“Hanno rimandato a casa le loro spoglie nelle bandiere,
legate strette perché sembrassero intere”
Fabrizio De Andrè – “La Collina” – “Non al
denaro non all’amore né al cielo”, 1971
Roberto aspetta il treno che lo riporterà a casa. La prima
licenza dopo tre mesi. Sopraffatto dal caldo, inganna il tempo
di attesa canticchiando una canzone, poi si accende una
sigaretta senza pensare. Una grande confusione intorno. È il
primo fine settimana di agosto e tutti partono per le vacanze. A
lui in vece interessa solo tornarsene al suo paesello per
riabbracciare genitori ed amici. Muore dalla voglia di fare un
pasto decente, l’amore ed una partita a calcio. Guarda
l’orologio della stazione sbuffando: ancora le 10.20. Il
treno sembra non voler mai arrivare, si accarezza una guancia
col dorso della mano, vi tamburella sopra le dita, è impaziente.
Infila una mano nella tasca destra dei jeans troppo larghi.
Cerca un gettone per chiamare il padre ed avvertirlo del suo
arrivo. Si sente quasi stordire mentre osserva i binari
riflettere la luce del sole. Si guarda intorno alla ricerca di
una cabina telefonica. Alza di nuovo lo sguardo verso
l’orologio: le 10.25.
Roberto Procelli, classe 1959, militare di leva al
121° Battaglione di artiglieria leggera di stanza a Bologna.
La prima vittima ad essere identificata grazie alla
piastrina che portava al collo. Il suo corpo è stato trovato
accanto alla cabina telefonica di Piazza delle Medaglie d’Oro.
Roberto aveva ventun’anni e veniva da San Leo di Anghiari, un
pugno di case a 30 km da Arezzo, in bilico fra Umbria e Toscana.
Da queste parti la data del 2 agosto rinnova da ventisei
anni un dolore che coinvolge in maniera intensa tutto il paese.
Può capitare, da queste parti, che qualcuno non conosca la data
dell’unità d’Italia o della Rivoluzione francese. Tutti però
ricordano perfettamente cosa è successo il 2 agosto 1980.
Il professore di storia contemporanea come il bracciante
agricolo. Perché quel giorno Roberto aspettava il treno.
I genitori di Roberto erano gente onesta e tranquilla. Operai
che avevano costruito una casa e comprato un po’ di terra dopo
quindici anni di lavoro in Svizzera. Al tempo il padre si
dedicava alla coltivazione dei suoi campi ed il figlio lo
aiutava anche se, con il suo diploma da ragioniere, da poco era
riuscito a trovarsi un lavoro.
La madre Ilda mi accoglie nella sua casa piena di targhe
ad memoriam e fotografie di quel figlio di cui non gli è
rimasta che una bandiera tricolore. Ha settantadue anni e lo
sguardo molto più stanco di una qualsiasi donna della sua età.
Signora Ilda, vuole raccontare qualcosa di quel 2 agosto
1980?
Mio figlio Roberto prestava il servizio militare a Bologna da
circa tre mesi. Quel giorno sarebbe dovuto tornare a casa, in
licenza. Aspettavamo la sua telefonata per andare a prenderlo
alla. stazione di Arezzo, ma non sapevamo a che ora. Mio marito
era al lavoro nei campi ed io stavo cucinando. Era sabato. Ad un
certo punto sento distrattamente dalla televisione la notizia
dello scoppio di una bomba alla stazione di Bologna. Ancora
neanche al telegiornale avevano un’idea precisa circa le
proporzioni della tragedia e sinceramente, lì per lì, ho
sottovalutato la cosa. Roberto non aveva telefonato ed io lo
credevo ancora in caserma, quindi non mi sono preoccupata più di
tanto. Quando ho sentito parlare di vittime, però, ho
avuto un fremito.
Nessuno vi ha avvertiti?
All’ora di pranzo un parente suonò il campanello. Disse che una
pattuglia dei carabinieri si era recata a casa sua affinché ci
avvertisse che Roberto era ferito e che dovevamo correre a
Bologna perché aveva bisogno di trasfusioni. In realtà era già
morto ed i carabinieri lo sapevano, ma non avevano avuto il
coraggio di venire a comunicarcelo. Hanno preferito farci
mettere in viaggio con quello stato d’animo, così, senza sapere
dove andare.
