Andy:
Fatti baciare la mano. Ti devo tutto. ( guarda il
ricamo).
A
proposito, è un po’ di tempo che volevo chiederti ,
cosa stai facendo? Un sudario? Vuoi avvolgermi lì
dentro quando tiro le cuoia? È meglio che ti
sbrighi. Me ne sto andando presto. (Pausa). Dove
sono? ( Pausa) Due maschi. Assenti. Indifferenti. Il
padre che muore.
Chiaro di luna (1993)

Silenzi
che rendono satura la parola, ironia, lunghe pause
cariche di tensione drammatica, frasi concise, gesti
essenziali, al nonsense che sbaraglia ogni
logica e avvolge l’esistenza nel mistero dell’
indicibile.
È questo
il teatro di Harold Pinter, drammaturgo ,
regista e attore teatrale nato a Londra nel 1930
e insignito del premio Nobel per la letteratura
nel 2005, lo stesso anno in cui smise
completamente di scrivere per dedicarsi all’impegno
politico.
La sua
produzione teatrale, influenzata dalla poetica
dell’assurdo di Samuel Beckett e dalle suggestioni
opprimenti di Kafka, ebbe inizio nel 1957
con la commedia The Room alla quale
seguirono
The Birthday Party (1958) The
Caretaker (1960) e The Homecoming
(1964).
Dopo
queste prime opere, considerate i suoi maggiori
capolavori, scrisse molte altre commedie fino agli
inizi degli anni ottanta, mentre, nel periodo
successivo, preferì concentrarsi soprattutto
sull’attività politica.
Nel 1993,
dopo una serie di atti brevi, fu messo in scena un
lungo atto unico costituito dagli stilemi tipici
dei primi capolavori: Moonlight,
suggestiva commedia teatrale dove
imperversano il lessico evocativo ed allusivo
classicamente pinteriano , i problemi di
comunicazione propri dei rapporti familiari , il
senso di assurdità prodotto da un pensare che non
può far altro che contorcersi e accartocciarsi su se
stesso.
Chiaro di luna, titolo
della piece , presumibilmente evoca la zona
di luce soffusa in cui la vita confina con la
morte. Morte che incombe nella storia come enigma
per i vivi e come libertà per chi è già morto.
Unica via di fuga felice da un mondo in cui il
passato è nebbia, il presente non offre né
consolazione né rifugio e il futuro promette
soltanto paesaggi impervi e spettrali.
L’esistenza non è descritta con uno svolgimento
armonioso. Frammentaria, imprevedibile e
problematica, è una sorta di trappola così come lo
sono i ricordi che attraversano una quotidianità
violentata dai rapporti di potere e svilita da
situazioni che , solo all’apparenza usuali ,
finiscono col modificarsi in modo inspiegabile
guidando i personaggi e lo spettatore lungo il
vicolo cieco dello smarrimento e dell’
indecifrabilità.
Soffia il
vento della demenzialità su tutta la commedia, come
a dimostrare che la riflessione crea l’illusione di
chiarire mentre in realtà confonde, acceca, fa
girare il cervello.
Ogni
sequenza si rifiuta di annettersi a quella
precedente spazzando via ogni ordine precostituito
per
descrivere una realtà fatta di schegge impazzite
galleggianti nel caos della routine.
È la
storia di Andy che sta morendo e dialoga
assurdamente con la moglie Bel che lo assiste sul
letto di morte.
I figli
Jake e Fred parlano ossessivamente del padre ma non
accettano di rivederlo prima che egli muoia.
Maria, ex
amante di Andy , e suo marito Ralph riemergono dal
passato per ricordare quanto è buffa la vita di
tutti di giorni.
Il
personaggio più riuscito, che apre e chiude l’opera,
in modo circolare, è Bridget, la figlia sedicenne ,
che, già morta, vaga nel ricordo della sua vita
e dei suoi genitori e si muove nel silenzio , quando
c’è buio, la luna non s’è levata e gli altri
dormono.
Finalmente
felice nell’oltretomba, l’adolescente celebra con
struggente lirismo la libertà che regala la morte
poiché il mondo dei vivi è solo dolore:-
…Non
c’erano ripari laggiù. Non c’erano morbidezze
laggiù. Non c’era né consolazione né rifugio. Ma qui
c’è rifugio. Possono nascondermi. Sono nascosta.
I
fiori mi circondano, ma non mi imprigionano. Sono
libera. Nascosta, ma libera. Non sono più
prigioniera. Non sono più smarrita. Nessuno può
vedermi né trovarmi. Solo gli occhi della giungla
possono vedermi. Gli occhi delle foglie. Ma non
vogliono farmi del male.
Il
consueto rigore stilistico di Pinter, nel suddetto
monologo, cede il passo ad una commozione pudica
che dona alla piece un afflato poetico unico nella
sua produzione teatrale.
Nel
deliro della provvisorietà , la morte, unica
certezza, assume i contorni della speranza. La
speranza consolatoria di liberarsi dall’oppressione
di un mondo che rende prigionieri.
di Antonella Fontanella
antos75@tiscali.it
5
febbraio 2007
Fotografia:
Harold Pinter (Harold Pinter: 13 octombrie 2005, în faţa locuinţei sale din Londra la aflarea decernării Premiului Nobel pentru Literatură {{GFDL}})
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