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L’ipocrisia
, trappola mistificatrice che cattura ogni essere umano in
quanto costretto ad adeguarsi alla società, formata da
valori e ruoli convenzionali, è la principale protagonista
di :"L’Uomo, la Bestia e la Virtù",
tragicomica opera pirandelliana andata in scena al
Teatro Goldoni di Venezia il 12 marzo.
È la storia dell’integro
professor Paolino, l’Uomo, che, dopo aver messo
incinta la virtuosa Signora Perella mentre il
bestiale marito ammiraglio è in giro per il mondo, fa
preparare una torta afrodisiaca affinché il coniuge possa
compiere il proprio dovere coniugale. Il fine è quello di
salvaguardare la reputazione, maschera opprimente indossata
per aderire con fedeltà al proprio ruolo sociale.
La regia di
Fabio Grossi trasmette in modo efficace la
sensazione claustrofobica di oppressione cui non è possibile
sfuggire se si è calati in qualsiasi forma
esistenziale.
Un grottesco
senso dell’umorismo avvolge la rappresentazione. Il
risultato è un sentimento di pietà e fraternità nei
confronti dell’ Uomo, tormentato dal dilemma e dalla pena di
vivere.
Leo Gullotta
è uno straordinario signor Paolino, simbolo di una
condizione umana prigioniera delle apparenze e vittima
delle sue stesse contraddizioni.
Si percepisce un
costante sentimento del contrario. L’Uomo predica
onestà ma si comporta in modo falso. La Virtù cela
disonestà e infedeltà. La Bestia, nel suo essere
brusca e impetuosa, manifesta, invece, schiettezza e
ingenuità.
Coinvolgente e
ben recitata, la Prima è stata accolta da risate,
sorrisi amari e applausi scroscianti. La potenza
comunicativa e l’attualità del testo pirandelliano sono
stati ben valorizzati da una regia essenziale che ha saputo
esprimere con semplicità l’inevitabile crollo delle certezze
dell’uomo moderno.
Antonella Fontanella
antofonta@gmail.com
25 marzo 2008
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