Aggiornamento [01 luglio 2007]: il 7 giugno 2007
al Cinema Barberini di Roma è stato presentato il film
di Ferrara, distribuito dalla piccola casa Emme
cinematografica. L'uscita in sala è prevista per il 17
agosto, anche se molte fonti riportano il 22 giugno.
Speriamo che non sia così, poiché attualmente in Italia
il film è in programmazione in tre sale.
Giuseppe
Ferrara (Castelfiorentino,
1932) ci ha abituati a film di denuncia sui più
scottanti misteri della storia del secondo dopo guerra.
Il suo primo lungometraggio “Il sasso in bocca”(1970), a
cui giunge dopo l’esperienza di critico e giornalista e
un decennio di cortometraggi e documentari, è dedicato
alla mafia e alle connivenze col potere e con la
criminalità d’Oltreoceano. Un film che è già un
manifesto di un modo di fare e di concepire il cinema,
un cinema civile di inchiesta, dominato da un afflato
quasi documentaristico. Negli anni successivi si
occuperà dei misfatti dei servizi segreti americani in Sudamerica e in Africa (“Faccia di spia”, 1975), della
Grecia del “regime dei colonnelli” (“Panagulis vive”,
1982). Ferrara tornerà altre due volte a parlare di
mafia, con “Cento giorni a Palermo” (1984) sul prefetto
Carlo Alberto Dalla Chiesa e con “Giovanni Falcone”
(1993) . Nel 1986 approda alle tematiche del terrorismo
e degli Anni di piombo con “Il caso Moro”,
accurata ricostruzione dei 55 giorni del sequestro del
Presidente della DC.
Nel suo ultimo
film, Giuseppe Ferrara è tornato in Via Fani, ha
recuperato i fotogrammi della sequenza del rapimento di
Moro: “Guido che sfidò le Brigate Rosse” è
un’ideale continuazione del film dell’ ‘86, che ci
mostra l’altro lato della società italiana del tempo.
Non più la vicenda del grande uomo di Stato, le trame
della politica e della P2, ma il sacrificio di un uomo
qualunque, di un operaio comunista, delegato sindacale
della Fiom-CGIL all’Italsider di Genova, Guido
Rossa.
Entrambi i
film sono giocati su una dicotomia. Una costante
opposizione tra gli ambienti in cui vivono i terroristi,
il covo di via Montalcini, la base di via Fracchia a
Genova, e gli ambienti in cui si muovono i loro
obiettivi. Nel primo caso i palazzi del Potere, nel
secondo la fabbrica, le sezioni del PC, le riunioni
sindacali.
“Guido che
sfidò le Brigate Rosse” è anche una cronaca delle
principali azioni criminali che insanguinarono l’Italia
e in particolare Genova. Gli anni che vanno dal
rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi
fino all’uccisione di Guido Rossa, il 24 gennaio
1979. Il risultato è un film in alcune parti
didascalico, documentaristico ma carico di forza e di
tensione.
La
ricostruzione avviene alternando materiale d’archivio ad
inserti girati da Ferrara. Davanti alla
recrudescenza delle Brigate Rosse, Guido Rossa si
impegna con tutte le forze per tenere lontani infiltrati
e propaganda dalla sua fabbrica e dal sindacato. Pochi
anni prima Rossa ha abbandonato la sua attività
più amata, l’alpinismo. In una lettera all’amico Ottavio
afferma di aver raggiunto la consapevolezza
dell’inutilità di andare sui sassi e la necessità
di scendere giù tra gli uomini e di lottare con loro.
È con la lettura di queste righe che inizia il film di
Ferrara. Descrivono la tensione morale di un uomo
che affronterà il suo destino e la coraggiosa decisione
di denunciare l’operaio Berardi con la
stessa risolutezza con cui un tempo scalava le pareti
rocciose: se sei a metà parete,
cosa fai? Tori in dietro?
Rossa
vive tra le mura delle fabbriche e la propria famiglia.
In fabbrica urla agli altri operai che i brigatisti non
sono compagni che sbagliano ma che sbagliano e
basta, se mai sono compagni dei fascisti,
fascisti rossi. Cancella le scritte sui muri,
rimuove gli striscioni, organizza le ronde notturne per
impedire che la propaganda e i volantini delle BR
entrino nella fabbrica. Non ha paura perché se
sparano agli operai, voglio sapere con chi la fanno la
Rivoluzione! Tra le mura di casa la famiglia che ha
superato il dramma di un figlio morto. Ferrara
ricostruisce alcune scene di serena vita familiare:
fotografie, giochi con la figlia Sabina e gli altri
bambini del quartiere. Una serenità che via via si
incrinata col crescere delle inquietudini e delle
minacce.
