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Francois Pinault e alle spalle
Palazzo Grassi

"Where
are we going", Damien Hirst, 2000-04 
"Him",
Maurizio Cattelan, 2001 
Pinault
all'interno dell'opera di Rudolf Stingel |
Dopo la cessione da parte
della famiglia Agnelli, storica proprietaria di Palazzo
Grassi, la sede espositiva più prestigiosa di Venezia
riapre al pubblico. Rinnovato nella struttura e nella sua vocazione
culturale, proiettato nel panorama dell’arte contemporanea, secondo il
gusto e gli interessi del nuovo proprietario, Francois Pinault. Grande magnate francese, tra gli uomini più
ricchi del mondo e uno dei principali collezionisti europei, proprietario
della casa d’aste Christie’s. Solo due anni per riaprire al pubblico
Palazzo Grassi, restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando, che da
molto tempo lavora al fianco di Pinault nel progetto ormai sfumato, di una
collocazione della collezione personale in Francia. Ando è intervenuto
creando spazi minimalisti, che si sposano perfettamente con la funzione
espositiva dell’edificio, rispettando e valorizzando la struttura
settecentesca.
La mostra inaugurale è un
percorso nell’arte del secondo dopoguerra attraverso alcune opere
significative della collezione Pinault. La curatela è stata affidata a un
nome prestigioso, Alison Gingeras,
collaboratrice del Guggenheim di New York. L’obiettivo dell’ambizioso
progetto è rispondere alla domanda che dà il titolo all’esposizione: “Where
are we going?”: un occhio sul panorama contemporaneo dell’arte, ma
senza dimenticare i maestri del passato più prossimo, dal Minimalismo
all’Astrattismo americano, dall’Informale europeo alla Pop Art
dedicando molto spazio anche all’arte italiana degli anni Cinquanta e
Sessanta. Un’intera sala è dedicata ai monocromi di Manzoni e a
Fontana, del quale sono esposte alcune opere che mostrano la varietà
della sua ricerca formale, un’altra all’Arte Povera.
“Where are we going”
è un titolo preso a prestito da un’opera di Damien
Hirst (Bristol, 1965) presente in mostra, una serie di vetrine
disposte a formare una croce, che contengono scheletri di diversi animali
e un teschio umano. L’opera, il cui titolo completo è “Where are we
going? Where do we come from? Is there a reason?”, è una delle
innumerevoli provocazioni del quotatissimo artista inglese di cui Pinault
è uno dei principali collezionisti. La provocazione si dimostra per molti
artisti la cifra dell’arte contemporanea. Ne sono un esempio le foto
dedicate al sesso di Cindy Sherman (Glen Ridge, Usa, 1954), spaventose bambole che
mostrano un’idea del sesso violenta, satanica, meccanica. Altro maestro
della provocazione è l’italiano Maurizio
Cattelan (Padova, 1960), la cui statua raffigurante Hitler in
ginocchio, che ci volta le spalle, apre la mostra.
Altri artisti guardano al
passato e alla classicità, come Giulio
Paolini (Genova, 1940), o al mondo giocoso e ironico dell’infanzia
come Jeff Koons (York, Usa, 1955) che ha realizzato alcune imponenti
installazioni appositamente per la mostra.
La rivoluzione copernicana
avvenuta nell’arte contemporanea secondo alcuni artisti che considerano
il pubblico come centro dell’opera, è rappresentata dalla stanza che
l’artista altoatesino Rudolf
Stingel (Merano, 1956) ha rivestito con celotex e colle speciali,
permettendo a ogni visitatore di lasciare un segno del suo passaggio,
collaborando alla creazione dell’opera d’arte, affrancandosi dal ruolo
di occhio passivo, per intervenire attivamente sul lavoro dell’artista.
L’effetto ottenuto a Palazzo Grassi è molto originale: molti visitatori
hanno scritto su fogli di fortuna (il biglietto della mostra, scontrini,
cartoline, ecc…) dure stroncature alla mostra stessa. Messaggi che
riportano una profonda delusione, a cui probabilmente contribuisce la
mancanza lungo tutto il
percorso espositivo di panelli esplicativi o di un’audioguida. Il
risultato è che grandi tele monocrome, animali vivisezionati, lastre di
metallo o pesanti blocchi di cemento possono rimanere un mistero per il
visitatore, spinto a negare lo statuto di arte a quello che vede, non
messo nelle condizioni di dare un senso al lavoro degli artisti in mostra.
“Where are we going” si limita a mostrarci duecento opere, metterle
vicino, porle a confronto col passato, ma non pretende di darcene una
spiegazione. Problema di poco conto per gli addetti ai lavori, ma
situazione frustrante per i normali visitatori che però hanno la
possibilità di interrogarsi liberi da ogni vincolo su ciò che hanno
davanti, su cosa sia l’arte contemporanea e su dove stia andando. E, a
giudicare dai commenti presenti nell’opera
di Rudolf Stingel ne traggono conclusioni sconsolate.
L’esposizione lascia
perplessi anche perché, al contrario di quanto ci si aspetterebbe dal
titolo, indaga solo parzialmente le nuove tendenze dell’arte
contemporanea e dei giovani artisti. Nonostante le duecento opere e i
cinquanta artisti non riesce a presentare la complessità di un panorama
in continuo mutamento. Ad esempio viene lasciato pochissimo spazio a forme
di artistiche ormai fondamentali come la videoarte e le performance. La
curatrice afferma, in un’intervista al “Giornale dell’arte” (N.25,
aprile 2006), di aver voluto con questa mostra presentare la figura di
Pinault, “tracciare un suo primo ritratto”. Insomma sembra che la
domanda “Where are we going” sia circoscrivibile al collezionista
francese e ai suoi collaboratori: dove sta andando le sua collezione e il
futuro di Palazzo Grassi.
E intanto si prepara già
la seconda grande mostra del nuovo corso di Palazzo Grassi “Picasso la
joie de vivre 1945-
1948”
che si aprirà l’undici novembre.
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