Le altre vittime dei
terroristi, profondamente rimpiante, costituivano della
democrazia garanzia e presidio, difesa e sostegno,
vigilanza e tutela, ma il compagno Rossa ne era
l'essenza e la sostanza.
Fortebraccio, 1979
Via Giandomenico
Fracchia. Quando Patrizio Peci, collaborando
con i carabinieri del generale Dalla Chiesa,
indicò quel covo genovese delle Br, non ricordava
precisamente il nome della via, ma ricordava l'omonimia
con uno dei personaggi più popolari del comico genovese
Paolo Villaggio. E quest'ultimo, certamente, non
avrebbe mai immaginato che quel nome,
Fracchia,
sarebbe stato ricordato, nella storia italiana più
recente, anche come simbolo di un inestricabile coacervo
di sangue e mistero.
Via Fracchia, in un anno, conobbe l'acme della
barbarie del terrorismo italiano, "ospitando" due azioni
militari, entrambe feroci, entrambe volutamente
simboliche, entrambe misteriose.
Una di queste è l'omicidio di Guido Rossa.
Operaio dell'Italsider, appassionato rocciatore,
una moglie ed una figlia, Rossa era anche un
delegato sindacale della Federazione Lavoratori
Metalmeccanici, l'attuale Fiom - Cgil. Nel libro di
Giancarlo Feliziani dedicato alla sua memoria, dal
titolo "Colpirne uno educarne cento. La storia di
Guido Rossa", edito da Limina, si
ricostruisce con precisione la personalità di un uomo
duro, di poche parole, temprato anche da tragedie
personali, che scelse di dedicare la sua vita alla causa
degli operai, impegnandosi direttamente nel sindacato
nella fabbrica in cui lavorava, e distinguendosi per il
pragmatismo delle sue posizioni, che miravano a
risolvere i problemi reali del lavoro operaio in un
periodo storico che già mostrava le prime crepe del
sistema industriale italiano.
In quegli anni, nelle grandi aziende italiane, c'è però
anche un altro "sindacato", che cerca di reclutare i
lavoratori: non fa riunioni, non parla di problemi
quotidiani, non elegge propri delegati; parla di
rivoluzione del proletariato, attacca il sindacalismo di
sinistra della Cgil e la sua "proiezione" parlamentare,
il Pci, definendoli "cani da guardia" delle forze
reazionarie e capitaliste. Soprattutto, non è avvezzo
alle discussioni, preferisce esprimersi sparando.
Le Brigate Rosse, in quegli anni, cercano
febbrilmente di reclutare nuovi militanti nel mondo
operaio; probabilmente iniziano a capire che
quest'ultimo, ben lungi dall'essere mai stato la "base"
sociale della lotta armata, dopo l'"operazione Fritz"
dell'anno prima, conclusasi con la morte di Aldo Moro,
inizia ad allontanarsi irrimediabilmente anche da
qualsiasi area "grigia" di neutralità ("né con lo
Stato, né con le Br"). Tutta la classe operaia,
insomma, sembra avere ben compreso che le Brigate Rosse
hanno cominciato con decisione a "fare il gioco" delle
forze oscure che permeano lo Stato Italiano. Nessuna
indulgenza, nessun "occhieggiamento" è più possibile. E'
del resto la stessa linea del Pci e della Cgil.
La colonna genovese delle Br, peraltro, è considerata da
sempre un'"avanguardia" all'interno dell'organizzazione:
è stata, ad esempio, la prima a inaugurare la pratica
dell'omicidio politico assassinando nel 1976 il
procuratore Francesco Coco e la sua scorta. I
suoi componenti sono di varia estrazione sociale e
culturale: un killer spietato ed efferato come
Riccardo Dura, infatti, condivide la militanza con
un professore universitario raffinato, apprezzato nel
mondo accademico come grande letterato, Enrico Fenzi.
Ma forse non è un caso che Mario Moretti, il
leader, la primula rossa, consideri entrambi come suoi
fedeli alleati (Fenzi, infatti, verrà arrestato a
Milano, insieme a Moretti, nel 1981).
