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"Il pubblico vuole vedere sempre gli stessi film. Invece
bisogna deluderlo, altrimenti non si farebbe nulla di
interessante nell'arte"
Woody Allen
GianMarco Tognazzi, affermato e versatile
attore romano, in questa intervista, ci svela il suo punto
di vista sul Cinema e sul Teatro. Ci presenta, inoltre, lo
spettacolo teatrale “In Panne”, di cui sarà
protagonista a partire dal diciannove novembre.
Hai iniziato la tua carriera cinematografica molto giovane…
Si, diciamo che fino ad una certa età ero una sorta di
divertimento per il papà perché se serviva un ruolo, lo si
faceva fare al figlio di turno che aveva l’età giusta per
la parte. Ma quello non è lavorare, non è neanche la
dimensione del lavoro, è un gioco. Sono, tuttavia, dei
ricordi che incidono sulle scelte del futuro perché magari
ti ci si trova bene e diventa una passione. Ciò accade in
età più avanzata perché fino a tredici- quattordici anni non
si ha ancora una chiara percezione del mestiere dell’attore.
C’è stato un incontro significativo che ha dato una svolta
alla tua carriera professionale?
In realtà c’ è stato l’esempio indiretto di mio fratello
Ricky, non è che mi abbia spinto. Avevo, infatti, notato che
il rapporto tra mio padre e mio fratello si era ben saldato
perché aveva visto che Ricky, volendo fare il regista,
andava a fare l’assistente volontario. Si era reso conto che
i suoi figli non facevano questa scelta per comodità, pur
essendoci comunque il vantaggio di conoscere le persone che
potevano permettere di fare l’assistente volontario. Ciò
non è un dettaglio. Avevamo sicuramente delle carte in più
rispetto a chi parte dal nulla per quanto riguarda le
conoscenze. Per cui, vedendo che lui andava a fare
l’assistente, che faceva l’aiuto regista, che poi gli
chiedevano anche di fare l’attore, avevo deciso di seguire
il suo esempio. D’estate, invece di andare in vacanza, già
dai quattordici – quindici anni ho cominciato a chiedere di
andare sui set per fare l’assistente volontario, per capire
cosa succedeva aldilà del mestiere dell’attore, per quanto
riguarda tutti gli altri ruoli come la produzione, la regia.
Ho trascorso tre- quattro estati così . Grazie a ciò, mio
padre iniziò a considerarmi in modo diverso. Vedeva,
infatti, il sacrificio del ragazzino che invece di
andarsene al mare andava sul set. Il ruolo di assistente è
un ruolo abbastanza impegnativo perché non è ben definito,
viene chiesto di fare un po’ tutto. Se sei alle prime armi,
dimostri entusiasmo, per cui ti sbatti come un’anguilla a
sinistra e a destra. Credo che ciò abbia fatto capire a mio
padre che, oltre lo spirito d’emulazione e il
divertimento, c’erano anche passione e interesse nel
conoscere quello che ruota attorno ad un film. Avevo deciso
di fare l’assistente volontario come Ricky anche perché
questa cosa aveva creato tra lui e mio padre un rapporto
professionale. Così mi era anche più facile partecipare
alle sue cene di lavoro e assistere a quelle che erano le
loro discussioni sul cinema, sulla preparazione di un film,
di una sceneggiatura, di un ruolo, sul rapporto tra regista
e attore. Anche se era mio padre, i discorsi erano comunque
sempre legati al mondo del lavoro, ossia al cinema, al
teatro, alla televisione.
Hai recitato in molti film interpretando spesso dei
personaggi disadattati o devianti: il teppista in Crack,
il perdigiorno romano in Teste rasate,
l’universitario fuori corso in I laureati, il
brigatista in
Guido che
sfidò le brigate rosse, lo sfigato con disturbi
psicosomatici in Uomini senza donne.
È per caso o per scelta che hai spesso interpretato dei
ruoli di questo tipo?
