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Beirut
1991 
Beirut
1991 
Milano,
1980 |
Visitare
in questi giorni la mostra dedicata a Gabriele Basilico alla Maison
Européenne de la Photographie a Parigi è un’esperienza del tutto
particolare. Vedere le immagini di palazzi di Beirut diroccati dalle bombe
crea un cortocircuito con le fotografie che stiamo vedendo sulle pagine
dei nostri quotidiani. Vedere in un museo le stesse immagini che ci
fornisce la triste cronaca quotidiana, conferisce a queste immagini
un’ulteriore forza, a ciò che ci presentano forte pathos e drammaticità.
Eppure
le foto di Basilico risalgono a quindici anni fa. La serie “Beirut
1991” fu realizzata poco dopo il termine della guerra civile che ha
dilaniato il Libano per quindici anni. Basilico descrisse le macerie
fotografate anche come simbolo di un’ “ attesa
di una ricostruzione annunciata”. Mentre proprio in questi giorni i
giornali parlano dei bombardamenti sulla città libanese. Le parole della
regista Lina Khoury riportate oggi nel “Diario dal Libano” di
Repubblica sembrano descrivere le foto che possiamo vedere a Parigi: “I
ponti sono crollati, le strade distrutte, il paese è isolato”. Khoury
ricorda poi come i quartieri che sono attaccati dai missili israeliani,
sono proprio quelli distrutti durante la guerra civile e ricostruiti per
volere del premier Rafiq Hariri, ucciso in un attentato nel febbraio 2005:
“hanno centrato il cuore di Beirut, la zona che era stata ricostruita da
Rafiq Hariri e che negli ultimi anni è stata il nostro orgoglio e la
nostra vetrina. È come se avessero ucciso lui per una seconda volta e
costretto noi tutti a piangere di nuovo la sua morte”. La città di
nuovo ferita diviene simbolo di un’intera comunità messa in pericolo,
di un’identità minacciata nell’ennesima guerra mediorientale.
E Basilico stesso afferma che “la
città è il teatro dove si svolge il ritmo dell'identità urbana”. Come
se questi bombardamenti stessero distruggendo ciò che questi quindici
anni di rinascita rappresentano. Una città nuova quella che si forma
negli anni Novanta e che Basilico rivide in un viaggio nel 2003, trovando
una Beirut diversissima da quella postbellica del 1951. Una città
normale, che voleva incrnare la normalizzazione, forse solo apparente, del
Paese.
“Beirut
1991” fa parte di un progetto coordinato dalla scrittrice Dominique
Eddé che ha coinvolto altri fotografi oltre all’italiano Raymond
Depardon, René Burri, Joseph Koudelka, Fouad Elkoury e Robert Frank, per
realizzare un libro e una mostra per volontà della Fondazione
dell’allora premier libanese Rafiq Hariri.
Nella mostra di Parigi sono esposte
anche molte fotografie che riproducono scorci di città italiane e non
solo. Milano (la città da cui nasce la sua analisi dei tessuti urbani e
delle architetture), Napoli, ma anche Losanna, Berlino e città americane.
Sempre alla ricerca di quei luoghi che sono, dice il fotografo, “sistemi
di rapporti”. Città in cui le persone scompaiono ma che non paiono città
fantasma, ma anzi luoghi pulsanti della vita di questi “assenti”, come
sostiene Marco Meneguzzo nella presentazione della mostra di Basilico alla
GAM nel 2002.
L’arte ancora una volta ci offre una
diversa lettura della realtà. Queste foto non ci parlano di una storia
che si ripete. Nel loro dialogo con le foto che stiamo vedendo in questi
giorni, ci mostrano invece come il Medio Oriente sia intrappolato in un
binario cieco. Come i quella regione del nostro pianeta ci si ostini,
contro ogni logica e senso storico, a percorrere la via della violenza e
della guerra.
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