Quell'eroe in tuta blu


Un libro ricorda l'assassinio di Guido Rossa, operaio, comunista

di Mauro Mammana per LaLente

 

Colpirne uno, educarne cento

Giancarlo Feliziani

 

Edito da Limina, 2004
128 pagine, € 13,50
ISBN 8888551522

 

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Le altre vittime dei terroristi, profondamente rimpiante, costituivano della democrazia garanzia e presidio, difesa e sostegno, vigilanza e tutela, ma il compagno Rossa ne era l'essenza e la sostanza.
Fortebraccio, 1979

 

Via Giandomenico Fracchia. Quando Patrizio Peci, collaborando con i carabinieri del generale Dalla Chiesa, indicò quel covo genovese delle Br, non ricordava precisamente il nome della via, ma ricordava l'omonimia con uno dei personaggi più popolari del comico genovese Paolo Villaggio. E quest'ultimo, certamente, non avrebbe mai immaginato che quel nome, Fracchia, sarebbe stato ricordato, nella storia italiana più recente, anche come simbolo di un inestricabile coacervo di sangue e mistero.

Via Fracchia, in un anno, conobbe l'acme della barbarie del terrorismo italiano, "ospitando" due azioni militari, entrambe feroci, entrambe volutamente simboliche, entrambe misteriose.
Una di queste è l'omicidio di Guido Rossa.

Operaio dell'Italsider, appassionato rocciatore, una moglie ed una figlia, Rossa era anche un delegato sindacale della Federazione Lavoratori Metalmeccanici, l'attuale Fiom - Cgil. Nel libro di Giancarlo Feliziani dedicato alla sua memoria, dal titolo "Colpirne uno educarne cento. La storia di Guido Rossa", edito da Limina, si ricostruisce con precisione la personalità di un uomo duro, di poche parole, temprato anche da tragedie personali, che scelse di dedicare la sua vita alla causa degli operai, impegnandosi direttamente nel sindacato nella fabbrica in cui lavorava, e distinguendosi per il pragmatismo delle sue posizioni, che miravano a risolvere i problemi reali del lavoro operaio in un periodo storico che già mostrava le prime crepe del sistema industriale italiano.

In quegli anni, nelle grandi aziende italiane, c'è però anche un altro "sindacato", che cerca di reclutare i lavoratori: non fa riunioni, non parla di problemi quotidiani, non elegge propri delegati; parla di rivoluzione del proletariato, attacca il sindacalismo di sinistra della Cgil e la sua "proiezione" parlamentare, il Pci, definendoli "cani da guardia" delle forze reazionarie e capitaliste. Soprattutto, non è avvezzo alle discussioni, preferisce esprimersi sparando.

Le Brigate Rosse, in quegli anni, cercano febbrilmente di reclutare nuovi militanti nel mondo operaio; probabilmente iniziano a capire che quest'ultimo, ben lungi dall'essere mai stato la "base" sociale della lotta armata, dopo l'"operazione Fritz" dell'anno prima, conclusasi con la morte di Aldo Moro, inizia ad allontanarsi irrimediabilmente anche da qualsiasi area "grigia" di neutralità ("né con lo Stato, né con le Br"). Tutta la classe operaia, insomma, sembra avere ben compreso che le Brigate Rosse hanno cominciato con decisione a "fare il gioco" delle forze oscure che permeano lo Stato Italiano. Nessuna indulgenza, nessun "occhieggiamento" è più possibile. E' del resto la stessa linea del Pci e della Cgil.

La colonna genovese delle Br, peraltro, è considerata da sempre un'"avanguardia" all'interno dell'organizzazione: è stata, ad esempio, la prima a inaugurare la pratica dell'omicidio politico assassinando nel 1976 il procuratore Francesco Coco e la sua scorta. I suoi componenti sono di varia estrazione sociale e culturale: un killer spietato ed efferato come Riccardo Dura, infatti, condivide la militanza con un professore universitario raffinato, apprezzato nel mondo accademico come grande letterato, Enrico Fenzi. Ma forse non è un caso che Mario Moretti, il leader, la primula rossa, consideri entrambi come suoi fedeli alleati (Fenzi, infatti, verrà arrestato a Milano, insieme a Moretti, nel 1981).