Nel covo delle
Brigate Rosse, a poche decine di metri dall’abitazione di
Rossa, dominano freddezza e armi. I terroristi
sembrano degli automi, delle macchine. Non esistono veri
rapporti umani nel covo di via Fracchia, al calore della
famiglia si sostituisce il gelo di Riccardo Dura
(Gianmarco Tognazzi) o di Nora (Elvira
Giannini). La stessa Elvira Giannini (che ha
lungamente studiato il personaggio di Nora) ricorda la
difficoltà di una recitazione disumanizzante, impegno
fortemente voluto da Ferrara per gli attori
interpreti dei brigatisti. È proprio questo uno dei
punti fondamentali del film, la sua ragione d’essere. Il
regista infatti ha dichiarato di aver sentito la
necessità di fare questo film come risposta a “Buongiorno
notte” (2003). Ferrara non ha potuto
sopportare l’approccio di Bellocchio al
rapimento Moro: è reazionario, ingiusto, antistorico,
falso, omertoso. Importante da un punto di vista
sociologico: è il punto d'arrivo di un'Italia dove va
bene tutto, di un'Italia che cinematograficamente ha
tradito il Neorealismo per adagiarsi nella commedia
all'italiana, un'Italia dove i brigatisti in fondo
amavano gli uccellini. [int. a “La Repubblica”, 2
giugno 2006] Infatti in “Guido che sfidò le Brigate
Rosse” il gruppo di terroristi è ancora più determinato
e disumano rispetto ai carcerieri de “Il caso Moro”. È
anche un film che si concentra con più attenzione sui
terroristi, non occupandosi delle sofisticazioni e dei
misteri che invece avevano una presenza considerevole
nel film del ’86. Ferrara si è servito della
consulenza di Alberto Franceschini per la
ricostruzione dell’ambiente brigatista.
Dopo la
denuncia di Berardi, operaio scoperto da un
gruppo di colleghi a nascondere dei volantini delle BR,
Guido Rossa è un uomo sempre più solo a condurre
la sua lotta. Gli altri operai non avranno il coraggio
di sfidare la minaccia terrorista. Si ritroveranno tutti
uniti però ai funerali di Rossa, ricostruito con
l’inserimento di filmati dell’epoca. Sul palco a Genova,
in piazza De Ferrari, renderanno omaggio a Rossa
il Presidente Sandro Pertini, Enrico Belinguer, Lama,
affermando che Rossa non sarebbe morto se fosse stato
sostenuto, affiancato dai compagni e dai colleghi.
Sono passati
quasi trent’anni da allora. Ma questo film dimostra che
Guido Rossa può essere ancora lasciato solo e
dimenticato. Il film di Ferrara, pronto ormai da
quasi un anno, non è ancora stato distribuito. Il
regista si è impegnato in prima persona affinché “Guido
che sfidò le Brigate Rosse” potesse essere visto dal
pubblico, accompagnandolo alle celebrazioni per il
centenario della CGIL e partecipando ad alcuni Festival.
Ma il film non riesce ad uscire nelle sale, nonostante
il successo degli ultimi film del regista (fra tutti “I
banchieri di Dio”, 2002). Rai Cinema ha comprato i
diritti d’antenna (fornendo così un cospicuo sostegno
alla produzione), ma lo stesso Ferrara sottolinea
la preoccupazione che per il suo film ciò significhi una
proiezione notturna. L’Istituto Luce ha invece
acquistato i diritti per l’home video, ma anche in
questo caso non si possono immaginare i tempi. L’Istituto
Luce aveva anche assicurato la distribuzione del
film, ma Luciano Sovena, amministratore
delegato dell'Istituto Luce, ha dichiarato a Repubblica
che quel film deve avere un'uscita "mirata", con
proiezioni nelle fabbriche e nei cinema vicini. Nessun
boicottaggio né censura, ma non possiamo nascondere la
difficoltà di veicolare temi così difficili. Una
posizione preoccupante. Forse, dichiara Ferrara
al Festival del cinema di Montagna di Trento (dove il
film è stato presentato per la passione alpinistica di
Rossa), la Fox distribuirà nei prossimi mesi il
film in alcune delle principali città italiane.
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com