Ci
avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete.
Libero Mancuso
La
storia del nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi, è stata
tristemente scandita da eventi terroristico-criminali;
dall'eccidio di Portella delle Ginestre fino alle stragi mafiose
del 1993, centinaia di civili inermi sono caduti uccisi dal
piombo, dagli esplosivi, ma soprattutto dalle strategie eversive
che quegli eventi celavano e miravano a realizzare. La strage
alla stazione di Bologna rappresenta il culmine di questa
triste e sommersa storia d'Italia, e non solo per l'altissimo
numero di vite umane perdute; grazie ad un piccolo gruppo di
giudici coraggiosi, infatti, oggi conosciamo i volti e le
identità di coloro che hanno reso possibile quell'orrore, sia
preparandolo materialmente sia tentando successivamente di
sviare le indagini dagli ambienti eversivi responsabili della
strage. E il quadro che emerge dalle sentenze definitive, pur
incompleto in alcune sue parti, fotografa al meglio quel
rivoltante grumo di illegalità che ha da sempre tentato di
influire sulle scelte politiche del nostro Paese.
Il mese di agosto è sicuramente il più intenso per la mobilità
degli italiani: chi parte in macchina, chi in aereo, chi in
treno, verso le agognate ferie. Quel 2 agosto del 1980,
purtroppo, non faceva eccezione, ancor più in una stazione
considerata lo snodo di tutta la rete ferroviaria nazionale. Da
Bologna, infatti, bisogna obbligatoriamente passare sia per
raggiungere il nordest ed il nordovest, sia per recarsi verso il
Sud ed il versante adriatico.
Giuseppe Valerio Fioravanti, detto "Giusva", entra
con una valigia nella sala d'aspetto della stazione. Sembra un
comune viaggiatore; accanto a lui, come una perfetta coppietta
in viaggio, c'è la sua compagna, anche di vita, Francesca
Mambro. Appoggiano la valigia sul piano apposito e se ne
vanno. Niente di strano, se nella valigia non ci fosse una
sofisticatissima miscela di esplosivi chiamata Compound B,
potenziata con una forte dose di nitroglicerina. D'altronde, la
coppietta in incognito, Fioravanti e Mambro, altri
non sono che le "primule nere" dell'eversione neofascista
italiana; hanno alle spalle numerosi omicidi, anche eccellenti,
come quello del giudice romano Mario Amato. Il loro
gruppo armato, i Nar, ha pure frequentazioni ambigue
negli ambienti della "mala" della capitale, tanto che uno dei
loro camerati, Massimo Carminati, è addirittura
l'"armiere" della Banda della Magliana, che conserva il
suo arsenale in un luogo curioso: un magazzino del Ministero
della Sanità, in via Liszt, a Roma.
Due neofascisti con una bomba ad altissimo potenziale in una
stazione stracolma di persone. Il timer è puntato sulle 10.25.
L'esplosione, il crollo di un'intera ala della stazione. 85
morti, 200 feriti. Il più grave attacco alla democrazia subìto
dal nostro Paese.
Le indagini puntano subito sull'area neofascista: si chiamano in
causa alcuni "vecchi arnesi" della strategia della tensione, una
cinquantina in tutto. Ma un anno dopo, saranno tutti prosciolti.
Qualche loro amico altolocato, infatti, ha intrapreso una lenta
e complessa opera di logoramento nei confronti degli organi
inquirenti. Una confidenza qua, un'ammissione là, qualche
rapporto dei servizi di sicurezza: la fabbrica del depistaggio
sarà presto in piena attività, supportata da tutti i più alti
ufficiali del Sismi, che, del resto, sanno di non dover rendere
conto del loro operato ai cittadini, come prevedrebbe il loro
giuramento, ma ad una sola persona: il Venerabile, il Gran
Maestro della Loggia Massonica P2, Licio Gelli.
Tutti i vertici dell'esercito, dei servizi segreti, dell'Arma
dei Carabinieri e della Guardia di Finanza sono massoni
affiliati alla P2, fin dagli anni '70. Ma questo si scoprirà
solo nel 1981.
Il culmine di questa strategia del depistaggio è raggiunto il 13
gennaio 1981: i carabinieri, infatti, opportunamente indirizzati
da informative del Sismi, trovano su una carrozza del treno
Taranto-Milano una valigia sospetta. Al suo interno, infatti, vi
è un mitra Mab modificato, un fucile calibro 12, passamontagna,
guanti, e otto lattine colme di esplosivo. Compound B, lo
stesso utilizzato per la strage.