Non sapevate in quale ospedale si trovasse?
Non sapevamo niente. Siamo corsi verso la caserma dove nostro
figlio prestava il servizio militare. Lì, credendo che fossimo
stati informati, ci hanno subito dato le indicazioni per andare
ad effettuare il riconoscimento del cadavere… da quel momento in
poi non ricordo più niente.
Avete preso parte ai funerali di Stato?
No, ci siamo rifiutati. Prima li ammazzano e poi gli organizzano
una bella cerimonia: mio marito ed io lo trovavamo assurdo. E
comunque non avremmo retto alla commozione. Non avremmo retto un
giorno di più in quella città. Così abbiamo voluto che la salma
di nostro figlio fosse riportata a casa e che il funerale fosse
celebrato a San Leo, il posto in cui era nato e cresciuto, dal
prete che lo aveva battezzato ventuno anni prima.
Vi partecipò qualche carica dello Stato?
Nessuna, come era giusto e logico che fosse. Solo ufficiali
dell’Esercito che avrebbero partecipato a prescindere dalle
circostanze, essendo Roberto un militare di leva. Ricordo tante
persone in alta uniforme. Ricordo tanti ragazzi in divisa, la
stessa che gli avevo visto indossare l’ultima volta che ci
eravamo salutati. Ma più di tutto mi ricordo il Silenzio.
Quando le trombe hanno intonato il Silenzio ho avuto la
sensazione che non mi sarei mai tolta dalla testa quelle note. E
così è stato.
Già, il silenzio. Alla luce delle alterne vicende giudiziarie
che hanno riguardato la strage, Lei che idea si è fatta in
proposito?
La mia idea conta poco. La verità è che qualcuno continua
ad occupare la sua bella sedia in Parlamento, qualcun altro
se ne sta beato nella sua sontuosa villa, a 30 km da qui.
E la Mambro e Fioravanti vanno in televisione e scrivono sui
giornali...
Scrissero anche a Giovanni Paolo II, se è per questo. La
cosa assurda è che lui gli rispose. A me il Papa non ha mai
scritto. Mi chiedo dove viviamo. Li ho visti in televisione ed
ho cambiato canale. Saperli in galera o meno non toglie né
aggiunge niente al mio dolore, chiedo solo che non vengano
beatificati. Almeno questo. Saranno pure state delle pedine, ma
ciò non li solleva dalle loro responsabilità. Quel giorno alla
stazione c’erano loro, fisicamente. Sono degli assassini e
devono pagare per quello ed altri gesti tremendi. Se penso che
sono entrati in stazione con quella valigetta in mano… hanno
visto in faccia le loro vittime. Hanno guardato tutti quei
giovani, quelle famiglie e chi sa, magari anche il mio Roberto,
sapendo che dopo poco sarebbero saltati tutti in aria. Non è
proprio come sganciare una bomba da un aereo. Ci vuole una
freddezza inaudita. Una persona capace di fare una cosa del
genere non può dirsi estranea. Nemmeno se lo sta facendo
su commissione e non ne conosce i motivi.
Collaborano da anni con l’associazione “Nessuno tocchi
Caino” che si batte contro la pena di morte...
Questo secondo me è immorale. Quante pene di morte hanno
inflitto loro a degli innocenti? Mi dispiace ma non riesco a
capire. So che hanno anche avuto una figlia e questo mi lascia
senza parole.
Francesco Cossiga, il Presidente del Consiglio in carica al
momento della strage, ha sempre sostenuto con forza la tesi
della loro innocenza . Cosa ne pensa?
Mi convince ancora di più del fatto che, rifiutando il funerale
di Stato, ho risparmiato a mio figlio l’ultimo scempio: quello
della beffa
Crede che sarà mai fatta giustizia?
Si sono presi mio figlio a vent’anni e me l’hanno rimandato
chiuso dentro una bara. Per me la parola giustizia suona
un po’ stridente. Non esiste giustizia per una cosa del genere.
