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Finalmente autunno

di Aira Carrese

Quinta e ultima Parte.

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Anche se Diletta aveva deciso, da qualche settimana, che avrebbero dormito in camere separate per suoi ripetuti risvegli notturni, era importante che Fabio fosse sempre lì, con lei. Lui aveva insistito per continuare a dormire insieme, ma Diletta si era imposta: lei avrebbe potuto riposare, dopo una nottata inquieta, lui avrebbe dovuto comunque affrontare una giornata di lavoro. Per quanto ancora le sarebbe stato concesso di godere della sua bella casa, degli oggetti che aveva scelto lungo tutto il corso della sua vita?

La malattia era andata avanti, comunque. La volontà non era bastata? La tenacia non era stata sufficiente? Cosa non aveva funzionato?

La risposta l’aveva trovata, mesi dopo, riflettendo a tutta la sua vita e all’incomprensibile destino cui si era trovata, ineluttabilmente, faccia a faccia.

E questa stessa risposta, proprio quella mattina, aveva dato a Fabio, spiegandogli tutti i sui perché. Perché le persone corrette spiegano sempre le loro ragioni. E si allontanano con calma, senza strepitare. Le persone corrette ed educate, che non amano gli schiamazzi e apprezzano la compostezza del silenzio, parlano con i toni bassi e con la chiarezza necessaria.

E’ così, quindi, che stava facendo, seduta in poltrona in camera di Fabio, mentre guardava i platani fuori della finestra.

“Stai male, Fabio, posso capirlo. Chi, più di me, può capire uno stato di malessere fisico? Non puoi muoverti, sei disteso in quella posizione da due giorni, ormai. Ma non capisci. Ancora non capisci. E allora te lo spiegherò, perché devi sapere.

Tutte le volte che ho aspettato Orsetta nel suo studio, ricordi quando ti dicevo che non valeva la pena di venire a prendermi dopo la terapia, che mi avrebbe accompagnato lei dopo le visite? Bene, ho approfittato di quelle ore di attesa per studiare, per capire, per informarmi. No, non sulla mia malattia, a quello aveva già provveduto lei in maniera chiarissima ed esauriente. E poi, per me non c’era più molto da capire, ormai.

Sei stordito, intorpidito, ma lucido. So che mi capisci, quindi vado avanti”.

Non smetteva di guardare fuori della finestra, Diletta, dandogli le spalle.

“Ormai i platani dovrebbero smettere di attirare questi fastidiosissimi moscerini, è autunno. Invece … sono molto resistenti, a quanto pare, anche a temperature più basse.

Ricordi il giorno in cui dovevo portare i documenti al notaio? Quel pomeriggio,  sono rientrata a casa, e tu eri al telefono. Non ho voluto disturbarti, ti sentivo, eri sul divano e parlavi con il tuo amico Massimo. Inizialmente provai un senso di tenerezza e di piacere, nel sentire la tua voce, il calore della casa, nel trovare le luci accese e la casa che viveva; poi, mentre selezionavo i documenti da prendere, all’ingresso, mi arrivarono delle frasi che non capii, o che non volevo capire. Mi fermai, con i documenti in mano, il braccio a mezz’aria per lo stupore e per non far rumore. “A’ Massimé’”, dicevi, “te rendi conto? Stavolta ho svoltato. Quando l’ho conosciuta se capiva che stava male, ma nun potevo sapé che ch’aveva un tumore. Ch’aveva la parrucca, e poi era elegante … me sembrava solo ricca, e insomma, ce se poteva provà. Avrei svoltato comunque, capirai, ‘na ragazza certo nunn era più, e pure che faccio il fotografo, la puzza sotto ar naso te la fai passà, no? C’ho provato, me sò proposto … è annata bene. Quando m’ha detto del tumore, ho risposto che nun se vedeva, nun se capiva, che nun me n’ero accorto, che era bella uguale e che ce l’avrebbe fatta a guarì. Nun poi capì che svolta: sola, senza fratelli o sorelle, senza figli, co’ na’ casa de proprietà che lèvate, una in montagna e mo’ se n’è comprata una al mare, argenteria, gioielli, questa a chi glielo deve lascià tutto ‘sto po’ de roba? Chi l’ha aiutata, chi l’ha accompagnata, chi gliel’ha preparato il pranzo, la cena, quando stava male? Mo’ ce l’ha un compagno, no? E so’ pure un bell’omo, me potevo cercà pure una sana … ce sarà un po’ de gratitudine, no?”

