianMarco Tognazzi, affermato e versatile attore romano, in questa intervista, ci svela il suo punto di vista sul Cinema e sul Teatro. Ci presenta, inoltre, lo spettacolo teatrale “In Panne”, di cui sarà protagonista a partire dal diciannove novembre.

Hai iniziato la tua carriera cinematografica molto giovane…

Si, diciamo che fino ad una certa età ero una sorta di  divertimento per il papà perché se serviva un ruolo, lo si faceva fare al figlio di turno che  aveva l’età giusta per la parte. Ma quello non è lavorare, non è neanche la dimensione del lavoro, è un gioco. Sono, tuttavia,   dei ricordi che incidono sulle scelte del futuro perché magari ti ci si trova bene e diventa una passione. Ciò accade in età più avanzata perché fino a tredici- quattordici anni non si ha ancora una chiara percezione del mestiere dell’attore.

C’è stato un incontro significativo che ha dato una svolta alla tua carriera professionale?

In realtà c’ è stato l’esempio indiretto di mio fratello Ricky, non è che mi abbia spinto. Avevo, infatti, notato che il rapporto tra mio padre e mio fratello si era ben saldato perché aveva visto che Ricky, volendo fare il regista, andava a fare l’assistente volontario. Si era reso conto che i suoi figli non facevano questa scelta per comodità, pur essendoci comunque il vantaggio di conoscere le persone che potevano permettere di fare l’assistente volontario. Ciò  non è un dettaglio. Avevamo  sicuramente delle carte in più rispetto a chi parte dal nulla per quanto riguarda le conoscenze. Per cui, vedendo che lui andava a fare l’assistente, che faceva l’aiuto regista, che poi gli chiedevano anche di fare l’attore, avevo deciso di seguire il suo esempio. D’estate, invece di andare in  vacanza, già dai quattordici – quindici anni ho cominciato a chiedere di andare sui set per fare l’assistente volontario, per capire cosa succedeva aldilà del mestiere dell’attore,  per quanto riguarda tutti gli altri ruoli come la produzione, la regia. Ho trascorso  tre- quattro estati così . Grazie a ciò, mio padre iniziò a considerarmi in modo diverso. Vedeva, infatti, il sacrificio del ragazzino che invece di andarsene  al mare andava sul set. Il ruolo di assistente  è un ruolo abbastanza impegnativo perché non è ben definito, viene chiesto di fare un po’ tutto. Se sei alle prime armi, dimostri entusiasmo, per cui ti sbatti come un’anguilla a sinistra e a destra. Credo che ciò abbia fatto capire a mio padre  che, oltre lo spirito d’emulazione e il divertimento,  c’erano anche  passione  e interesse nel  conoscere  quello che ruota attorno ad un film. Avevo deciso di  fare l’assistente volontario come Ricky anche perché questa cosa aveva creato tra lui e mio padre  un rapporto professionale. Così mi era anche più facile  partecipare alle sue cene di lavoro e assistere a quelle che erano le loro  discussioni sul cinema, sulla preparazione di un film, di una sceneggiatura, di un ruolo, sul rapporto tra regista e attore. Anche se era mio padre,  i discorsi erano comunque sempre legati al mondo del lavoro, ossia al cinema, al teatro, alla televisione.

Hai recitato in molti film interpretando spesso dei personaggi disadattati o devianti: il teppista in Crack, il perdigiorno romano in Teste rasate, l’universitario fuori corso in I  laureati, il brigatista in Guido che sfidò le brigate rosse, lo sfigato con disturbi psicosomatici in Uomini senza donne.

È per caso o per scelta che hai spesso interpretato dei ruoli di questo tipo?

No,  guarda,  io credo che in realtà il cinema sia un mestiere per cui l’attore difficilmente può scegliere, viene scelto nell’ 80 % dei casi. Ci si può permettere di scegliere soltanto se si arriva ad una posizione molto privilegiata perché  si ricevono tante proposte. Però sono periodi. Poi ci sono i periodi di magra, in cui arrivano poche proposte. Le scelte sono in qualche modo subordinate a quello che ti viene richiesto da  un regista che ti vuole vedere per quel ruolo oppure da una produzione che ti chiede di fare un provino. A me è capitato, nell’equilibrio della coppia, che Gassmann  facesse spesso quello preciso ed io quello sballato, perché ero facilitato dalla mia estroversione, dal  mio modo di essere. Nella realtà dei fatti, nella vita, è , tuttavia, l’esatto contrario. Io sono molto più preciso di lui. Certo, se devo scegliere di fare un film facile  o interpretare un personaggio discutibile quale poteva essere il ragazzino  che diventa nazischin, preferisco  un personaggio più scomodo perché non ancora affrontato. Non sono uno che torna a ripetere ciò che ha già fatto, anche se può portare dei vantaggi di conferma nazionalpopolare, in termini di pubblico. C’è ormai questa attitudine ad affezionarsi ad una tipologia da cui poi diventa difficile uscire.

