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Un
pubblico coinvolto e stupito ha accolto con applausi
scroscianti la Prima nazionale dello spettacolo “Nuvole
Barocche”, andato in scena sabato 25 ottobre, al
Teatro Aurora di Marghera.
La Compagnia Di Luca Settii Stano ha rappresentato,
con il patrocinio morale della Fondazione Fabrizio De Andrè,
una vicenda ambientata nel 1979, che genera riflessioni su
alcune tematiche classiche come il rapimento e la
marginalità urbana dei vinti che, svuotati di ideali
e di speranze, sono vittime di un degrado che conduce
sulla strada della deflagrazione.
È la storia di tre ragazzi, disadattati e soli, che
decidono di attuare il sequestro di un bambino per uscire da
una situazione avvilente. Sullo sfondo c’è il rapimento di
Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi,
che appassiona e suscita diversi interrogativi nelle menti
dei protagonisti.
Ritmo incalzante e dialoghi briosi sono gli ingredienti
principali di questo spettacolo interessante e
imprevedibile, privo di retorica e di intenti didascalici.
Gli attori, preparati e ben affiatati, trascinano lo
spettatore in una graduale discesa agli inferi colorita da
parentesi divertenti e talvolta esilaranti.
Uno degli autori ed interpreti, Massimiliano Setti,
ha rilasciato la seguente intervista.
Come
è nata l’idea dello spettacolo?
L’idea dello spettacolo è nata in Accademia circa un anno e
mezzo fa. Noi studiavamo ad Udine.Un giorno ci siamo
ritrovati ad un tavolo con l’intento di fare qualcosa
insieme per cercare di lavorare appena usciti
dall’Accademia, perché tutti ci dicevano che la situazione
teatrale è un po’ difficile, che è difficile trovare lavoro.
Quindi abbiamo deciso di fare un progetto insieme, di
scriverlo e di fare la regia. Per quanto riguarda la
tematica da trattare, poiché in quel periodo s’era saputa la
notizia di quella ragazza in Belgio rapita e segregata in
casa per quindici anni, abbiamo stabilito che il tema del
rapimento poteva essere di nostro interesse poiché era
relativo a qualcosa di molto contemporaneo. Quindi, pensando
al rapimento e tenendo conto del fatto che uno di noi tre è
patito di De Andrè, ossia colui che interpreta Pier
nello spettacolo, abbiamo cercato di creare un ponte tra la
vicenda di De Andrè e una storia nostra proiettata
nel 1979.
Ci sono state delle difficoltà nella stesura e nella messa
in scena?
Tantissime perché noi non siamo dei drammaturghi e quindi
abbiamo iniziato a scrivere il testo un anno e mezzo fa,
avendo partecipato anche a vari concorsi. Ogni volta abbiamo
dovuto riscriverlo perché i vari concorsi di solito ti
chiedono un quarto d’ora o venti minuti al massimo di
presentazione.
Quando ci siamo trovati a fare tutto il testo, avevamo circa
tre ore di materiale scritto. L’abbiamo fatto, mostrato e
cambiato continuamente. È stata lunga, penso che adesso
abbiamo trovato una forma abbastanza definitiva, anche se
ogni volta che lo rivediamo, ci accorgiamo di certe cose e
apportiamo delle modifiche. Per noi non è un problema, ce
l’abbiamo nel sangue, è una cosa che ci viene naturale.
Lo spettacolo prima si intitolava “Barocco a tre”,
poi “Nuvole barocche”, come l’omonima canzone di
De Andrè. Cosa c’è di barocco nella vicenda
rappresentata?
Noi scriviamo anche nella presentazione dello spettacolo che
le nuvole barocche sono delle nuvole che possono esplodere
da un momento all’altro, come i nostri personaggi, che, pur
sembrando per tre quarti dello spettacolo degli idioti, dei
normali sfigati, si rivelano così carichi di emozioni che
sono lì pronti ad esplodere, persino ad uccidere. Cosa che
per quaranta minuti dello spettacolo lo spettatore non
immaginerebbe mai.
La vicenda è ambientata nel 1979, anno del sequestro di
Dori Ghezzi e Fabrizio De Andrè da parte
dell’Anonima Sequestri Sarda e periodo di grande crisi
sociale. Secondo te, la rievocazione artistica di eventi
passati è importante?
Sì, secondo me sì. Noi ci siamo documentati sulle varie
tendenze di quegli anni, però per noi è importante comunque
rendere attuale una storia del 1979 che pare così lontana.
Il nostro intento è quello di trattare tematiche attuali
perché il degrado della gioventù, della periferia, l’alcool,
questa perdita di valori come l’amicizia e la famiglia, ci
sono anche oggi. Per noi questo era importante, poi sta allo
spettatore stabilire se ci siamo riusciti oppure no.
L’anno prossimo ricorre il decennale della scomparsa di
Fabrizio De Andrè. In che modo il vostro spettacolo,
può, in un certo senso, rendere omaggio alla sua poetica?
Quando abbiamo deciso di fare questo spettacolo, di
coinvolgere anche la figura di De Andrè, ci siamo
proposti di non farne un santino, di non farne una
celebrazione. Quando abbiamo incontrato Dori Ghezzi,
ha apprezzato molto questo nostro proposito.
Abbiamo cercato di creare un parallelismo tra i personaggi e
quella che è stata la figura di De Andrè. C’è il
personaggio di Beppe che è un alcolista, che ha
problemi con l’alcool come ne ebbe Faber. C’è Nico
che è un anarchico, e Pier che ha un interesse
ossessivo per gli emarginati. Abbiamo, inoltre , cercato di
lavorare molto sul concetto espresso da De Andrè
secondo cui sono i rapitori i veri sequestrati.
In base a quali criteri avete scelto, per lo spettacolo, le
tre canzoni “Andrea, “Il gorilla”, “quello che non ho” ?
Abbiamo scelto quella di Brassens per non
mettere solo De Andrè ma introdurre nello spettacolo
anche quelli che sono stati alcuni suoi modelli di
ispirazione. Abbiamo inserito anche Bob Dylan,
ci mancava Cohen che non siamo riusciti ad
inserire, purtroppo. Quello che non ho l’abbiamo
inserita perché ci sembrava perfetta nel momento dello
spettacolo con la donna, anche per quanto riguarda il testo.
Sally è stata inserita solo nella parte strumentale.
Andrea è stata inserita per una questione di musicalità,
serviva dopo la prima scena drammatica, per staccare e
creare un contrasto.
Avete dei progetti artistici?
Per l’anno prossimo abbiamo sette- otto date. Per questa
stagione ci siamo mossi un po’ in ritardo, abbiamo
partecipato al Festival Nuove sensibilità a Napoli.
Abbiamo ottenuto il patrocinio morale della Fondazione
Fabrizio De Andrè a metà luglio, quindi abbiamo iniziato a
muoverci ad agosto, troppo tardi perché tutte le stagioni
teatrali erano più o meno chiuse.
Abbiamo fatto una rappresentazione alla Festa del teatro di
Milano il ventisei ottobre, abbiamo riempito il teatro,
c’erano più di duecento persone. Abbiamo ricevuto questo
feedback positivo. L’importante è che la gente ne parli, che
ci sia un po’ di passaparola.
Antonella Fontanella
29 ottobre 2008 |