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Anche se Diletta aveva deciso, da qualche
settimana, che avrebbero dormito in camere separate per suoi
ripetuti risvegli notturni, era importante che Fabio fosse
sempre lì, con lei. Lui aveva insistito per continuare a
dormire insieme, ma Diletta si era imposta: lei avrebbe
potuto riposare, dopo una nottata inquieta, lui avrebbe
dovuto comunque affrontare una giornata di lavoro. Per
quanto ancora le sarebbe stato concesso di godere della sua
bella casa, degli oggetti che aveva scelto lungo tutto il
corso della sua vita?
La malattia era andata avanti, comunque. La
volontà non era bastata? La tenacia non era stata
sufficiente? Cosa non aveva funzionato?
La risposta l’aveva trovata, mesi dopo,
riflettendo a tutta la sua vita e all’incomprensibile
destino cui si era trovata, ineluttabilmente, faccia a
faccia.
E questa stessa risposta, proprio quella
mattina, aveva dato a Fabio, spiegandogli tutti i sui
perché. Perché le persone corrette spiegano sempre le loro
ragioni. E si allontanano con calma, senza strepitare. Le
persone corrette ed educate, che non amano gli schiamazzi e
apprezzano la compostezza del silenzio, parlano con i toni
bassi e con la chiarezza necessaria.
E’ così, quindi, che stava facendo, seduta in
poltrona in camera di Fabio, mentre guardava i platani fuori
della finestra.
“Stai male, Fabio, posso capirlo. Chi, più di
me, può capire uno stato di malessere fisico? Non puoi
muoverti, sei disteso in quella posizione da due giorni,
ormai. Ma non capisci. Ancora non capisci. E allora te lo
spiegherò, perché devi sapere.
Tutte le volte che ho aspettato Orsetta nel
suo studio, ricordi quando ti dicevo che non valeva la pena
di venire a prendermi dopo la terapia, che mi avrebbe
accompagnato lei dopo le visite? Bene, ho approfittato di
quelle ore di attesa per studiare, per capire, per
informarmi. No, non sulla mia malattia, a quello aveva già
provveduto lei in maniera chiarissima ed esauriente. E poi,
per me non c’era più molto da capire, ormai.
Sei stordito, intorpidito, ma lucido. So che
mi capisci, quindi vado avanti”.
Non smetteva di guardare fuori della
finestra, Diletta, dandogli le spalle.
“Ormai i platani dovrebbero smettere di
attirare questi fastidiosissimi moscerini, è autunno. Invece
… sono molto resistenti, a quanto pare, anche a temperature
più basse.
Ricordi il giorno in cui dovevo portare i
documenti al notaio? Quel pomeriggio, sono rientrata a
casa, e tu eri al telefono. Non ho voluto disturbarti, ti
sentivo, eri sul divano e parlavi con il tuo amico Massimo.
Inizialmente provai un senso di tenerezza e di piacere, nel
sentire la tua voce, il calore della casa, nel trovare le
luci accese e la casa che viveva; poi, mentre selezionavo i
documenti da prendere, all’ingresso, mi arrivarono delle
frasi che non capii, o che non volevo capire. Mi fermai, con
i documenti in mano, il braccio a mezz’aria per lo stupore e
per non far rumore. “A’ Massimé’”, dicevi, “te rendi conto?
Stavolta ho svoltato. Quando l’ho conosciuta se capiva che
stava male, ma nun potevo sapé che ch’aveva un tumore.
Ch’aveva la parrucca, e poi era elegante … me sembrava solo
ricca, e insomma, ce se poteva provà. Avrei svoltato
comunque, capirai, ‘na ragazza certo nunn era più, e pure
che faccio il fotografo, la puzza sotto ar naso te la fai
passà, no? C’ho provato, me sò proposto … è annata bene.
Quando m’ha detto del tumore, ho risposto che nun se vedeva,
nun se capiva, che nun me n’ero accorto, che era bella
uguale e che ce l’avrebbe fatta a guarì. Nun poi capì che
svolta: sola, senza fratelli o sorelle, senza figli, co’ na’
casa de proprietà che lèvate, una in montagna e mo’ se n’è
comprata una al mare, argenteria, gioielli, questa a chi
glielo deve lascià tutto ‘sto po’ de roba? Chi l’ha aiutata,
chi l’ha accompagnata, chi gliel’ha preparato il pranzo, la
cena, quando stava male? Mo’ ce l’ha un compagno, no? E so’
pure un bell’omo, me potevo cercà pure una sana … ce sarà un
po’ de gratitudine, no?”