Se devo pensare alla possibilità di ripetermi ed essere più visibile, o a quella di cambiare, ed esserlo di meno, preferisco la seconda, perché altrimenti non trovo lo stimolo per fare qualcos’altro.  Una carriera è fatta in alcuni casi, di scelte personali, nella maggior parte dei casi si è scelti per interpretare un ruolo.

Si parla spesso della crisi del cinema italiano. Secondo te, si può affermare che ci sia anche una crisi di idee?

No, io non credo che ci sia una crisi di idee, né legata  ai nostri autori, ai nostri registi, ai nostri attori. Io credo che la qualità, per il tipo di strutturazione che abbiamo, è altissima, ma veramente altissima. Non c’è, infatti,  una vera e propria strutturazione. Tutto è abbastanza casuale, per tanti versi. La crisi  del cinema purtroppo è data da una mancanza di riforma. Quello che sta succedendo per quanto riguarda la scuola, per esempio, in riferimento al cinema non  è mai stato affrontato  oppure è stato sempre gestito con delle contromisure che non sono adatte.  Ci deve essere la volontà di ristrutturare un’industria che, in un paese da sessanta milioni di persone, deve avere  un bacino d’utenza e di lavoro che merita. È  difficile pensare che sia equilibrato un cinema fatto di venticinque- trenta titoli in un paese come il nostro. È chiaro che ciò  è insufficiente sia per il numero di attori che ci sono che per il numero di registi. Se continueranno  a non esserci un interesse collettivo e  una politica volti a  ricreare il bacino d’utenza cinematografico, preservando e proteggendo la struttura cinema in maniera equa, tutto  il resto è ovvio che ne risentirà. Essendosi  i film ridotti da ottanta titoli, che erano già pochi, a circa trenta,  è ovvio che questi film sembrano incassare di più oggi. Ma questo incasso è dovuto al fatto che c’è una moria intorno. Questa è la realtà. Voglio dire,  basterebbe prendere come  esempio  i francesi o anche gli americani che ieri sera hanno dimostrato un livello alto di democrazia nel perdere o vincere un’elezione, quindi anche garbo e riconoscimento di collaborazione. A noi queste caratteristiche inspiegabilmente  mancano. Mancano le caratteristiche di saper accettare certe realtà e saperle  riorganizzare. Se ci sarà un interesse, il cinema potrà e potrebbe avere un bacino d’utenza nettamente superiore. È ovvio che tagliando, essendoci pochi film, questi vengono più visti. Non è che questo cinema sia necessariamente migliore di quello che si faceva dieci , quindici o vent’anni fa. I film italiani hanno budget che sono il minimo indispensabile per poter essere concorrenziali a livello tecnico e  di tempistica lavorativa. Se per girare una scena,  si ha un giorno, è un conto, se si hanno solo due ore è un altro conto. Si può  essere bravi quanto si  pare e avere la storia che consente di fare i film senza soldi, ma ciò  non può essere la regola. Purtroppo il cinema italiano ha come regola quella di fare film con soldi appena sufficienti per fare un prodotto decente. E quindi è chiaro che non si può pretendere di più. È proprio un discorso molto  complicato e  generale. La crisi del cinema non è , infatti, riconducibile ad un problema ma ad una serie di volontà che bisogna capire se torneranno ad esserci oppure no. Il  nostro cinema continua a vivere di qualche exploit e di questo limbo che lo fa rimanere fermo.

Eppure i film di Natale, di basso livello qualitativo,registrano incassi da record…

Quelli ci sono sempre stati, il problema non è quello. Quelli ci devono essere come ci deve essere una serie di altri film. Ci sono film che non hanno un’impostazione distributiva iniziale importante e rischiano di non arrivare mai nelle sale. Quando il pubblico li vede con altri mezzi, attraverso i dvd oppure  internet, scopre che anche piccoli film avevano in sé trame o raccontavano storie più o meno reali. Li  apprezza,  si chiede e mi chiede come mai quei film non siano mai arrivati al cinema. Come ce ne sono altri, orrendi, che arrivano al cinema indipendentemente dal loro valore. È una questione di strutturazione, che è legata a troppi fattori. La crisi del cinema è un argomento talmente vasto da affrontare che non si risolve, purtroppo, né con una domanda né con una risposta, si rischia  di esser superficiali  o di dare la responsabilità solo ad un fattore, mentre i fattori sono tanti. Si risolve, perlomeno, con un confronto e una volontà  che ancora mancano. Sennò, a distanza di 35 anni,non staremo ancora a chiedere una legge sul cinema, ad avere ancora parametri legati al dopoguerra che fanno si che il cinema italiano abbia una gestione desueta e improponibile per essere concorrenziali. Ed è uno dei motivi per cui, forse, non andiamo neanche all’estero.

Sei un attore sia cinematografico che teatrale. Quali sono gli aspetti che prediligi del cinema e quali sono le peculiarità che più apprezzi nel teatro?

