Gli ex-terroristi in televisione


Un servizio di Studio Aperto sui luoghi del rapimento di Aldo Moro ha aperto una polemica sulla presenza dei terroristi in televisione.

Alberto Fraceschini a Studio Aperto

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Fastidio intorno a noi. Comprensione, invece, per gli ex terroristi

Maurizio Puddu, presidente Associazione nazionale delle vittime del terrorismo

In occasione dell’ “Operazione tramonto” condotta dalle procure di Padova, Milano e Torino, che ha portato all’arresto di quindici persone ritenute militanti delle cosiddette Nuove Br, Studio aperto ha mandato in onda uno speciale che ha profondamente urtato la sensibilità dei parenti delle vittime del terrorismo.

Claudio Martelli ha chiamato a testimoniare nel luogo del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli agenti della scorta, in Via Mario Fani, a Roma, Alberto Franceschini. Il giornalista prende avvio da questo luogo simbolo, davanti alla lapide dedicata al sacrificio delle guardie di Polizia Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, e dei Carabinieri Oreste Leonardi, Domenico Ricci e Francesc Zizzi, i cinque uomini della scorta del Presidente della Democrazia cristiana, per confrontare tre fasi della storia delle Br: la nascita, il sequestro Moro e l’allarme degli ultimi mesi. Lo fa attraverso le parole di Alberto Franceschini, ideologo del gruppo che nel 1970, insieme a Margherita Cagol, Mario Moretti e Renato Curcio fondò le Brigate Rosse.

Alberto Franceschini ricorda di aver appreso la notizia dal carcere, a Torino. Vi si trovava rinchiuso dopo il processo del 1974. Ascolta la radio con Renato Curcio e Gilberto Vitale. Racconta l’orgoglio provato per il “salto di qualità” dei compagni. “Siamo fortissimi” ha pensato, affermazione che stride con il continuo tentativo di Martelli di sottolineare che all’epoca Franceschini era in carcere,  e con l’abiura verso la lotta armata che nell’ ’83 giovò a Franceschini lo sconto di pena.

Ma ciò che ha ferito di questa trasmissione è ben altro. I parenti delle vittime del terrorismo hanno scritto alla pagina di corrispondenze di Corrado Augias su “Repubblica” per denunciare un generale atteggiamento televisivo nei confronti di ex-terroristi. Come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervenendo nella rubrica di Augias il 13 marzo, quello che manca è un esplicito riconoscimento della ingiustificabile natura criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti (leggi il testo completo). A Franceschini invece è stato permesso di presentarsi davanti a quel potentissimo strumento di persuasione e legittimazione che è la televisione senza filtri, da protagonista. Al di là delle responsabilità materiali nell’azione, dei contenuti stessi dell’intervento, dello scotto pagato alla giustizia, ciò che è stato denunciato è, scrive Augias, la possibilità di “salire in cattedra a fare lezione, o di diventare piccole star, o esperti da dibattito televisivo. Il rischio è di forgiare dei “piccoli divi”, continua Augias, mentre dall’altra i familiari delle vittime sono dimenticati, abbandonati dalle istituzioni e dai mezzi di comunicazione, se non addirittura volgarmente offesi. È quello che è successo nei giorni successivi a questa polemica a Napoli, in occasione della manifestazione Galassia Gutenberg a cui ha preso parte Curcio con la sua casa editrice “Sensibili alle foglie”. Davanti alle proteste dei parenti delle vittime, l’ex presidente della Provincia di Napoli Amato Laberti, ha rilasciato queste pesanti dichiarazioni al quotidiano “Roma”: “Sarà brutale, ma credo che i familiari delle vittime debbano pensare, se così si può dire, a fare i familiari delle vittime. Non possono ergersi a giudici o a storici. Probabilmente avrebbero voluto qualcosa, che so una statua, o qualche strada intitolata.” [“Roma”, 17 marzo 2007].  Una diversità di trattamento che è stata spesso denunciata dalle associazioni delle vittime del terrorismo, in particolar modo dall’Associazione italiana vittime del terrorismo e dell’eversione, con sede a Torino. Il suo presidente, Maurizio Puddu, fu gambizzato dalle Br il 13 luglio del 1977 . All’epoca era consigliere provinciale della DC. Nel 1985 partecipò alla fondazione dell’Associazione, e da allora combatte affinché non si cancelli la memoria di quegli anni, affinché emerga la verità (innanzitutto con l’apertura dei documenti coperti da segreto di Stato), affinché si risolva questa strano odore di connivenza e coperture tra Stato e terrorismo che ancora oggi si respira. In occasione dell’interveto a Studio Aperto di Franceschini, Puddu ha ricordato che ogni volta si riaprono le ferite delle vittime di quegli anni. Come ha scritto nel libri “I silenzi degli innocenti”, allora, come oggi “era interessa di molti che le vittime restassero monadi isolate […] che non avessero voce. Che vivessero nel silenzio e nella solitudine il loro dramma, senza infastidire il prossimo con le loro inchieste di diritti negati,a cominciare da quello alla verità. Fastidio intorno a noi. Comprensione, invece, per gli ex terroristi.

Queste voci non negano l’importanza che può avere, da un punto di vista storico (e anche giornalistico), la testimonianza diretta di chi fu protagonista e testimone di quegli anni e di quel clima, come ha sottolineato Edoardo Novelli, docenti di Comunicazione politica a Roma Tre. Il problema nasce, continua Novelli, quando “l’ex terrorista diventa protagonista o opinionista”. Novelli ricorda altri casi di apparizioni televisive di terroristi in questi anni.

A febbraio di quest’anno è tornato in Italia, dopo la scadenza dei termini di prescrizione, Oreste Scalzone, condannato a sedici anni di carcere nel processo ai capi di Prima Linea del 1981. Ha scontato pochi mesi di carcere fuggendo in Francia durante un periodo di libertà provvisoria. I mezzi di comunicazione hanno dato molto rilievo al suo rientro. Scalzone ha rilasciato interviste ai principali quotidiani nazionali ed è stato intervistato nella popolare trasmissione Le Iene, non mostrandosi assolutamente pentito. Dopo essersi assunto responsabilità intellettuali per le uccisioni di quegli anni, sprezzante verso il dolore delle vittime, ha affermato: “Ogni mamma vede come crimine più grande quello che ha ucciso suo figlio”. Un episodio che destò meno reazioni sdegnate, poiché, secondo Novelli, Scalzoneha dato di sé una rappresentazione macchiettistica”.

Fece rumore anche l’attenzione mediatica rivolta a Cesare Battisti, arrestato in Brasile il 18 marzo dopo una lunga latitanza tra la Francia e il Sud America (era stato condannato nel 1979, riuscì ad evadere e far perdere tutte le tracce di sé due anni dopo).

Un ricordo positivo, invece, Novelli lo riserva alla trasmissione di Sergio ZavoliLa Notte della Repubblica”, grande esempio di giornalismo di inchiesta. Nelle numerose interviste realizzate sui misteri irrisolti degli Anni di piombo spesso venivano interpellati ideologi, terroristi ed esponenti della lotta armata. “I ruoli erano molto chiari, era perfettamente chiaro chi era della parte della ragione e chi in torto […] Zavoli svolgeva un’azione di filtro seria e vera”. Un risultato che si otteneva in vari modi. Dalla scelta delle domande, dal confronto che si instaurava tra intervistato a intervistatore, fino agli accorgimenti del linguaggio televisivo. Sfondo scuro, bianco e nero, profondo e rispettoso silenzio o piccoli interventi di una musica inquietante e cupa. Docu-inchieste caratterizzate dalla sobrietà, tanto che spesso è affidata a semplici intertitoli il racconto degli eventi più importanti e delle sentenze.

Il servizio di Martelli era invece volto al sensazionalismo,  alla spettacolarrizzazione. Un montaggio concitato, una musica all’incrocio tra i Carmina Burana, il western e il rock. E protagonista senza briglie Franceschini che, come ricorda proprio Zavoli Oggi come ideologo, potrebbe dirigere con profitto il marketing di una grande multinazionale: ha intelligenza, realismo e duttilità per trasformare un delirio in un progetto razionale. [int. Da Il Mese di Rassegna sindacale, di Stefano Iucci, marzo 2007].

 La Giornata del Ricordo delle vittime del terrorismo, per avere un senso, dovrà dar voce una volte per tutte a coloro che sono stati dimenticati dalle istituzioni e dai mass media, e insegnare al rispetto verso il loro dolore.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

 

Testo della lettera di Giorgio Napoletano, da “La Repubblica”, 13 marzo 2007

 Caro Augias, la lettera indirizzatale dai famigliari dei carabinieri e degli agenti della Polizia di Stato barbaramente uccisi dalle Brigate Rosse a via Fani, nel corso del brutale rapimento dell'on. Moro, mi trova pienamente concorde. Anche nel mio messaggio di fine anno volli esprimere un chiaro richiamo al rispetto della memoria delle vittime del terrorismo e dunque al rispetto - in tutte le sedi - del dolore dei loro famigliari. Rinnovo perciò il mio fermo appello perché di ciò si tenga conto anche sul piano dell'informazione e della comunicazione televisiva. Il legittimo reinserimento nella società di quei colpevoli di atti di terrorismo che abbiano regolato i loro conti con la giustizia dovrebbe tradursi in esplicito riconoscimento della ingiustificabile natura criminale dell'attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori e dovrebbe essere accompagnato da comportamenti pubblici ispirati alla massima discrezione e misura.

Giorgio Napolitano

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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