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Giulio
Bosetti, uno dei più grandi
attori di prosa e registi teatrali
italiani, nasce a Bergamo nel 1930,
si diploma all’Accademia nazionale
Silvio D’Amico di Roma e esordisce nel
1951 con “La Moscheta”
di Ruzante, regia di
G. De Borio.
Successivamente lavora al Piccolo Teatro di Milano con Sthreler e recita con Gassman nell’”Oreste” di Alfieri. Nel 1964 crea la sua prima compagnia per “Le notti bianche” , commedia tratta dal racconto di Dostoevskij. Il suo debutto in qualità di regista risale al 1970 con “Zio Vanja” di Cechov.
Nel corso della sua brillante carriera Bosetti si cimenta con Brecht, Shakespeare, Ibsen, Molière, Goldoni, Ionesco, Kafka, Svevo, Pirandello, Sofocle, Platone, dimostrando una singolare versatilità interpretativa e una straordinaria capacità di confrontarsi con autori molti diversi tra loro.
Nel 1996/97 recita in “Se i no xe mati no li volemo” di G. Rocca, di cui è anche regista, e nel 1997 dirige, in “Le ultime Lune” di F.Bordon, il grande Marcello Mastroianni, che, con tale interpretazione torna, dopo dieci anni, a recitare su un palcoscenico al quale dà il suo ultimo affettuoso addio.
Dal 1967 al 1972 è direttore artistico del Teatro Stabile di Trieste, dal 1992 al 1997 del Teatro Stabile del Veneto Goldoni, dal 1997 sta dirigendo il Teatro del Carcano di Milano.
Si ricorda la sua partecipazione, negli anni Sessanta e Settanta, a molti sceneggiati televisivi tra cui “La pisana”, “Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo,“Luisa Sanfelice”, “Malombra”.
Per quanto riguarda il cinema, i suoi ruoli sono per lo più secondari anche se prende parte a molti film tra cui: "Morgan il pirata" e "L'oro per i Cesari" diretti da André de Toth, "Il Santo" con Maximilian Schell, per la regia di Edward Dmytryk, "La città prigioniera" con David Niven e Ben Gazzara, "Venere imperiale", "Le sette spade del vendicatore" per la regia di Riccardo Freda, "Il terrorista" con Gian Maria Volontè, "Un tentativo sentimentale" per la regia di Pasquale Festa Campanile, "Requiem per un agente segreto" di Sergio Sollima, "Rose rosse per Angelica" di Steno, "Made in Italy" per la regia di Nanni Loy e"Un amico" di Ernesto Guida, vincitore del Leone d'Argento al festival di Venezia del 1968, film di cui è protagonista.
La sue più recenti apparizioni cinematografiche sono in “Il Cuore altrove”(2003), di Pupi Avati, “Buongiorno notte”(2003) di Marco Bellocchio.
Nel 2008 rivestirà i panni del giornalista Eugenio Scalfari nel nuovo lavoro di Paolo Sorrentino intitolato “Il divo Giulio”, film sulla vita e la politica di un Andreotti interpretato da Toni Servillo.
Nel corso della seguente intervista Bosetti ha raccontato il suo modo di vivere e concepire il teatro, presentando le sue più recenti produzioni e anticipando i suoi progetti artistici.
Signor Bosetti, ultimamente sta portando in scena una lettura- spettacolo tratta da "Apologia di Socrate" di Platone. A suo avviso, qual è la grandezza e l’attualità di questo testo di Platone?
Quando un testo rimane per tanti anni vivo, quando dopo millecinquecento anni ancora si nomina un autore così, vuol dire che c’è una sostanza profonda oltre, che l’autore parla in chiave universale e, probabilmente, quello che si diceva anni fa vale ancora oggi. Platone parla di un uomo al di fuori della media che cerca di dire una parola nuova ad una società che lo condiziona e, per questo, viene condannato a morte. I suoi temi sono altissimi. In più, questa è la vicenda di un uomo, Socrate, che non ha mai scritto ma solo parlato e cercato di migliorare i suoi discepoli e chiunque incontrasse. Questo personaggio è stato creato così da Platone che poi fa una grande disquisizione sui temi dell’aldilà, su cosa ci sarà dopo la morte, se l’anima esiste, se ci sarà oppure no qualcosa di sicuro. Secondo Platone è possibile che l’anima possa avere una vita immortale, eterna. Naturalmente non è assolutamente certo di quello che dice, perché parla di rischio, di rischio di credere, di un bisogno di un incantamento da parte dell’uomo perché possa credere. È una questione fondamentale affinché l’uomo possa essere sereno negli ultimi giorni della sua vita. Certo, l’opera di Platone è immensa, è difficile in poche parole parlarne, ma la cosa che più affascina dello spettacolo è proprio il rapporto dell’uomo di fronte all’ingiustizia dei suoi giudici, di fronte alla morte, a questo suo avvenire che poi diventa avvenire di pochi giorni perché è in carcere, nel Critone, Fedone, e aspetta questa condanna, ma la aspetta con grande serenità, con grande generosità, nel senso che ha ancora il tempo, la voglia di illuminare i discepoli che vanno a trovarlo.
