|
“Finalmente autunno”, disse Diletta, mentre,
seduta, guardava fuori della finestra. L’imbrunire si faceva
magico, le foglie assumevano colori meravigliosi, caldi,
morbidi, in alcuni punti della città, sì, perfino in città,
da qualche parte, si poteva sentire l’odore della legna o
delle castagne … e tutto questo preludeva alla stagione
delle tenebre, al grande, forte, imponente, austero inverno,
la Stagione per eccellenza per Diletta, con le sue nebbie, i
ghiacci, le cime innevate, i camini accesi e la gente
riunita nelle case. Ci era nata, in inverno, Diletta, e la
sentiva la “sua” stagione, seria e rigorosa, un carattere
forte, insomma, come lei.
Era nella maturità piena, ma ancora di
aspetto gradevole, curata, una persona piacevole, a dispetto
dei difficili eventi che le erano piombati nella vita come
blocchi di cemento lasciati cadere da una gru. Riusciva ad
essere ancora sorridente, anche se qualche volta troppo
decisa, con delle asperità ormai non più smussabili. Tanti
gli interessi e gli amici, e un incarico abbastanza
soddisfacente presso il Ministero degli Esteri; una casa in
montagna, ora una, più piccola, al mare, numerosi viaggi
all’attivo, fra cui tre lunghe permanenze all’estero per
conto del ministero, 4 anni a Buenos Aires, 3 a Washington e
due a New York. Un profilo gratificante, se non fosse stato
per quel suo tallone d’Achille ben celato a tutti. Si
sentiva sola, Diletta, e, se fino a un dato momento della
vita aveva provato piacere nel rientrare a casa e trovarvi
un gran senso di pace, in seguito la mancanza di un compagno
si era fatta sentire. Era stata sposata, ai tempi
dell’Argentina, ma non avendo avuto figli, non era rimasta
neanche l’amicizia e Bruno, il marito, non l’aveva più
sentito. Forse era rimasto lì, chissà? Poi un paio di storie
importanti, fra le tante, tra cui quella con Nathan, a
Washington, e quella con Daniele, finita male solo due anni
prima.
Nathan era un avvocato affermato, simpatico,
sportivo, affascinante; socio in un prestigioso studio della
capitale, “La scheda è perfetta”, avrebbe detto la sua amica
Eugenia in gergo amicale. La storia con lui era durata due
anni e sembrava addirittura volgere a un matrimonio, fino a
quando si era accorta che, contemporaneamente a lei,
convergeva al matrimonio con altre due donne. Disgustata,
aveva chiesto al Ministero di rientrare in Italia.
Un paio di anni da sola, o meglio,
accompagnata in maniera variegata e senza troppo impegno,
poi aveva conosciuto Daniele. “Daniele Monterosso”, le aveva
detto Eugenia nel presentarglielo, alla festa del suo
compleanno, poi, girandosi, aveva strizzato l’occhio. Lui
faceva l’otorinolaringoiatra presso l’ospedale San Carlo ed
era piuttosto simpatico. Questa volta anche a lei era
sembrato uno da prendere in considerazione. Del resto, aveva
ormai da superato la quarantina e pensare alla possibilità
di un compagno fisso, a una “storia seria”, non le
dispiaceva.
Avevano cominciato a uscire da soli, prima
una mostra, poi un concerto, un cinema, una cena e, dopo sei
mesi, Daniele si fermava ormai spesso a dormire da lei. Mai
il contrario. Un po’ perché l’appartamento di Diletta,
bello, spazioso e confortevole, a porta San Pancrazio,
offriva molte comodità anche a una coppia, un po’ perché non
era troppo distante dal Ministero e vicinissimo
all’ospedale.
“Inoltre”, disse Daniele il giorno del
compleanno di Diletta, consegnandole il pacchetto con la
carta argentata, “sai bene che stare da me significherebbe
esporsi al rischio che la mia ex-moglie ci tormenti. Non ha
mai accettato la nostra separazione, e il suo lavoro le
facilita il compito quando decide di sorvegliarmi per
rendermi la vita difficile. Non che ne abbia il diritto,
beninteso, ma poi ne approfitta per negarmi gli incontri con
Federico”. La ex-moglie di Daniele era un’ispettrice di
polizia e sapeva bene come controllare i movimenti di
qualcuno senza che costui se ne accorgesse. Tutte le volte
che aveva visto Daniele con una donna, prima che incontrasse
Diletta, gli aveva sistematicamente negato il fine settimana
con il bambino, adducendo inconfutabili motivazioni di
salute. Federico, del resto, a soli nove anni, non avrebbe
potuto prendere decisioni diverse da quelle che gli imponeva
la madre.
Diletta ricordava bene quel giorno, e il
pacchetto con la carta argentata. “Aprilo,” disse Daniele,
“sono certo che resterai stupita”. Diletta scartò con molta
curiosità l’elegante confezione con la scritta
gioielleria “Lo smeraldo” e fu effettivamente stupita
quando, tenendo fra le mani la scatola d’argento con le
inziali D D incise sul coperchio, Daniele le disse: “Te lo
manda mia madre. Mi ha chiesto espressamente di comprarti
questo regalo, ci teneva a farti sapere che è molto contenta
che da un anno nella mia vita ci sei tu, sai quanto spesso
io gliene parli, e non vede l’ora di conoscerti di persona.
Se tutto va bene, a Natale staremo tutti insieme”. La madre
di Daniele, Hanneke Vereelst, era belga e viveva ad Anversa.
Una volta in pensione, ormai vedova, era tornata nelle
Fiandre, ma negli ultimi tempi, un po’ per l’età, un po’ per
impedimenti relativi al patrimonio, non era riuscita a far
visita al figlio a Roma.
“La chiamerò subito per ringraziarla”, disse
Diletta con un sorriso di stupore per quel regalo così
prezioso e inaspettato. “No, questa settimana e la prossima
sarà a Copenhagen dalla sorella. Non mancherà occasione,
tesoro”. E le consegnò, subito dopo, il suo pacchetto: una
veretta di diamanti e zaffiri di Tiffany. Lo sbigottimento
la lasciò senza parole. Era abituata ai fiori che lui le
portava tutte le settimane, ora la scatola d’argento e anche
l’anello: era incredula e felice. Che bella famiglia, aveva
incontrato, che bello non essere più singoli e liberi, che
bel compleanno!
A volte, la domenica, Daniele portava la
pasta e i biscotti fatti in casa da Milla, la governante che
aveva servito la famiglia per quarant’anni e che viveva
ormai da sola in un piccolo appartamento che le era stato
destinato da Vittorio e Hanneke, nell’elegante palazzina
liberty dove vivevano i Monterosso. Altre volte, di ritorno
dalla Toscana, dove la famiglia aveva delle proprietà,
portava dell’ottimo vino genuino fatto e offerto dal
contadino alla famiglia, che possedeva quella terra da
generazioni.
Insomma, la vita era cambiata da quando c’era
Daniele con lei. C’era finalmente quel senso di famiglia, di
calore, di solidità, di cui sentiva, negli ultimi anni,
effettivamente la necessità.
continua
5 maggio 2009 |