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Conobbi Valerio su
un divano del club. Fingevo di essere impegnata nella
lettura del notiziario mensile degli eventi per non dare
mostra del mio imbarazzo. Mi infastidiva stare lì da sola;
aspettavo che arrivasse Flaminia per riversare su di lei
secchiate di ansie, dubbi, angosce, progetti, lamentele,
confidenze, aspettative … e riceverne altrettante. Il club
era infatti il luogo dove era possibile non farsi ascoltare
attraverso le linee telefoniche e dove le conversazioni
intorno a noi fluivano indifferenti alle nostre
irraccontabilità. Flaminia tardava e Valerio cercava di
aprirsi varchi nella mia muraglia di sussiego. Faceva
domande alle quali rispondevo con parsimonia e distacco, ma
un’ora fu sufficiente al decollo di una conversazione che
contasse su due interlocutori piuttosto che su un
intervistatore e un intervistato. Gli avevo detto il mio
nome, Aroa Maria, e qualche altra informazione di carattere
generale. A quel tempo la mia relazione con Paolo durava già
da anni, cosa che mi dava la sensazione di avere delle
solide fondamenta. Nessuno mi conosceva più e meglio di
Paolo, il mio rapporto con lui era fatto di certezze, di
similitudini e di consonanze assolute.
Con Valerio ci
incontrammo di nuovo mesi dopo, stabilendo di poter prendere
un aperitivo insieme. Poi la sua partenza per l’India, la
mia per la montagna, e ancora mesi di silenzio. Lo rividi
ancora a una cena, in primavera, questa volta accompagnato
da una ragazza piuttosto vistosa, la cui presenza non gli
impedì di mostrarmi palesemente il suo interesse. Azzardammo
un: che fai quest’estate? Ma il mio timore che Paolo potesse
percepire questa nuova presenza mi frenò e risposi che sarei
andata in Catalogna per acquistare dei libri e poi sarei
ripartita per vacanze già programmate. Silenzio fino
all’autunno, quando, per caso, da un gruppo di ragazzi in
pizzeria si levò un “…Sai fare solo bla-bla-bla, Valerio, e
lei è peggio di te … gente d’azione, non c’è che dire, ah!
Ah! Ah!”. Un altro Valerio, un’altra lei che ci dormiva su.
Azione? Ma certo. Rientrata a casa, gli scrissi un sms: “Lei
lo giudica azzardato, se con me prende un gelato? Forse è un
po’ precipitoso? Aspettiamo il caldo afoso?”. Risposta
immediata: “Ma dov’è il suo contegno? La risposta è nel
disegno (segue faccina)!”. “Son col libro sul divano, ma ho
interrotto la lettura; con il cellulare in mano son partita
in congettura. Bando dunque al serio impegno e rimiro il tuo
disegno”. “Quando in rima mi hai risposto, l’interesse è men
nascosto …”
Il giorno dopo,
partenza per un viaggio di lavoro. Dalla mia camera
d’albergo, rispondo: “Certamente, amico mio, devo ammettere
che io, grazie al medio e al lungo raggio, cedo a guizzi di
coraggio”. “O pulzella ottocentesca, mi stai tu tirando
l’esca?”. “Cavalier, non ti nascondo, che, benché non sia
profondo (allo stadio attuale), l’interesse non è male!”.
Appena concluso il messaggio, mi squilla il cellulare in
mano. Sobbalzo. Paolo: “ciao, amore, come va? Vengo a
prenderti venerdì in aeroporto, ok? Mi manchi.” Anche tu.
Sì, sì … grazie, ci vediamo venerdì, ci sentiamo domani”.
Altro squillo. Valerio. Conversazione. Conversazione! Dopo
mesi! Lunga conversazione. Riattacco. Scrivo, invio: “Che
piacere ha suscitato il tuo squillo inaspettato! Un dì è
stato, non so come, che di te ho amato il nome. Poi, in un
tempo assai veloce, mi è gradita anche la voce”. E ancora,
più tardi: “Sono ormai quasi le due, ma rimani sulle tue.