Lei è soprattutto un eccellente attore di prosa. In cosa consiste il potere della parola teatrale?
Eh, in cosa consiste. Consiste nel fatto che in tempi in cui si fa abuso di immagini, abbiamo già il cinema e la televisione che ci riempiono di immagini, la parola è quella fondamentale, perché attraverso la parola si possono scoprire i grandi valori dell’uomo.
Un teatro di parola è un teatro che non si basa su stravaganze visive ma che si basa sull’attore, sulla sua vita attraverso l’immedesimazione nei personaggi che deve rappresentare. La mia messa in scena di Antigone di Sofocle è stata considerata da alcuni giornalisti addirittura uno spumante rivoluzionario, perché ho messo in scena Antigone praticamente senza scenografia. La scena non era necessaria perché era la parola ad esaltare il tutto. Il pubblico ha amato questo spettacolo.
Lei si contraddistingue per la sua grande versatilità. Nella sua carriera ha recitato Brecht così come Molière, Ruzante così come Pirandello. C’è un autore in particolare che predilige?
Prima di tutto amo gli autori italiani, amo Pirandello e amo Goldoni perché sono autori che hanno fatto dei testi che sono nostri, non sono frutto di una traduzione. Pirandello cita dei personaggi bellissimi ma oltre a darci questi personaggi e oltre a scrivere in chiave teatrale, ci dà addirittura nei suoi testi una specie di spartito perché attraverso la sua punteggiatura fatta di punti e virgola e nessuna parentesi ci indica qual è la maniera per recitare. In più, questi personaggi, non di tutte le commedie ma di alcune, sono personaggi su cui ci si basa ancora oggi. Pirandello è un uomo che ha creato una grande rivoluzione nel teatro. La sua opera più conosciuta è “Sei personaggi in cerca d’autore”. Il Goldoni è un altro autore che, alla lettura, appare una cosa, ma sul palcoscenico si amplifica, si esalta. Ha scritto commedie che hanno un impatto di grande teatralità. Penso che la maggior parte delle sue opere siano fatte per un pubblico intelligente e sensibile. Io, in questa stagione, ho recitato questo pezzo: Sior Todero Brontolon, alla Biennale del Teatro di Venezia, in occasione del tricentanario goldoniano. Con tale spettacolo sarò in tournèe da febbraio 2008. Un testo in dialetto ma che è un piccolo capolavoro.
Ha diretto il teatro stabile di Trieste dal 1967 al 1972, e dal 1997 sta dirigendo il Teatro del Carcano di Milano. Quale la “croce” e quale la “delizia” del ruolo di direttore artistico?
Non esiste la delizia, il teatro è sempre un fatto di grande difficoltà e di grande impegno, il teatro non è uno scherzo. Esiste un fatto pratico, ossia l’atteggiamento delMinistero nel dare sovvenzioni nei riguardi dei teatri privati che non hanno quella gran possibilità d’espressione che hanno i teatri Stabili che spesso ricevono più sovvenzioni e magari scelgono con più facilità certi testi che hanno più personaggi, scene complicate.
In un teatro privato come Il Carcano, mi sento libero, ho una mia libertà, non devo combattere col consiglio di amministrazione. Certo, nel portare avanti questo teatro le mie difficoltà sono grandi perché non abbiamo grandi possibilità finanziarie e perché non possiamo realizzare certi spettacoli. Questa è la croce. Ma, ripeto, essere libero, è molto importante per un attore. La maggior parte degli attori è uno strumento nelle mani del regista o del direttore del teatro. Devono fare, devono essere chiamati a fare una data cosa. Io non sono chiamato da nessuno, posso decidere cosa fare, posso portare avanti i miei progetti.
Spesso si dice che il cinema italiano sia in crisi, si può dire lo stesso per quanto riguarda il teatro?
Mah, è in crisi di idee. In teatro di autori contemporanei e moderni c’è una grande carenza, ma, d’altra parte, per quanto riguarda i talenti, conta molto la società in cui si vive. Chi ha la natura per scrivere penso che sia assorbito dalla televisione, dal cinema. Per cui dobbiamo rivolgerci ai grandi autori del passato, che, però, sono sempre attuali e ci colpiscono, ci commuovono.