La colonna genovese è un passo avanti alle altre,
insomma. I suoi componenti hanno fama di imprendibilità,
se ne conoscono a malapena i nomi. Si ignorano le
ubicazioni dei covi. Eppure la scia di sangue che
attraversa Genova è ben visibile. Poliziotti,
carabinieri, magistrati, dirigenti industriali; chi è
fortunato viene solo "gambizzato", ma non accade spesso:
Riccardo Dura, nella canna della sua pistola, ha
spesso in serbo il colpo di grazia.
Anche Guido Rossa, come Berlinguer, come
Lama, come Ugo Pecchioli, crede che le Br
facciano il gioco delle forze reazionarie ed
anti-operaie; è rimasto colpito dagli scontri del 1977
all'università di Roma, quando gli autonomi impedirono
il comizio del leader della Cgil. Lui era in prima fila,
nel servizio d'ordine "duro", quello che ancora oggi
tocca alle spalle larghe dei metalmeccanici. I colleghi
racconteranno di come Rossa, quel giorno, non
scappò davanti alle pietre ed ai lacrimogeni che
cadevano come pioggia: "se perdessi la testa quando c'è
pericolo non avrei mai fatto un passo in montagna",
disse.
Così, quando il 25 ottobre 1978, Rossa incrocia
un suo collega, Francesco Berardi, che ha appena
finito di armeggiare vicino alla macchina del caffè,
sceglie di non tirare dritto, ma di andare a
controllare. E infatti, trova qualcosa. Dei volantini.
Con la stella a cinque punte. Berardi è un
brigatista.
Alcuni compagni cercano di dissuadere Rossa dal
denunciare l'accaduto, ma lui è irremovibile: "quando le
cose si devono fare, si fanno". Alla fine, davanti ai
carabinieri, la denuncia la firmerà solo lui. E sarà la
firma in calce della sua condanna a morte.
Guido Rossa muore di mattina presto, tra le 6.30
e le 7 del 24 gennaio 1979, mentre si reca al lavoro.
Non sa che, a non più di 150 metri da casa sua, in
Via Fracchia, c'è il covo più importante delle Br
genovesi. Ed è lì che lo prendono. Vincenzo
Guagliardo, un altro brigatista della colonna, gli
spara sei colpi alle gambe; Rossa trova ancora la
forza di entrare nella sua macchina, poco lontana, e di
chiudere la sicura allo sportello. Sembra finita, perché
sente i terroristi andarsene. Infatti stanno scappando
tutti, tranne uno, Riccardo Dura: sfonda il
finestrino, punta al cuore di Rossa la sua
calibro 9 e spara.
Le Br hanno ucciso un operaio.
28 marzo 1980: i nuclei speciali dei carabinieri del
gen. Dalla Chiesa bussano alla porta di un
appartamento di via Fracchia. Non aspettano la
risposta. In circa quaranta secondi, si scatena un
inferno di fuoco. Alla fine, per terra ci sono quattro
corpi; quattro brigatisti della colonna genovese. Gli
imprendibili. Sono Annamaria Ludmann, Piero
Panciarelli, Lorenzo Betassa. Più un quarto uomo,
vicino alla porta, pistola in pugno, il più pronto a
capire cosa stava per succedere. E' Riccardo Dura.
La dinamica precisa dell'azione non si conoscerà mai. I
carabinieri non faranno avvicinare nessuno
all'appartamento, neanche il magistrato competente, per
giorni e giorni. Perché? C'erano, come si è detto, carte
segrete derivanti dal sequestro Moro in quel
covo? I quattro dovevano morire per questo? Non lo si
saprà mai.
Qualche mese prima, comunque, nell'ottobre 1979, era
morto un altro "imprendibile": il "postino" Berardi,
impiccatosi nel carcere di Cuneo.
Dopo la morte di Guido Rossa, alcuni giornali
dell'area extraparlamentare continuarono a discutere
dell'opportunità o meno del gesto che gli era costato la
vita, ovvero la denuncia di Berardi. Le Br, nel
loro comunicato, avevano definito Rossa "spia
berlingueriana". Ha scritto il giornalista Silverio
Corsivieri, riferendosi all'ora in cui Rossa è stato
ucciso: "quanti eroi della frase scarlatta a
quell'ora stanno ancora dormendo sonni profondi?".
E quanti, ci chiediamo, da quei sonni della ragione, non
si sono tutt'ora risvegliati?
Mauro Mammana
mauromammana@lalente.net