Il "Chiaro di luna" secondo Harold Pinter
di Antonella Fontanella

Silenzi che rendono satura la  parola, ironia, lunghe pause cariche di tensione drammatica, frasi concise, gesti essenziali, al nonsense che sbaraglia ogni  logica e avvolge l’esistenza nel mistero dell’ indicibile. è questo il teato di Harold Pinter

Il discorso tenuto da Pinter in occasione della consegna del premio Nobel nel 2005

 

Andy: Fatti baciare la mano. Ti devo tutto. ( guarda il ricamo).

A proposito, è un po’ di tempo che volevo chiederti , cosa stai facendo? Un sudario? Vuoi avvolgermi lì dentro quando tiro le cuoia? È meglio che ti sbrighi. Me ne sto andando presto. (Pausa). Dove sono? ( Pausa) Due maschi. Assenti. Indifferenti. Il padre che muore.

Chiaro di luna (1993)

 

Immagine:Pinter03.jpg

Silenzi che rendono satura la  parola, ironia, lunghe pause cariche di tensione drammatica, frasi concise, gesti essenziali, al nonsense che sbaraglia ogni  logica e avvolge l’esistenza nel mistero dell’ indicibile.

È questo il teatro di Harold Pinter, drammaturgo , regista e attore teatrale nato a Londra nel 1930 e insignito del premio Nobel per la letteratura nel 2005,  lo stesso anno in cui smise completamente di scrivere per dedicarsi all’impegno politico.

La sua produzione teatrale,  influenzata  dalla  poetica dell’assurdo di Samuel Beckett e dalle suggestioni opprimenti  di Kafka, ebbe inizio  nel 1957 con la commedia The Room alla quale

 seguirono  The Birthday Party (1958)  The Caretaker (1960) e The Homecoming (1964).

Dopo queste prime opere, considerate i suoi maggiori capolavori,  scrisse molte  altre commedie fino agli inizi degli anni ottanta, mentre, nel periodo successivo, preferì concentrarsi soprattutto sull’attività politica.

Nel 1993, dopo una serie di atti brevi, fu messo in scena un lungo atto unico  costituito dagli stilemi tipici dei primi capolavori: Moonlight,  suggestiva commedia teatrale   dove imperversano  il lessico evocativo ed allusivo classicamente pinteriano ,  i problemi di comunicazione propri dei rapporti familiari , il senso di assurdità  prodotto da  un pensare che non può far altro che contorcersi e accartocciarsi su se stesso.

Chiaro di luna, titolo della piece , presumibilmente evoca  la zona di luce soffusa  in cui la vita confina con la morte. Morte che incombe nella storia come enigma   per i vivi e come libertà per chi è già morto. Unica via di fuga felice da un mondo in cui il passato è nebbia, il presente non offre né consolazione né rifugio  e il futuro  promette soltanto  paesaggi impervi e spettrali.

L’esistenza non è descritta con uno svolgimento armonioso. Frammentaria, imprevedibile e problematica,  è una sorta di trappola  così come lo sono i ricordi che attraversano una quotidianità violentata dai rapporti di potere e svilita da situazioni che , solo all’apparenza usuali ,    finiscono col modificarsi in modo inspiegabile  guidando  i personaggi e  lo spettatore lungo il vicolo cieco dello smarrimento e dell’ indecifrabilità.

Soffia il vento della demenzialità su tutta la commedia, come a dimostrare che la riflessione crea l’illusione di chiarire mentre in realtà confonde, acceca, fa girare il cervello.

Ogni sequenza si rifiuta di annettersi a quella precedente spazzando via ogni ordine precostituito

per descrivere una realtà fatta di schegge impazzite galleggianti nel caos della routine.

 È la storia di Andy che sta morendo e dialoga assurdamente   con la moglie Bel che lo assiste sul letto di morte.

I figli Jake e Fred parlano ossessivamente del padre ma non accettano di rivederlo prima che egli muoia.

Maria,  ex amante  di Andy , e suo marito Ralph riemergono dal passato per ricordare  quanto è buffa la vita di tutti di giorni.

Il personaggio più riuscito, che apre e chiude l’opera, in modo circolare,  è Bridget, la figlia sedicenne , che,  già  morta, vaga   nel ricordo della sua vita e dei suoi genitori e si muove nel silenzio , quando c’è buio, la luna non s’è levata e gli altri dormono.

Finalmente felice nell’oltretomba, l’adolescente  celebra con struggente lirismo la libertà che regala la morte poiché il mondo dei vivi è solo dolore:-

…Non c’erano ripari laggiù. Non c’erano morbidezze laggiù. Non c’era né consolazione né rifugio. Ma qui c’è rifugio. Possono nascondermi. Sono nascosta.

I fiori mi circondano, ma non mi imprigionano. Sono libera. Nascosta, ma libera. Non sono più prigioniera. Non sono più smarrita. Nessuno può vedermi né trovarmi. Solo gli occhi della giungla possono vedermi. Gli occhi delle foglie. Ma non vogliono farmi del male.

 Il consueto rigore stilistico di Pinter, nel suddetto monologo,  cede il passo ad una commozione pudica che dona alla piece un afflato poetico unico nella sua produzione teatrale.

 Nel deliro della provvisorietà , la morte, unica certezza, assume i contorni della speranza. La  speranza  consolatoria di liberarsi dall’oppressione di un mondo  che rende prigionieri.

di Antonella Fontanella antos75@tiscali.it

5 febbraio 2007

Fotografia: Harold Pinter (Harold Pinter: 13 octombrie 2005, în faţa locuinţei sale din Londra la aflarea decernării Premiului Nobel pentru Literatură {{GFDL}})  

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