Indubbiamente, si può dire che il teatro ha una crescita per quanto riguarda gli spettatori. È questo il grande dato positivo del teatro. Il pubblico viene a teatro, adora il teatro.
Io, con questo testo tratto da Platone, questo testo su Socrate, ho registrato il tutto esaurito in un teatro di mille posti. Questo vuol dire che c’è anche un pubblico che vuol vedere cose di qualità, i temi fondamentali della vita. Siamo nati, stiamo crescendo. Quindi, crisi in questo senso non c’è, anche se, ripeto, una compagnia, un teatro, non riescono a vivere con gli incassi, ma hanno bisogno di un aiuto. I costi sono enormi.
Oggi, 31 ottobre, ricorre l’anniversario della scomparsa di Eduardo de Filippo con cui condivideva un grande amore per Pirandello. Secondo lei, cos’è che ha reso grande Eduardo?
Lui è stato, oltre che un attore, un uomo che ha cercato di portare una certa semplicità e una certa verità nel teatro, in un periodo in cui c’era un teatro abbastanza dannunziano da parte degli attori.
Poi, i suoi testi sono rimasti per la sua grande qualità, per la pittura del mondo napoletano ma che diventa anche universale. Interessante in questo senso per chi ama Pirandello.
Per chi ama Eduardo, i suoi spettacoli, è uscito un libro in questi giorni scritto da Emilio Pozzi che racconta tutti gli appunti, i pensieri, e, nello stesso tempo, gli interventi di chi ha vissuto con lui, di chi l’ha conosciuto, di chi ha lavorato con lui. È un libro interessantissimo, ho partecipato a questa stesura con un ricordo di Eduardo, di quando l’ho conosciuto, di quando, negli ultimi giorni della sua vita sono andato a trovarlo e capii che non si rendeva conto di essere quello che era, si sentiva abbandonato. Invece tutto il teatro italiano parlava di lui. Meglio così.
Nel 2003 ha recitato in “Buongiorno Notte” di Bellocchio. Come mai accettò di partecipare a quel film?
Mah, questa è una piccola cosa che ho fatto, perché me l’hanno chiesto di fare. Mi hanno chiesto di interpretare Paolo VI e l’ho interpretato. Non c’è stata una particolare difficoltà, è stato un piccolo cameo. Come un cameo di adesso è il mio ruolo nel prossimo film di Paolo Sorrentino, questo film sulla vita e sulla politica di Andreotti in cui interpreto il ruolo di Eugenio Scalfari, il fondatore del giornale: Repubblica, che ha un incontro con Andreotti.
Nel 1969 Dario fo scrisse “La tragedia di Aldo Moro” per il teatro, testo che non ha mai rappresentato e che fa riferimento al “Filottete” di Sofocle, tradito e abbandonato nell’isola di Lemno da Ulisse e i suoi compagni. Si può dire che attraverso i classici possono essere resi attuali gli stessi problemi di sempre, seppur con accenti e sfumature differenti?
Mah, certo, l’uomo si ripete continuamente, l’uomo ripete continuamente le stesse cose, l’uomo non impara nulla. Io sto facendo queste letture su Socrate. Socrate dice che i politici credono nel sapere, ma in realtà non sanno. Per cui le cose si ripetono. Il Filottete fatto da Salvo Randone negli anni sessanta può essere un aggancio del Filottete alla tragedia di Aldo Moro.
Al cinema ha recitato con Marcello Mastroianni nel film: “Compagni “ di Mario Monicelli…
…Non ho mai recitato in quel film, è un errore dell’enciclopedia. Io ho chiamato Marcello Mastroianni, dovevo mettere in scena Le ultime lune di Fulvio Bordon, un testo nuovo, in italiano. L’ho chiamato, lui è venuto. Gli ho fatto la regia, lui ha fatto il protagonista e poi lui ha incominciato a stare male. Ha dovuto abbandonare perché il tumore che aveva al pancreas l’ha portato alla morte.
Come lo ricorda come persona?
Un uomo di grande qualità, di grande sensibilità, molto dolce e insieme molto modesto pur essendo un divo.
Antonella Fontanella antofonta@gmail.com
3 novembre 2007
La fotografia di Giulio Bosetti è tratta da internet, se qualcuno riconoscesse lesi i primi diritti d'autore, ci contatti e provvederemo a rimuoverla tempestivamente info@sindromedistendhal.com