Parlavi a ruota libera, con me ti sei sempre sforzato di parlare in modo pulito, ma evidentemente fingevi anche su questo, chissà che sforzo deve essere stato, per te.

Malgorzata è in ferie, lo sai, in questo periodo va a trovare la famiglia in Polonia e bisogna fare le pulizie da sé, quindi fra un po’ vado di là a sistemare, ma prima finisco di spiegarti.

Dunque, dicevo, quello che ti ha immobilizzato, Fabio, si chiama necrosi epatica massiva per encefalopatia epatica. Responsabili di questa situazione sono le sostanze tossiche che si sprigionano dalle tavolette di GET OFF e che si depositano su tutto, se l’ambiente non viene aerato. Ricordi quando abbiamo deciso di metterle in tutta casa per via degli insettini dei platani? Solo che io, poi, le ho rimosse dalla mia camera lasciandole nella tua, anzi, potenziandone l’effetto con l’inserimento di altre nelle prese nascoste. La tua camera non è stata aperta che dopo, non prima. Dopo che avevano fatto il loro lavoro, liberando sostanze tossiche nell’aria. Il bicchiere d’acqua che hai sul comodino e che hai l’abitudine di bere tutte le mattine è un concentrato di tossine, che vi si sono depositate lungo il corso della notte, giorno dopo giorno. Queste sostanze non vengono metabolizzate dal fegato e si accumulano nella circolazione e nel sistema nervoso centrale. La necrosi è un omicidio della cellula, cioè un processo passivo che la cellula subisce in seguito ad un attacco esterno; questo processo necrotico, rapido e incontrollabile, provoca reazioni bloccabili solo con agenti farmacologici, altrimenti causa danni irreversibili: stato confusionale, coma e convulsioni. L’encefalopatia epatica può condurre a coma e morte, solitamente dopo 5-7 giorni di insufficienza epatica massiva. Per salvarti, se mai fosse ancora possibile, avresti bisogno della somministrazione immediata di glucosio e plasma fresco congelato, ma nessuno te li fornirà.

Nel migliore dei casi potrai esitare in morte cerebrale, nel qual caso saresti stato almeno utile per la donazione di organi: peccato che tu non possa servire neanche a quello.

Sai, quelli che ti hanno preceduto, nella mia vita, quelli che hanno avuto importanza, erano paradossalmente delle persone di nessun valore. Bruno neanche lo ricordo più, faccio perfino fatica a ricordarne le sembianze. Nathan era un insicuro, un debole ammantato di prestigio sociale; Daniele era una persona con seri problemi mentali, ma non si vedeva, non potevo capirlo da sola; pare anche che non sia un caso isolato, ma che capiti più frequentemente di quanto non lo si immagini, un fenomeno così, magari non così grave. Non hanno nulla da pagare, questi, hanno già pagato per il fatto di essere come sono. Ma tu, Fabio, se mi sopravvivessi faresti dei danni altrove. E io non ti posso lasciare in vita. Sei il peggiore di tutti, voglio che tu ne sia ben consapevole, prima di entrare in coma. Sei immobile, ancora non hai le convulsioni, non puoi parlare, ma so che mi senti e che mi capisci.

Dirò che era una tua mania, quella delle tavolette di GET OFF, sempre che si accorgano che sono state la causa della tua morte, non sopportavi quegli insettini, e questo lo sapeva anche Malgorzata, che confermerà. A proposito, ho deciso chi saranno gli eredi: metà dei miei beni a lei, metà alla ricerca sul cancro. A me non potranno imputare nulla, io sto già tanto male … dirò che non me ne sono accorta, ero prevalentemente nella mia camera, troppo sofferente per occuparmi di qualunque altra cosa”.

Poi, guardando ancora una volta fuori della finestra, ammirata, immaginò la stagione fredda che si avvicinava, la stagione in cui la vita si ferma sotto il gelo, la stagione del buio, la sua stagione, anzi, la loro. E predisponendosi al viaggio disse ancora: “finalmente autunno …”.

Aira Carrese

12 settembre  2009

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola