La strage alla stazione di Bologna


2 agosto 1980, ore 10.25: venticinque anni dopo

di Mauro Mammana per LaLente, primo di quattro appuntamenti nella rubrica Memorie dedicati al venticinquesimo anniversario della strage alla stazione

Home

Mostre concluse

Televisione

Musica

Film

Sindrome di Alzheimer

Teatro

Libri

Links

LaLente

Redazione

 

 

Ci avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete.
Libero Mancuso


La storia del nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi, è stata tristemente scandita da eventi terroristico-criminali; dall'eccidio di Portella delle Ginestre fino alle stragi mafiose del 1993, centinaia di civili inermi sono caduti uccisi dal piombo, dagli esplosivi, ma soprattutto dalle strategie eversive che quegli eventi celavano e miravano a realizzare. La strage alla stazione di Bologna rappresenta il culmine di questa triste e sommersa storia d'Italia, e non solo per l'altissimo numero di vite umane perdute; grazie ad un piccolo gruppo di giudici coraggiosi, infatti, oggi conosciamo i volti e le identità di coloro che hanno reso possibile quell'orrore, sia preparandolo materialmente sia tentando successivamente di sviare le indagini dagli ambienti eversivi responsabili della strage. E il quadro che emerge dalle sentenze definitive, pur incompleto in alcune sue parti, fotografa al meglio quel rivoltante grumo di illegalità che ha da sempre tentato di influire sulle scelte politiche del nostro Paese.

Il mese di agosto è sicuramente il più intenso per la mobilità degli italiani: chi parte in macchina, chi in aereo, chi in treno, verso le agognate ferie. Quel 2 agosto del 1980, purtroppo, non faceva eccezione, ancor più in una stazione considerata lo snodo di tutta la rete ferroviaria nazionale. Da Bologna, infatti, bisogna obbligatoriamente passare sia per raggiungere il nordest ed il nordovest, sia per recarsi verso il Sud ed il versante adriatico.

Giuseppe Valerio Fioravanti, detto "Giusva", entra con una valigia nella sala d'aspetto della stazione. Sembra un comune viaggiatore; accanto a lui, come una perfetta coppietta in viaggio, c'è la sua compagna, anche di vita, Francesca Mambro. Appoggiano la valigia sul piano apposito e se ne vanno. Niente di strano, se nella valigia non ci fosse una sofisticatissima miscela di esplosivi chiamata Compound B, potenziata con una forte dose di nitroglicerina. D'altronde, la coppietta in incognito, Fioravanti e Mambro, altri non sono che le "primule nere" dell'eversione neofascista italiana; hanno alle spalle numerosi omicidi, anche eccellenti, come quello del giudice romano Mario Amato. Il loro gruppo armato, i Nar, ha pure frequentazioni ambigue negli ambienti della "mala" della capitale, tanto che uno dei loro camerati, Massimo Carminati, è addirittura l'"armiere" della Banda della Magliana, che conserva il suo arsenale in un luogo curioso: un magazzino del Ministero della Sanità, in via Liszt, a Roma.

Due neofascisti con una bomba ad altissimo potenziale in una stazione stracolma di persone. Il timer è puntato sulle 10.25. L'esplosione, il crollo di un'intera ala della stazione. 85 morti, 200 feriti. Il più grave attacco alla democrazia subìto dal nostro Paese.

Le indagini puntano subito sull'area neofascista: si chiamano in causa alcuni "vecchi arnesi" della strategia della tensione, una cinquantina in tutto. Ma un anno dopo, saranno tutti prosciolti. Qualche loro amico altolocato, infatti, ha intrapreso una lenta e complessa opera di logoramento nei confronti degli organi inquirenti. Una confidenza qua, un'ammissione là, qualche rapporto dei servizi di sicurezza: la fabbrica del depistaggio sarà presto in piena attività, supportata da tutti i più alti ufficiali del Sismi, che, del resto, sanno di non dover rendere conto del loro operato ai cittadini, come prevedrebbe il loro giuramento, ma ad una sola persona: il Venerabile, il Gran Maestro della Loggia Massonica P2, Licio Gelli. Tutti i vertici dell'esercito, dei servizi segreti, dell'Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza sono massoni affiliati alla P2, fin dagli anni '70. Ma questo si scoprirà solo nel 1981.
Il culmine di questa strategia del depistaggio è raggiunto il 13 gennaio 1981: i carabinieri, infatti, opportunamente indirizzati da informative del Sismi, trovano su una carrozza del treno Taranto-Milano una valigia sospetta. Al suo interno, infatti, vi è un mitra Mab modificato, un fucile calibro 12, passamontagna, guanti, e otto lattine colme di esplosivo. Compound B, lo stesso utilizzato per la strage.
Non c'è solo questo nella valigia: ci sono due giornali, uno francese ed uno tedesco, e due biglietti aerei, intestati a due terroristi neonazisti. Uno francese, uno tedesco.
E' mai possibile che due terroristi, presumibilmente ricercatissimi in tutta Europa, qualche mese dopo ritornino in Italia dimenticandosi sbadatamente una valigia contenente del potente esplosivo nonché documenti comprovanti chiaramente la loro identità? Sì, secondo il Sismi, autore peraltro di varie informative su una fantomatica operazione, organizzata da gruppi neonazisti europei insieme a neofascisti italiani, chiamata "Terrore sui treni".
Solo nel 1984 i magistrati appureranno che il ritrovamento della valigia altro non era se non un depistaggio, commissionato, per di più, dagli altissimi papaveri del servizio segreto militare italiano, vale a dire il colonnello Giuseppe Belmonte e il generale Pietro Musumeci. Entrambi piduisti.

Quando sembra che la strage di Bologna si stia, anch'essa come le altre, avviando verso i consueti lidi italici ricolmi di sabbia, i magistrati di Bologna, tra cui l'allora pm Libero Mancuso, riescono a far rinviare a giudizio i presunti autori materiali ed ispiratori della strage: fra questi ultimi Licio Gelli, Francesco Pazienza (considerato il capo occulto del cd. "Supersismi", vale a dire il cuore deviato del servizio segreto), Belmonte e Musumeci. Fra gli autori, invece, Mambro e Fioravanti. L'accusa sostiene l'esistenza di un gruppo di potere, polarizzatosi intorno alla loggia P2, che attraverso l'apporto materiale dei gruppi di estrema destra avrebbe attentato alla sicurezza democratica attraverso atti di terrorismo. Lo scenario che si può intravedere dietro la strage, se possibile, è però ancor più spaventoso: si scopre, ad esempio, che il mitra Mab trovato nella valigia sul treno Taranto-Milano proviene dall'arsenale "ministeriale" della Banda della Magliana. Inoltre, molti pentiti dell'estremismo neofascista indicano in Fioravanti l'esecutore materiale degli omicidi Pecorelli e Mattarella. Il killer della P2, insomma.

Neofascisti "di Stato", criminali di altissimo rango, massoni, servizi segreti: è questo l'intreccio di poteri che avrebbe provocato la tragedia del 2 agosto.

La storia processuale della strage di Bologna è una delle poche ad aver conosciuto una fine, avendo individuato le responsabilità materiali ed avendo punito anche i "depistatori". Il processo di primo grado si conclude nel 1988, con la condanna di Mambro, Fioravanti, Fachini e Picciafuoco (altri due neofascisti) all'ergastolo; condanne anche per Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, per calunnia pluriaggravata. La Corte d'Appello, l'anno dopo, annulla tutte le sentenza, con una assoluzione generale molto "all'italiana". La Corte di Cassazione, nel 1992, annulla la sentenza d'Appello e dispone un nuovo processo di secondo grado, che si conclude nel 1994 con l'ergastolo per Mambro, Fioravanti e Picciafuoco, con l'assoluzione di Fachini, e con le condanne per Gelli e compagnia. La fine della vicenda processuale è sancita dalla sentenza emessa il 23 novembre 1995 dalle Sezioni Unite della Cassazione, che conferma le condanne (tranne che per Picciafuoco, che sarà definitivamente assolto in un successivo processo).

La più grave strage della storia italiana, finalmente, conosce i suoi colpevoli. Nonostante le campagne politiche e di stampa che, da destra e da sinistra, da vent'anni insistono sull'innocenza di Mambro e Fioravanti, cinque processi (senza contare i procedimenti "stralcio") hanno stabilito la loro responsabilità.

Le vittime della strage di Bologna non sapevano di essere finite in un gioco mortale più grande di loro: volevano solo andare in vacanza.
"Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo. Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
'Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire', ha scritto Secci, 'la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo'.
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage" (tratto dal sito dell'Associazione, www.stragi.it).

Mauro Mammana mauromammana@lalente.net

L'immagine della stazione di Bologna dopo l'attentato del 2 agosto 1980 è distribuita con GNU Free Documentation Licence

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
per collaborare con www.sindromedistendhal.com scrivimi info@sindromedistendhal.com o contattami con Skype:

My status