Che mi accade? Sono presa da questa nascente intesa. Tu, di
certo, sei sapiente … mi conquisti con la mente …”.
Mesi. Ancora mesi
di sms e conversazioni telefoniche. Inviti a uscire. Rifiuti
ripetuti, per paura. Paura di perdere Paolo, di fare un
gioco sbagliato. Intanto con Paolo tutto andava
incredibilmente a gonfie vele. Paolo. Un mondo di certezze.
Valerio. Un’incognita. Paolo, l’uomo da sposare. L’uomo che
sarebbe diventato mio marito. Valerio, un mistero da
scoprire, un mistero di cui non fidarsi, nessuna certezza.
Ho in mano la
rivista mensile del club. Valerio ed io siamo, con altre
persone, nella stessa fotografia. Tìn!Tìn! Sms: “Ironia del
destino, anche in foto son vicino! E qualcosa vorrà dire,
scusa tanto per l’ardire!” . Rispondo: “Se ad agire è stato
il fato, uomo mio desiderato, con coazione arbitraria
simulando azion bonaria, noi dobbiamo assecondarlo: nella
mente ho come un tarlo!” . Gli argini sono ormai rotti. La
paura che Paolo scopra tutto cresce, mi attanaglia, ma non
posso più tornare indietro. Realizzo che sono dipendente da
questa relazione “cellulare”. Tìn! Tìn! E Paolo: “Ma chi è
che ti scrive in continuazione?” “E’ … FFlaminia, mi fa il
resoconto quotidiano delle gaffes della sua collega … una
dopo l’altra!”
Silenzio per una
settimana. Scrivo, questa volta, non so perché, in inglese:”
Sooner or later we will be together to spend a nice time, so
we stop with this rhyme! Don’t be in a hurry, it’s better to
tarry! What do you think (and I tip you a wink)?” Segue
silenzio. Impaziente, invio: “Ehi, Valerio, uomo ambito,
come vedi sei sparito. Quattro versi in inglese e ti eclissi
per un mese. Devo dire, niente male, questa storia virtuale!
Son curiosa, caro Vale, di saper se c’è un finale!” , e dopo
qualche ora: “Ho riscontro, ora spesso, che con te non ho
successo. Con l’inglese, questo è certo, il silenzio del
deserto. Se ti scrivo in spagnolo, tu decidi di star solo,
se ti scrivo in tedesco, non comprendi, ed è grottesco. Ma
se uso il swahili, c’è speranza che mi fili?”. Tìn! Tìn!
Finalmente! “Il finale, mia signora, non sarà già una
sorpresa, la mi dica, fin da ora, se Lei vuol o resta offesa
…Con l’inglese, cara mia, non andrem molto lontano, mentre
invece, in sintonia, ci ameremo in italiano …” . E’ frenesia
pura, rispondo subito: “Io non posso essere offesa, se c’è
preventiva intesa. Prima c’è la conoscenza, suggerisce la
sequenza! Se sai agir con ironia, tu conquisti Aroa Maria.
Ci ameremo in italiano? Bene, quando cominciamo?” Tìn! Tìn!
“Cominciare presto e bene, questo è quel che ci conviene.
Se, però, tra i vari impegni, tu non dai dei chiari segni,
nel trambusto e lo schiamazzo non combineremo un …. E
sarebbe assai penosa, triste e vile, questa cosa,! Pensa,
invece dell’amore, ci scriviam per ore e ore … “ “Ceneremo
insieme presto, nella testa ho un gran dissesto …, ma fra
vino ed insalate, ci facciamo due risate?”. Tìn! Tìn!”Due
risate, tu mi dici, e sia pur, da buoni amici! Ma giammai
che accada a letto, dove, invece del diletto, finirem, tra
le lenzuola, a far casino come a scuola …”
E Paolo: “Ma … non
potrebbe telefonarti, Flaminia, e in un’unica soluzione
raccontarti tutto?” “No … non se le ricorda tutte, le gaffes,
me le scrive in diretta, man mano che l’altra le dice…” Vado
in bagno e rispondo: “Siamo seri e rigorosi quando siamo
dentro il letto, e saremo gai e scherzosi se siam fuori dal
suddetto. Normativa stabilita, diamo inizio alla partita? E
domani, chiedo allora, ci vediamo per un’ora?” Metto il
silenzioso, ma è peggio. Ogni cinque minuti controllo,
furtivamente, e la cosa è vistosissima. Se il cellulare
finisce nelle mani di Paolo, è un disastro, un terremoto,
una devastazione, una tragedia! Eccolo, c’è un sms: “Anche
se un po’ lentamente, siamo giunti finalmente ad accordi
definiti, però non tutti chiariti. Chiedo a te
provvedimenti, ma che siano tempestivi, certi impulsi,
altrimenti, mi diventano ossessivi!”
CI SIAMO VISTI. E’
un anno esatto da quando ci siamo conosciuti! Roba da Medio
Evo! Abbiamo preso insieme un succo di mirtillo, Un’ora.
Un’ora insieme, Paolo neutralizzato, sono fuori pericolo.
Non si fa. Ma mi piace. Ho la pelle d’oca e se n’è accorto.
Torno a casa e scrivo: “Sei un uomo attraente, anche al
tatto lo si sente … Quando vuoi fammi uno squillo per un
succo di mirtillo: a distanza direi poca, per riaver la
pelle d’oca …”
Venerdì sera, a
cena dai genitori di Paolo, c’è anche Flaminia, che mi
lascia sbalordita per la sua bravura. Che attrice! Sgrano
gli occhi. Sta raccontando di quali gaffes è capace la sua
collega, ED HA UN UFFICIO DA SOLA! Si vede che si è calata
nella parte e il gioco piace anche a lei, ancorché semplice
comparsa. Paolo mi versa il vino, la bottiglia urta il
bicchiere di Flaminia, mi alzo per cercare di acciuffarlo,
inciampo nella borsa, il cui contenuto si riversa sul
parquet di rovere… chiaro … sul quale si stagliano, ben
definite, le parole, scure, degli sms che fuoriescono, uno
ad uno dalla sezione MESSAGGI del telefono. Sotto i miei
occhi ci sono un paio di “letto” e “amore”, e forse non solo
sotto i miei. Mentre raccolgo, con la fronte sudata, pezzi
di “lenzuola” e “casino”, sento un’ondata gelida sulla
schiena: paura? No: la torta gelato che, partita da
Flaminia, ha investito Paolo e ha giustamente raggiunto
anche me: a ciascuno il suo, Leonardo Sciascia, sono
confusa. Vino e gelato si mescolano sul rovere, dove ormai
la frase “uomo mio desiderato” giace sotto una coltre di
Chianti rosso e cioccolato.
Quando ci ripenso,
dopo anni, ho di nuovo la pelle d’oca. Abbiamo sfiorato la
tragedia, che figura, avrei fatto, anche con i genitori di
Paolo! Cara, cara Flaminia, che non ha esitato a fingere di
inciampare in un’intera cena pur di salvarmi! L’amicizia ha
un valore superiore a ogni altra relazione umana. Non c’è
dubbio. Penso a queste cose mentre cambio il pannolino a
Guglielmo. Mi accorgo che sono finiti, e grido, dal piano
superiore: “Amore, li hai comprati tu i pannolini? Qui sono
finiti!” E Valerio, da sotto, a ritmo di musica: “Ci ho
pensato io, tranquilla, dopo te li porto su, biberon con
camomilla, quand’è che venite giù? Cena pronta e DVD, versa
il vino, please, Flamì!”
Aira Carrese
25 gennaio 2009 |