Parlavi a ruota libera, con me ti sei sempre
sforzato di parlare in modo pulito, ma evidentemente fingevi
anche su questo, chissà che sforzo deve essere stato, per
te.
Malgorzata è in ferie, lo sai, in questo
periodo va a trovare la famiglia in Polonia e bisogna fare
le pulizie da sé, quindi fra un po’ vado di là a sistemare,
ma prima finisco di spiegarti.
Dunque, dicevo, quello che ti ha
immobilizzato, Fabio, si chiama necrosi epatica massiva per
encefalopatia epatica. Responsabili di questa situazione
sono le sostanze tossiche che si sprigionano dalle tavolette
di GET OFF e che si depositano su tutto, se l’ambiente non
viene aerato. Ricordi quando abbiamo deciso di metterle in
tutta casa per via degli insettini dei platani? Solo che io,
poi, le ho rimosse dalla mia camera lasciandole nella tua,
anzi, potenziandone l’effetto con l’inserimento di altre
nelle prese nascoste. La tua camera non è stata aperta che
dopo, non prima. Dopo che avevano fatto il loro lavoro,
liberando sostanze tossiche nell’aria. Il bicchiere d’acqua
che hai sul comodino e che hai l’abitudine di bere tutte le
mattine è un concentrato di tossine, che vi si sono
depositate lungo il corso della notte, giorno dopo giorno.
Queste sostanze non vengono metabolizzate dal fegato e si
accumulano nella circolazione e nel sistema nervoso
centrale. La necrosi è un omicidio della cellula, cioè un
processo passivo che la cellula subisce in seguito ad un
attacco esterno; questo processo necrotico, rapido e
incontrollabile, provoca reazioni bloccabili solo con agenti
farmacologici, altrimenti causa danni irreversibili: stato
confusionale, coma e convulsioni. L’encefalopatia epatica
può condurre a coma e morte, solitamente dopo 5-7 giorni di
insufficienza epatica massiva. Per salvarti, se mai fosse
ancora possibile, avresti bisogno della somministrazione
immediata di glucosio e plasma fresco congelato, ma nessuno
te li fornirà.
Nel migliore dei casi potrai esitare in morte
cerebrale, nel qual caso saresti stato almeno utile per la
donazione di organi: peccato che tu non possa servire
neanche a quello.
Sai, quelli che ti hanno preceduto, nella mia
vita, quelli che hanno avuto importanza, erano
paradossalmente delle persone di nessun valore. Bruno
neanche lo ricordo più, faccio perfino fatica a ricordarne
le sembianze. Nathan era un insicuro, un debole ammantato di
prestigio sociale; Daniele era una persona con seri problemi
mentali, ma non si vedeva, non potevo capirlo da sola; pare
anche che non sia un caso isolato, ma che capiti più
frequentemente di quanto non lo si immagini, un fenomeno
così, magari non così grave. Non hanno nulla da pagare,
questi, hanno già pagato per il fatto di essere come sono.
Ma tu, Fabio, se mi sopravvivessi faresti dei danni altrove.
E io non ti posso lasciare in vita. Sei il peggiore di
tutti, voglio che tu ne sia ben consapevole, prima di
entrare in coma. Sei immobile, ancora non hai le
convulsioni, non puoi parlare, ma so che mi senti e che mi
capisci.
Dirò che era una tua mania, quella delle
tavolette di GET OFF, sempre che si accorgano che sono state
la causa della tua morte, non sopportavi quegli insettini, e
questo lo sapeva anche Malgorzata, che confermerà. A
proposito, ho deciso chi saranno gli eredi: metà dei miei
beni a lei, metà alla ricerca sul cancro. A me non potranno
imputare nulla, io sto già tanto male … dirò che non me ne
sono accorta, ero prevalentemente nella mia camera, troppo
sofferente per occuparmi di qualunque altra cosa”.
Poi, guardando ancora una volta fuori della
finestra, ammirata, immaginò la stagione fredda che si
avvicinava, la stagione in cui la vita si ferma sotto il
gelo, la stagione del buio, la sua stagione, anzi, la loro.
E predisponendosi al viaggio disse ancora: “finalmente
autunno …”.
Aira Carrese
12 settembre
2009 |