Non c'è solo questo nella valigia: ci sono due giornali, uno
francese ed uno tedesco, e due biglietti aerei, intestati a due
terroristi neonazisti. Uno francese, uno tedesco.
E' mai possibile che due terroristi, presumibilmente
ricercatissimi in tutta Europa, qualche mese dopo ritornino in
Italia dimenticandosi sbadatamente una valigia contenente del
potente esplosivo nonché documenti comprovanti chiaramente la
loro identità? Sì, secondo il Sismi, autore peraltro di varie
informative su una fantomatica operazione, organizzata da gruppi
neonazisti europei insieme a neofascisti italiani, chiamata
"Terrore sui treni".
Solo nel 1984 i magistrati appureranno che il ritrovamento della
valigia altro non era se non un depistaggio, commissionato, per
di più, dagli altissimi papaveri del servizio segreto militare
italiano, vale a dire il colonnello Giuseppe Belmonte e
il generale Pietro Musumeci. Entrambi piduisti.
Quando sembra che la strage di Bologna si stia, anch'essa come
le altre, avviando verso i consueti lidi italici ricolmi di
sabbia, i magistrati di Bologna, tra cui l'allora pm Libero
Mancuso, riescono a far rinviare a giudizio i presunti
autori materiali ed ispiratori della strage: fra questi ultimi
Licio Gelli, Francesco Pazienza (considerato il
capo occulto del cd. "Supersismi", vale a dire il cuore
deviato del servizio segreto), Belmonte e Musumeci.
Fra gli autori, invece, Mambro e Fioravanti.
L'accusa sostiene l'esistenza di un gruppo di potere,
polarizzatosi intorno alla loggia P2, che attraverso l'apporto
materiale dei gruppi di estrema destra avrebbe attentato alla
sicurezza democratica attraverso atti di terrorismo. Lo scenario
che si può intravedere dietro la strage, se possibile, è però
ancor più spaventoso: si scopre, ad esempio, che il mitra Mab
trovato nella valigia sul treno Taranto-Milano proviene
dall'arsenale "ministeriale" della Banda della Magliana.
Inoltre, molti pentiti dell'estremismo neofascista indicano in
Fioravanti l'esecutore materiale degli omicidi
Pecorelli e Mattarella. Il killer della P2, insomma.
Neofascisti "di Stato", criminali di altissimo rango, massoni,
servizi segreti: è questo l'intreccio di poteri che avrebbe
provocato la tragedia del 2 agosto.
La storia processuale della strage di Bologna è una delle poche
ad aver conosciuto una fine, avendo individuato le
responsabilità materiali ed avendo punito anche i "depistatori".
Il processo di primo grado si conclude nel 1988, con la condanna
di Mambro, Fioravanti, Fachini e
Picciafuoco (altri due neofascisti) all'ergastolo; condanne
anche per Gelli, Pazienza, Musumeci e
Belmonte, per calunnia pluriaggravata. La Corte d'Appello,
l'anno dopo, annulla tutte le sentenza, con una assoluzione
generale molto "all'italiana". La Corte di Cassazione, nel 1992,
annulla la sentenza d'Appello e dispone un nuovo processo di
secondo grado, che si conclude nel 1994 con l'ergastolo per
Mambro, Fioravanti e Picciafuoco, con
l'assoluzione di Fachini, e con le condanne per Gelli e
compagnia. La fine della vicenda processuale è sancita dalla
sentenza emessa il 23 novembre 1995 dalle Sezioni Unite della
Cassazione, che conferma le condanne (tranne che per
Picciafuoco, che sarà definitivamente assolto in un
successivo processo).
La più grave strage della storia italiana, finalmente, conosce i
suoi colpevoli. Nonostante le campagne politiche e di stampa
che, da destra e da sinistra, da vent'anni insistono
sull'innocenza di Mambro e Fioravanti, cinque
processi (senza contare i procedimenti "stralcio") hanno
stabilito la loro responsabilità.
Le vittime della strage di Bologna non sapevano di essere finite
in un gioco mortale più grande di loro: volevano solo andare in
vacanza.
"Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne
allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio,
Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato
che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava,
proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna
e aveva dovuto aspettare il treno successivo. Poi non ne aveva
più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza
del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era
ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
'Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò
di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto
inorridire', ha scritto Secci, 'la visione era talmente
brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un
po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti
parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza
di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di
tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul
suo corpo'.
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente
dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage"
(tratto dal sito dell'Associazione, www.stragi.it).
Mauro Mammana
mauromammana@lalente.net
L'immagine della stazione di Bologna dopo l'attentato del 2
agosto 1980 è distribuita con GNU Free Documentation Licence