Il cinema è utopisticamente un mestiere che mi  piace fare, che mi piaceva fare perché avevo dei riferimenti ad un cinema che non c’è più. Non mi riferisco alle storie narrate ma al modo con cui si lavorava. La strutturazione che c’era dietro l’industria cinema  era un èlite rispetto alle altre forme d’arte che sono assolutamente dignitose ma dove la differenza è la qualità.  Il cinema dipende da che tipo di film si ha la fortuna di fare, che accresce il proprio grado di coinvolgimento. Certe volte si parte con l’autoconvinzione che si riuscirà a fare delle cose, che il film riuscirà comunque, nonostante non abbia grossi mezzi. Invece, se realizzato, spesso non arriva neanche al pubblico. C’è la delusione nonostante tutte le buone intenzioni e il film non viene fuori come immaginavi che venisse. Il cinema è dei registi, c’è poco da fare. Non è degli attori, con alcune eccezioni.  È un mestiere per cui tendi ad essere scelto, non è che puoi scegliere di farlo da solo. Il teatro, invece, se l’attore  ha seminato,ha dato prova di costanza, ha un pubblico ormai affezionato, girando e andando ospite nelle città dove  è solito portare  il suo spettacolo, dà la  possibilità di contatto diretto e di gestione più libera  di quello che  propone di se stesso. Chiaramente non tutti. Io, però, credo di essermi coltivato bene il mio spazio teatrale negli anni e oggi ha la fortuna di poter decidere di mettere in piedi con la mia compagnia lo spettacolo che voglio io, per cui sono tra virgolette più libero, indipendente, so cosa proporre e come propormi. Invece, per quanto riguarda il cinema, devo essere scelto. Per cui, aldilà della differente disciplina, la possibilità di fare teatro è anche un modo per sentirsi più autonomi. Quindi non c’è una preferenza, il sogno di tutti è fare teatro e poterlo abbinare al cinema ogni tanto e, perché  no, anche alla fiction, che oggi come oggi dà quella popolarità necessaria che fa sì che si possa essere scelti  più facilmente come protagonisti di un film. Oggi, quello che regna su tutto, sulla qualità, sulla capacità, sull’immagine, è , in qualche modo, la notorietà. È una cosa spiacevole, ma è così.

È chiaro che la televisione, che è anche migliorata in termini di produzioni, è sicuramente un mezzo  di grande fruibilità. La popolarità s’accresce e permette di avere un pubblico che poi ti segue anche al cinema.

L’importante è non inflazionarsi troppo in tutti questi campi perché poi si arriva a saturazione. È un’arma a doppio taglio. L’unica eccezione è, forse,  il teatro con cui ci si gioca il rapporto  nell’ordine di cento, centocinquanta date all’anno, che, bene che vada, sono cinquecento persone a sera, sono quaranta mila- cinquantamila persone all’anno. In rapporto all’incasso cinematografico  o al pubblico televisivo, si parla certamente di un pubblico di nicchia. Il teatro  inflaziona poco. Anche per questo si fa una scelta più sicura puntando sul teatro.

 In questi giorni stai facendo le prove dello spettacolo  teatrale: La più bella giornata della mia vita, per la regia di Armando Pugliese. Di cosa si tratta?  

Quello è il sottotitolo, in realtà il titolo vero è In panne che è una novella di Durrenmatt, un grandissimo autore svizzero- tedesco. È  un grottesco sulla giustizia e sulla aspetto della megalomania, credo che siano due elementi ancora attuali. Mi sembra che ne abbiamo un certo tipo di esempio continuo.

Ormai siamo governati dalla megalomania…

In senso generale, senza fare riferimento necessariamente a lui.  Si tratta della megalomania e della giustizia in senso lato. Anche la pena di morte, un argomento trattato il più delle volte in modo drammatico, in questo caso è trattato in modo grottesco, non dico surreale ma paradossale. È un bel modo di continuare a far conoscere Durrenmatt ,anche  se non ce ne é bisogno. Spero che questo testo teatrale possa diventare, grazie alla collaborazione con un mio amico regista, un film. Per ora c’è lo spettacolo con un grandissimo regista teatrale che è Armando Pugliese, con cui sto lavorando in modo meraviglioso perché mi sta insegnando tantissime cose e perché è un piacere lavorare con una persona di un’intelligenza , a mio giudizio, superiore.

Quando inizia la tournèè?

 Debuttiamo a Perugia il  diciannove  o venti di novembre, poi ci sono delle date a Bassano. Abbiamo  soltanto un’altra decina di repliche fino a  Natale, perché io forse devo incastrare col teatro un altro impegno precedente. Dal dieci gennaio fino al quindici marzo, la tournèe fila liscia in tutta Italia: Sicilia, Marche, Puglia, Sardegna, Toscana, Veneto. Andrò  in provincia , però, che mi sta più nel cuore, io amo molto il pubblico di provincia. Non nego che amo di più fare lo spettacolo in provincia che in città. Questo è un gusto mio personale.

Antonella Fontanella

10 novembre 2008

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola