In che rapporto sta il cinema con la storia? In
che modo un film pensato e girato in un determinato periodo
storico può risentire dell’atmosfera storica di quel preciso
momento? Nel caso del terrorismo negli anni di piombo in
Italia in molti hanno detto il problema non era rilevante,
ovvero che i film di quel periodo non erano riusciti ad
affrontare il fenomeno in maniera creativa e esaustiva.
In realtà ad una analisi più attenta si può provare a
interrogare alcuni film e vedere in che modo alcuni importanti
registi abbiano cercato di esprimere la crisi che in quegli anni
attanagliava la società, scoprendo poi magari che quello che
emerge dall’analisi dei film presi in esame può essere molto
importante dal punto di vista della ricerca storica. Ovvero si
può, mettendo in piedi un’analisi incrociata di alcuni film e
del periodo storico preso in esame, verificare la fecondità
dell’utilizzo del cinema come fonte storiografica.
Il cinema, a grandi linee, come luogo di memoria,
dove la memoria di un presente che si fa passato nel suo
scorrere può fermarsi fra un’immagine e l’altra, e quindi
depositarsi, stratificarsi. Il
cinema come possibilità (virtuale) di far rivivere la memoria di
quel presente sfuggente, come possibilità di prenderne possesso,
di farla oggetto d’indagine e di ricerca. Per provare a capire,
insomma, cosa significhino davvero gli anni Ottanta in relazione
al terrorismo, e come possano aver inciso e continuare ad
incidere sul nostro presente: quali le memorie e le cesure
nella memoria.
Nella filmografia italiana sul ‘problema
terrorismo’ si possono individuare, fra tutti i film
reperibili, alcuni film che, anche solo ad una prima visione,
lasciano negli occhi un qualcosa di simile l’uno con gli altri:
film che non affrontano il problema di petto ma che lasciandolo
magari quasi solo sullo sfondo, lo rendono uno dei protagonisti,
e che in tal modo riflettono proprio anche sul controverso
rapporto fra il cinema (di quegli anni) e la Storia (di quegli
anni). I film sono: La tragedia di un uomo ridicolo
(1981) di Bernardo Bertolucci, Tre fratelli
(1980) di Francesco Rosi, Colpire al cuore
(1982) di Gianni Amelio, Segreti segreti
(1985) di Giuseppe Bertolucci.
Come si vede sono tutti film usciti all’inizio
degli anni Ottanta, periodo durante il quale il terrorismo
sembrava ormai sconfitto (o quasi) e si affacciava una nuova
era, politica e sociale.
E sono questi, del resto, i pochi titoli che in diversi
segnalano come i più significativi sugli ‘anni di piombo’, senza
però mai spiegare il motivo di questa loro presunta rilevanza.
E’ indubbio che questi quattro film, rispetto a molti dei titoli
di una ipotetica filmografia sul terrorismo italiano, appaiono
da subito i più articolati e quindi anche i più problematici,
perché sembrano mettere in discussione innanzitutto se stessi,
la propria natura cinematografica ed estetica. Pur in maniera
diversa, infatti, questi quattro sguardi sulla realtà italiana
dei primi anni Ottanta nascondono anche riflessioni precise
sulla loro natura; nascondono, cioè, un modo di interrogarsi
sulla forma da dare al proprio sguardo, sulla prospettiva da
assumere, il punto di vista da cui guardare.
Non è questo il luogo di proporre un’anali accurata di questi
film, ma piuttosto quelli di interrogarli a partire da un punto
di vista storico.
La ricerca storica tradizionale
interroga il terrorismo fondamentalmente da due punti di vista:
da una parte ne ricerca le radici storiche, scegliendo di
analizzare in termini storiografici tutta la crisi sociale,
culturale, politica ed economica che investe l’Italia negli anni
’70, per ricercarvi i fattori scatenanti la nascita delle
organizzazioni terroriste. Dall’altro lato, nella forma della
ricerca orale, si cerca, interrogando i terroristi stessi, di
ricostruire le storie di vita dei militanti e di ricercare nella
loro memoria altre ragioni ed un altro punto di vista sul
fenomeno. Il grande cambiamento sociale, politico, economico
e culturale che prende luogo in Italia a partire dai primi anni
’80, la svolta, cioè, del nuovo decennio, è da entrambi i
metodi di ricerca visto come la risultante di altri fattori, che
magari contribuiscono alla perdita di efficacia del terrorismo
ma che non sembrano molto legati al terrorismo stesso.