No, guarda, io credo che in realtà il cinema sia un
mestiere per cui l’attore difficilmente può scegliere, viene
scelto nell’ 80 % dei casi. Ci si può permettere di
scegliere soltanto se si arriva ad una posizione molto
privilegiata perché si ricevono tante proposte. Però sono
periodi. Poi ci sono i periodi di magra, in cui arrivano
poche proposte. Le scelte sono in qualche modo subordinate a
quello che ti viene richiesto da un regista che ti vuole
vedere per quel ruolo oppure da una produzione che ti chiede
di fare un provino. A me è capitato, nell’equilibrio della
coppia, che Gassmann facesse spesso quello preciso
ed io quello sballato, perché ero facilitato dalla mia
estroversione, dal mio modo di essere. Nella realtà dei
fatti, nella vita, è , tuttavia, l’esatto contrario. Io sono
molto più preciso di lui. Certo, se devo scegliere di fare
un film facile o interpretare un personaggio discutibile
quale poteva essere il ragazzino che diventa nazischin,
preferisco un personaggio più scomodo perché non ancora
affrontato. Non sono uno che torna a ripetere ciò che ha già
fatto, anche se può portare dei vantaggi di conferma
nazionalpopolare, in termini di pubblico. C’è ormai questa
attitudine ad affezionarsi ad una tipologia da cui poi
diventa difficile uscire.
Se devo pensare alla possibilità di ripetermi ed essere più
visibile, o a quella di cambiare, ed esserlo di meno,
preferisco la seconda, perché altrimenti non trovo lo
stimolo per fare qualcos’altro. Una carriera è fatta in
alcuni casi, di scelte personali, nella maggior parte dei
casi si è scelti per interpretare un ruolo.
Si parla spesso della crisi del cinema italiano. Secondo te,
si può affermare che ci sia anche una crisi di idee?
No, io non credo che ci sia una crisi di idee, né legata ai
nostri autori, ai nostri registi, ai nostri attori. Io credo
che la qualità, per il tipo di strutturazione che abbiamo, è
altissima, ma veramente altissima. Non c’è, infatti, una
vera e propria strutturazione. Tutto è abbastanza casuale,
per tanti versi. La crisi del cinema purtroppo è data da
una mancanza di riforma. Quello che sta succedendo per
quanto riguarda la scuola, per esempio, in riferimento al
cinema non è mai stato affrontato oppure è stato sempre
gestito con delle contromisure che non sono adatte. Ci deve
essere la volontà di ristrutturare un’industria che, in un
paese da sessanta milioni di persone, deve avere un bacino
d’utenza e di lavoro che merita. È difficile pensare che
sia equilibrato un cinema fatto di venticinque- trenta
titoli in un paese come il nostro. È chiaro che ciò è
insufficiente sia per il numero di attori che ci sono che
per il numero di registi. Se continueranno a non esserci un
interesse collettivo e una politica volti a ricreare il
bacino d’utenza cinematografico, preservando e proteggendo
la struttura cinema in maniera equa, tutto il resto è ovvio
che ne risentirà. Essendosi i film ridotti da ottanta
titoli, che erano già pochi, a circa trenta, è ovvio che
questi film sembrano incassare di più oggi. Ma questo
incasso è dovuto al fatto che c’è una moria intorno. Questa
è la realtà. Voglio dire, basterebbe prendere come
esempio i francesi o anche gli americani che ieri sera
hanno dimostrato un livello alto di democrazia nel perdere o
vincere un’elezione, quindi anche garbo e riconoscimento di
collaborazione. A noi queste caratteristiche
inspiegabilmente mancano. Mancano le caratteristiche di
saper accettare certe realtà e saperle riorganizzare. Se ci
sarà un interesse, il cinema potrà e potrebbe avere un
bacino d’utenza nettamente superiore. È ovvio che tagliando,
essendoci pochi film, questi vengono più visti. Non è che
questo cinema sia necessariamente migliore di quello che si
faceva dieci , quindici o vent’anni fa. I film italiani
hanno budget che sono il minimo indispensabile per poter
essere concorrenziali a livello tecnico e di tempistica
lavorativa. Se per girare una scena, si ha un giorno, è un
conto, se si hanno solo due ore è un altro conto. Si può
essere bravi quanto si pare e avere la storia che consente
di fare i film senza soldi, ma ciò non può essere la
regola. Purtroppo il cinema italiano ha come regola quella
di fare film con soldi appena sufficienti per fare un
prodotto decente. E quindi è chiaro che non si può
pretendere di più. È proprio un discorso molto complicato
e generale. La crisi del cinema non è , infatti,
riconducibile ad un problema ma ad una serie di volontà che
bisogna capire se torneranno ad esserci oppure no. Il
nostro cinema continua a vivere di qualche exploit e di
questo limbo che lo fa rimanere fermo.
Eppure i film di Natale, di basso livello
qualitativo,registrano incassi da record…
Quelli ci sono sempre stati, il problema non è quello.
Quelli ci devono essere come ci deve essere una serie di
altri film. Ci sono film che non hanno un’impostazione
distributiva iniziale importante e rischiano di non arrivare
mai nelle sale. Quando il pubblico li vede con altri mezzi,
attraverso i dvd oppure internet, scopre che anche piccoli
film avevano in sé trame o raccontavano storie più o meno
reali. Li apprezza, si chiede e mi chiede come mai quei
film non siano mai arrivati al cinema. Come ce ne sono
altri, orrendi, che arrivano al cinema indipendentemente dal
loro valore. È una questione di strutturazione, che è legata
a troppi fattori. La crisi del cinema è un argomento
talmente vasto da affrontare che non si risolve, purtroppo,
né con una domanda né con una risposta, si rischia di esser
superficiali o di dare la responsabilità solo ad un
fattore, mentre i fattori sono tanti. Si risolve, perlomeno,
con un confronto e una volontà che ancora mancano. Sennò, a
distanza di 35 anni,non staremo ancora a chiedere una legge
sul cinema, ad avere ancora parametri legati al dopoguerra
che fanno si che il cinema italiano abbia una gestione
desueta e improponibile per essere concorrenziali. Ed è uno
dei motivi per cui, forse, non andiamo neanche all’estero.
Sei un attore sia cinematografico che teatrale. Quali sono
gli aspetti che prediligi del cinema e quali sono le
peculiarità che più apprezzi nel teatro?
Il cinema è utopisticamente un mestiere che mi piace fare,
che mi piaceva fare perché avevo dei riferimenti ad un
cinema che non c’è più. Non mi riferisco alle storie narrate
ma al modo con cui si lavorava. La strutturazione che c’era
dietro l’industria cinema era un èlite rispetto alle altre
forme d’arte che sono assolutamente dignitose ma dove la
differenza è la qualità. Il cinema dipende da che tipo di
film si ha la fortuna di fare, che accresce il proprio grado
di coinvolgimento. Certe volte si parte con
l’autoconvinzione che si riuscirà a fare delle cose, che il
film riuscirà comunque, nonostante non abbia grossi mezzi.
Invece, se realizzato, spesso non arriva neanche al
pubblico. C’è la delusione nonostante tutte le buone
intenzioni e il film non viene fuori come immaginavi che
venisse. Il cinema è dei registi, c’è poco da fare. Non è
degli attori, con alcune eccezioni. È un mestiere per cui
tendi ad essere scelto, non è che puoi scegliere di farlo da
solo. Il teatro, invece, se l’attore ha seminato,ha dato
prova di costanza, ha un pubblico ormai affezionato, girando
e andando ospite nelle città dove è solito portare il suo
spettacolo, dà la possibilità di contatto diretto e di
gestione più libera di quello che propone di se stesso.
Chiaramente non tutti. Io, però, credo di essermi coltivato
bene il mio spazio teatrale negli anni e oggi ha la fortuna
di poter decidere di mettere in piedi con la mia compagnia
lo spettacolo che voglio io, per cui sono tra virgolette più
libero, indipendente, so cosa proporre e come propormi.
Invece, per quanto riguarda il cinema, devo essere scelto.
Per cui, aldilà della differente disciplina, la possibilità
di fare teatro è anche un modo per sentirsi più autonomi.
Quindi non c’è una preferenza, il sogno di tutti è fare
teatro e poterlo abbinare al cinema ogni tanto e, perché
no, anche alla fiction, che oggi come oggi dà quella
popolarità necessaria che fa sì che si possa essere scelti
più facilmente come protagonisti di un film. Oggi, quello
che regna su tutto, sulla qualità, sulla capacità,
sull’immagine, è , in qualche modo, la notorietà. È una cosa
spiacevole, ma è così.
È chiaro che la televisione, che è anche migliorata in
termini di produzioni, è sicuramente un mezzo di grande
fruibilità. La popolarità s’accresce e permette di avere un
pubblico che poi ti segue anche al cinema.
L’importante è non inflazionarsi troppo in tutti questi
campi perché poi si arriva a saturazione. È un’arma a doppio
taglio. L’unica eccezione è, forse, il teatro con cui ci si
gioca il rapporto nell’ordine di cento, centocinquanta date
all’anno, che, bene che vada, sono cinquecento persone a
sera, sono quaranta mila- cinquantamila persone all’anno. In
rapporto all’incasso cinematografico o al pubblico
televisivo, si parla certamente di un pubblico di nicchia.
Il teatro inflaziona poco. Anche per questo si fa una
scelta più sicura puntando sul teatro.
In questi giorni stai facendo le prove dello spettacolo
teatrale: La più bella giornata della mia vita, per
la regia di Armando Pugliese. Di cosa si tratta?
Quello è il sottotitolo, in realtà il titolo vero è In
panne che è una novella di Durrenmatt, un
grandissimo autore svizzero- tedesco. È un grottesco sulla
giustizia e sulla aspetto della megalomania, credo che siano
due elementi ancora attuali. Mi sembra che ne abbiamo un
certo tipo di esempio continuo.
Ormai siamo governati dalla megalomania…
In senso generale, senza fare riferimento necessariamente a
lui. Si tratta della megalomania e della giustizia
in senso lato. Anche la pena di morte, un argomento trattato
il più delle volte in modo drammatico, in questo caso è
trattato in modo grottesco, non dico surreale ma
paradossale. È un bel modo di continuare a far conoscere
Durrenmatt ,anche se non ce ne é bisogno. Spero che questo
testo teatrale possa diventare, grazie alla collaborazione
con un mio amico regista, un film. Per ora c’è lo spettacolo
con un grandissimo regista teatrale che è Armando Pugliese,
con cui sto lavorando in modo meraviglioso perché mi sta
insegnando tantissime cose e perché è un piacere lavorare
con una persona di un’intelligenza , a mio giudizio,
superiore.
Quando inizia la tournèè?
Debuttiamo a Perugia il diciannove o venti di novembre,
poi ci sono delle date a Bassano. Abbiamo soltanto un’altra
decina di repliche fino a Natale, perché io forse devo
incastrare col teatro un altro impegno precedente. Dal dieci
gennaio fino al quindici marzo, la tournèe fila liscia in
tutta Italia: Sicilia, Marche, Puglia, Sardegna, Toscana,
Veneto. Andrò in provincia , però, che mi sta più nel
cuore, io amo molto il pubblico di provincia. Non nego che
amo di più fare lo spettacolo in provincia che in città.
Questo è un gusto mio personale.
Antonella Fontanella
10 novembre 2008
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