La colonna genovese è un passo avanti alle altre, insomma. I suoi componenti hanno fama di imprendibilità, se ne conoscono a malapena i nomi. Si ignorano le ubicazioni dei covi. Eppure la scia di sangue che attraversa Genova è ben visibile. Poliziotti, carabinieri, magistrati, dirigenti industriali; chi è fortunato viene solo "gambizzato", ma non accade spesso: Riccardo Dura, nella canna della sua pistola, ha spesso in serbo il colpo di grazia.

Anche Guido Rossa, come Berlinguer, come Lama, come Ugo Pecchioli, crede che le Br facciano il gioco delle forze reazionarie ed anti-operaie; è rimasto colpito dagli scontri del 1977 all'università di Roma, quando gli autonomi impedirono il comizio del leader della Cgil. Lui era in prima fila, nel servizio d'ordine "duro", quello che ancora oggi tocca alle spalle larghe dei metalmeccanici. I colleghi racconteranno di come Rossa, quel giorno, non scappò davanti alle pietre ed ai lacrimogeni che cadevano come pioggia: "se perdessi la testa quando c'è pericolo non avrei mai fatto un passo in montagna", disse.

Così, quando il 25 ottobre 1978, Rossa incrocia un suo collega, Francesco Berardi, che ha appena finito di armeggiare vicino alla macchina del caffè, sceglie di non tirare dritto, ma di andare a controllare. E infatti, trova qualcosa. Dei volantini. Con la stella a cinque punte. Berardi è un brigatista.

Alcuni compagni cercano di dissuadere Rossa dal denunciare l'accaduto, ma lui è irremovibile: "quando le cose si devono fare, si fanno". Alla fine, davanti ai carabinieri, la denuncia la firmerà solo lui. E sarà la firma in calce della sua condanna a morte.

Guido Rossa muore di mattina presto, tra le 6.30 e le 7 del 24 gennaio 1979, mentre si reca al lavoro. Non sa che, a non più di 150 metri da casa sua, in Via Fracchia, c'è il covo più importante delle Br genovesi. Ed è lì che lo prendono. Vincenzo Guagliardo, un altro brigatista della colonna, gli spara sei colpi alle gambe; Rossa trova ancora la forza di entrare nella sua macchina, poco lontana, e di chiudere la sicura allo sportello. Sembra finita, perché sente i terroristi andarsene. Infatti stanno scappando tutti, tranne uno, Riccardo Dura: sfonda il finestrino, punta al cuore di Rossa la sua calibro 9 e spara.
Le Br hanno ucciso un operaio.

28 marzo 1980: i nuclei speciali dei carabinieri del gen. Dalla Chiesa bussano alla porta di un appartamento di via Fracchia. Non aspettano la risposta. In circa quaranta secondi, si scatena un inferno di fuoco. Alla fine, per terra ci sono quattro corpi; quattro brigatisti della colonna genovese. Gli imprendibili. Sono Annamaria Ludmann, Piero Panciarelli, Lorenzo Betassa. Più un quarto uomo, vicino alla porta, pistola in pugno, il più pronto a capire cosa stava per succedere. E' Riccardo Dura.

La dinamica precisa dell'azione non si conoscerà mai. I carabinieri non faranno avvicinare nessuno all'appartamento, neanche il magistrato competente, per giorni e giorni. Perché? C'erano, come si è detto, carte segrete derivanti dal sequestro Moro in quel covo? I quattro dovevano morire per questo? Non lo si saprà mai.

Qualche mese prima, comunque, nell'ottobre 1979, era morto un altro "imprendibile": il "postino" Berardi, impiccatosi nel carcere di Cuneo.

Dopo la morte di Guido Rossa, alcuni giornali dell'area extraparlamentare continuarono a discutere dell'opportunità o meno del gesto che gli era costato la vita, ovvero la denuncia di Berardi. Le Br, nel loro comunicato, avevano definito Rossa "spia berlingueriana". Ha scritto il giornalista Silverio Corsivieri, riferendosi all'ora in cui Rossa è stato ucciso: "quanti eroi della frase scarlatta a quell'ora stanno ancora dormendo sonni profondi?".
E quanti, ci chiediamo, da quei sonni della ragione, non si sono tutt'ora risvegliati?

Mauro Mammana mauromammana@lalente.net

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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