Soffermandosi invece proprio sui film scelti emerge da subito un
diverso modo di guardare al proprio tempo e alla società
nella Storia. Tutti e quattro i film, incentrati in un modo o in
un altro sul biennio ‘80-’81 (anni chiave per capire il decennio
dei ’70 che si chiude e quello degli ’80 che si apre),
significativamente si interrogano non tanto sulle ‘diverse’
ragioni del terrorismo, quanto piuttosto sull’impatto del
terrorismo sulla realtà sociale e sulle coscienze
individuali. I film scelti, cioè, mentre portano avanti un
discorso indiretto sul modo di ricostruire sullo schermo la
realtà del proprio tempo, mettono in scena una realtà che non
è quella del terrorismo ma che risulta pur sempre percorsa ed
invasa dal problema del terrorismo.
Partendo, appunto, da questo modo di
porsi nei confronti della realtà, che trova un’eco diretto nella
caratterizzazione dei rapporti fra personaggi e mondo e fra i
personaggi stessi, è possibile, cercando di ancorarsi alla
ricerca storica, ricostruire un modo di sentire tipico di
quegli anni, una sensibilità diffusa, che trova il suo
cuore centrale nella percezione del mondo (sensibile e
sociale) come fosse un qualcosa di magmatico, confuso, non
chiaramente definibile. E i film scelti propongono
proprio il terrorismo come chiave di volta di questa
deflagrazione che investe la comprensibilità della realtà: è
l’impatto del terrorismo - un impatto in primo luogo mediatico
(ovvero il terrorismo come notizia e il ruolo dei media nella
costruzione della realtà) – a far perdere al mondo le sue
coordinate, a smarrire attori e spettatori in una realtà
indistinta e senza chiari punti di riferimento.
Se si guarda all’immaginario
collettivo come luogo di interazione fra la vita interiore
dell’individuo, la sua coscienza, e la vita collettiva, sociale,
storica, come un qualcosa, cioè, che si fa e si forma
a partire dalla vita interiore degli individui
-, è possibile leggere in questa confusione interna al soggetto,
in questa sua incapacità di capire il mondo che lo circonda, e
quindi anche di capirsi, un momento forte nel processo, centrale
in quegli anni, di ridefinizione dei rapporti tra
pubblico e privato. E’ proprio a partire dal quello che
emerge da questi film che si può ipotizzare che la perdita del
senso storico, quell’impossibilità di capirsi in relazione al
proprio tempo, abbia una rilevanza storica, come momento forte
non solo nel rapporto del soggetto con se stesso, ma anche nel
rapporto fra soggetto e società, fra l’io e gli altri.
Dall’analisi dei film infatti, a questo proposito, emerge anche
una rappresentazione dell’universo sociale e dei rapporti
interpersonali che vede nel sospetto e nella finzione,
nella menzogna (o in termini più figurativi nella
maschera) la propria chiave di volta.

E’ anche grazie a questo ulteriore aspetto che,
tornando a porre lo sguardo sulla ricerca storica, si capisce
meglio in che modo i film scelti utilizzino il terrorismo per
leggere la società di quegli anni e il cambiamento storico e
sociale che stava avendo luogo: il cinema, cioè, sembra dirci
che il terrorismo ha mandato in crisi la possibilità di
trasmettere una memoria storica certa e definita, di trovare in
questo passaggio di memorie un momento fondamentale nel rapporto
fra generazioni diverse. E questo ha voluto dire mettere in
discussione anche una coscienza storica che è in primo
luogo capacità di capirsi come parte della Storia, immersi in un
presente che nel suo scorrere si fa passato e diventa Storia. E’
in questo senso che tutti e quattro i film mettono in scena, in
un’ambientazione figurativamente calata nel rapido
cambiamento di stagione ed in un paesaggio
autunnale, la fine di un mondo, ed un lento e misterioso
scivolare verso un qualcosa percepito come altro,
diverso. Insomma, i film scelti leggono questo passaggio
epocale verso un altro mondo alla luce del terrorismo,
presentandoci il terrorismo come un momento di catastrofe che
conduce verso una diversa socialità ed un diverso senso storico
individuale; come a dire che la svolta degli anni Ottanta è
preparata soprattutto da questa disposizione profonda ad
accettare la finzione e la soddisfazione personale come unica
ancora di salvezza in un panorama indistinto di riferimento. Ed
è qui, in breve, che sta la fecondità dell’utilizzo del cinema
nella ricerca storiografica: esso ci permette di cambiare la
prospettiva di sguardo sul quadro storico preso in esame, ci
offre un punto di vista altro che rovescia l’analisi
tradizionale e ci permette di vedere le cose sotto un’altra
luce. Perché è guardando agli atteggiamenti mentali di chi vive
la Storia che è possibile ricostruire ciò che gli storici
chiamano ‘mentalità collettiva’, che non è un qualcosa di
esterno che preesiste al soggetto e gli si sovrappone, quanto
piuttosto un qualcosa che nasce proprio dal lavoro inconscio
interno al soggetto, e che ‘riversato’ nel sociale torna ad
abitare il soggetto stesso nelle vesti di ‘mentalità collettiva’.