Un Paese in cui trovano terreno fertile intrighi di tale portata
non può permettersi la parola giustizia. Da parte mia,
non è il sapere gli esecutori all’ergastolo che mi conforta. Non
mi conforterebbe nemmeno sapere in cella i reali mandanti della
strage, anche se quando Licio Gelli fu rinviato a giudizio ci
avevo quasi creduto. Vorrei solo che la smettessero di prenderci
in giro.
Quale fu la Sua reazione alla proposta avanzata fra gli altri
da Tremaglia e Cossiga, di rimuovere l’intestazione Vittime
del Terrorismo Fascista dalla lapide commemorativa alla
stazione di Bologna?
Ho visto quella lapide solo in foto. Non ho mai più messo piede
a Bologna. Non ci sono nemmeno più passata per sbaglio. Comunque
non ero d’accordo che ne venisse cancellata l’intestazione. L’ho
subito visto come un tentativo di offuscare la memoria. In
realtà sappiamo benissimo che terrorismo fascista è
un’espressione molto limitante. Quella scritta è il massimo a
cui possiamo aspirare, però. Sarei d’accordo a rimuoverla se
venisse sostituita con Vittime dello Stato Italiano e dei
suoi poteri occulti. Ma questo non succederà mai. Possiamo
solo immaginare o ricostruire la verità. Nessuno verrà mai a
raccontarcela.
Quale è il Suo rapporto con l’Associazione tra i familiari
delle vittime della strage?
Mio marito Rinaldo, fino a che è stato in vita, ha sempre
partecipato agli incontri e alle iniziative. Ci procurarono
anche dei soldi per costruire la cappella in memoria di Roberto
che si trova al cimitero di San Leo. Io non ho mai aperto le
lettere, che continuano ad arrivarmi regolarmente, con il timbro
postale di Bologna. Non per mancanza di fiducia, anzi. Sono al
corrente di tutto ciò che di buono l’Associazione ha fatto in
questi anni per mantenere vivo il ricordo della strage e per
cercare la verità. Io stessa non mi tiro mai indietro quando mi
viene chiesto di raccontare la mia storia. Nessuno dovrebbe mai
dimenticare e credo che non se ne parli mai abbastanza. Il fatto
è che non ho mai avuto il coraggio di incontrare altre madri che
abbiano vissuto la mia stessa esperienza e ritrovare nei loro
occhi il mio identico dolore. Forse non è giusto, ma non ce l’ho
mai fatta. Inutile dire che mi sento vicina a queste persone ed
apprezzo molto il loro operato.
Come ritiene che si sia comportato lo Stato verso i parenti
delle vittime?
Non si è comportato. Lo Stato ha creato le vittime e basta. Io
non ho mai visto né sentito nessuno.
Nemmeno per quanto concerne i risarcimenti economici del
caso?
Li chiamano risarcimenti ed è una parola che non ha alcun
significato. Comunque no. So che se ne è occupata l’Associazione
ed anche il parroco del paese si è dato molto da fare in questo
senso. Nessuno ci ha mai contattati direttamente e, in tutta
onestà, non me ne importa proprio niente.
Gli enti locali si sono mostrati in vece molto più
sensibili...
Decisamente sì. Nella zona tutti ci hanno sempre mostrato grande
solidarietà. Ogni anno, in occasione del 2 agosto, viene
organizzato un concerto dal Comune e ricevo una visita del
Sindaco. Sempre a cavallo della stessa data si svolge la
Festa de l’Unità, che commemora Roberto regolarmente. A lui
sono stati intitolati lo stadio, il circolo parrocchiale ed una
borsa di studio. Apprezzo molto tutte queste manifestazioni
d’affetto e spero che, in qualche modo, servano a ricordare
sempre la tragedia che si è consumata 26 anni fa. Mi piace
pensare che ad ogni bambino che, magari passando davanti allo
stadio, chieda chi è Roberto Procelli, venga raccontata
la storia della strage di Bologna. Questa è la memoria storica.
Martina Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
L'immagine della stazione di Bologna dopo l'attentato del 2
agosto 1980 e la targa commemorativa delle vittime sono distribuite con GNU Free Documentation Licence