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Ad ottobre Denisa ebbe una bambina, Isabella. Mario fu
dimesso dall’ospedale quando sua figlia aveva sei mesi, fu
la prima volta che la vide e, commosso, con i pochi
movimenti che poteva fare, allungò una mano incerta versa la
testa della bambina. La accarezzò dolcemente con le lacrime
agli occhi mormorando incredulo “I-sa-bella”, con le poche
sillabe che riusciva a formulare. La sua grave invalidità
non gli consentiva di lavorare, quindi Denisa dovette
riprendere il lavoro molto presto presso la ditta di pulizie
che l’aveva assunta poco prima della maternità, e che
l’aveva attesa con affetto dopo il dramma che l’aveva
colpita. Con quello stipendio e con la pensione di Mario
riuscivano a vivere dignitosamente. La loro grande famiglia
era sempre intorno a loro, solidale e collaborativa, ma
erano spesso Tommaso e Ricky, a turno, ad occuparsi della
bambina, nel tempo libero, indicandola come “mia nipote”, e
lasciando gli altri perplessi sulle parentele e le
mescolanze etniche e culturali, che sono a volte
evidentemente possibili; così si dicevano tutti quelli che
li incontravano ai giardini o nei negozi. Un giorno, mentre
era alla fermata dell’autobus per recarsi al lavoro, Denisa
si sentì chiamare. Si voltò e sorrise.
“Marco!” esclamò. “Sei tornato! Non ti ho più visto!”.
“Sono uscito un mese fa dal carcere di Rebibbia, Denisa”.
Si raccontarono gli ultimi mesi, con tutto quello che era
accaduto. Lei gli disse che era nata una bambina, che
l’aveva chiamata Isabella per quell’incontro speciale che
aveva fatto durante il ricovero di Mario. Lui ora stava
meglio, anche se dalla sua malattia nessuno guarisce. Marco
le raccontò che ora avrebbe ripreso l’autobus tutte le
mattine perché aveva trovato un lavoro. Grazie a un corso di
fotografia che aveva frequentato in carcere, aveva potuto
aspirare a un lavoro vero e chiudere con il passato. Questo
suo nuovo corso lo doveva a Luciano, un uomo straordinario
che aveva perso l’unico figlio in un incidente
motociclistico e che, nonostante il dramma che lo aveva
colpito, si era dedicato con affetto e competenza ad
insegnare ai giovani detenuti le tecniche di quella che per
lui era una passione, ma che poteva costituire un mestiere
interessante e remunerativo per alcuni di loro. Se avesse
avuto un figlio maschio, in futuro, lo avrebbe chiamato
Fabrizio, come il figlio di Luciano.
Tutto questo, Denisa lo raccontò, anni dopo, ai suoi figli,
Isabella e Antonio, ai quali, la sera prima di dormire,
raccontava anche di quei maghi in camice colorato, a volte
verde, a volte blu, con le scarpe di gomma leggera anch’esse
colorate, a volte rosse, a volte arancioni, che hanno una
bacchetta magica che si chiama bisturi e che solo loro sanno
usare. Fanno nascere i bambini, ci riportano a casa pian
piano le persone che amiamo, a volte sono costrette a
lasciare andar via qualcuno, sconfitti nella loro quotidiana
sfida per la vita.
***
“Mamma , io sono nata a Vancouver, vero?”, chiese, parlando
in russo, Uwambay Ludmilla Antonia Olisadebe. “Sì”, rispose
la madre. “Quindi sono canadese, giusto? Horochò?”.
“Sì, papà e io siamo arrivati qui quando lui aveva
trent’anni e io trentatré, prima che tu nascessi”. ”Ma ho un
nome che viene dall’Africa, uno dalla Russia e uno
dall’Italia. L’ultimo è un nome dell’antica Roma, vero?”.
“Sì, ma non è per questo che papà e io lo abbiamo pensato
per te, Uwambay”, rispose Irina. “Papà è nigeriano, io sono
russa, ci siamo incontrati in Italia, a Roma, è vero, ma non
è il motivo per il quale abbiamo aggiunto questo nome.
Antonia viene dal fatto che all’ospedale sant’Antonio, come
in tutti gli altri ospedali del mondo, ci sono dei maghi in
camice colorato, a volte verde, a volte blu, con le scarpe
di gomma leggera anch’esse colorate, a volte rosse, a volte
arancioni, come la tua mamma, che hanno una bacchetta magica
che si chiama bisturi e che solo loro sanno usare. Come me
fanno nascere i bambini, ci riportano a casa pian piano le
persone che amiamo, e a volte sono costrette a lasciare
andar via qualcuno, sconfitti nella loro quotidiana sfida
per la vita. Papà è stato curato lì, da un bravissimo mago
medico che si chiama Antonio.”. “Ma tu sei una maga?”. “Ci
provo, ma mi hanno assunta al ‘Mother Theresa Calcutta
Hospital’ come mago chirurgo solo da due anni; papà,
piuttosto, in magia è più bravo di me. Quel ponte che sembra
la Tour Eiffel, verso il porto, l’ha disegnato anche lui,
con altri maghi prima che fosse costruito; ed ora è lì, e
noi ci passiamo sopra”. “Da …; Pravda, Mama”.
***
In un libro della nonna paterna, Cecilia aveva trovato un
segnalibro con l’immagine di un santo. ”Nonna”, chiese “Chi
è questo santo?”. “Sant’Antonio di Padova, tesoro”. “Ah, è
per questo allora che io mi chiamo Cecilia Antonia, perché
io sono romana e Sant’Antonio era veneto, come mamma e papà.
Giusto, zio Lorenzo?”. E Lorenzo le spiegò innanzitutto che
lei era una bambina fortunata e speciale perché aveva ben
tre nonne, due papà, Emanuele e Pietro, e poi era entrato in
famiglia anche zio Lorenzo. Per giunta tra un po’ sarebbe
arrivato anche un fratellino. E ricordando i tempi della
rianimazione, le raccontò la storia dei maghi che girano per
gli ospedali, come altri avevano fatto con Uwambay Olisadebe
ed Isabella e Antonio Paul Stoica, i figli di Denisa e
Mario.
***
Ricky aveva appena messo giù il telefono. Tommaso lo aveva
chiamato dalla Spagna, era allegro e in buona compagnia; era
la prima vacanza dopo tanto tempo. Anche quelle brutte
cicatrici si erano sbiadite ed era tornato perfino bello.
Era emozionato. Tutto il bello che aveva dentro o che gli
capitava lo raccontava a lui. Credeva di dovergli tutto, e
pensava che Ricky aspettasse notizie, ora che Isabella non
c’era più.
“Bene”, disse Ricky ad alta voce seduto nell’ufficio del
reparto rianimazione, “Missione compiuta. Il ragazzo sta
bene, ormai”. Si alzò, sistemò alcune cartelle, impilandole
ordinatamente, rimise a posto le penne nel cassetto, accostò
la sedia alla scrivania e spostò i tre flaconi di ‘Ipnoral’,
‘Remorfin’ e ‘Opiazem’ verso la sua borsa. Si guardò
intorno, poi diede un’occhiata al di là del vetro, dove
c’erano i letti con i macchinari alle spalle, e poi ancora
la vetrata dalla quale le famiglie potevano guardare i
propri congiunti, per un’ora al giorno. Nessun collega in
vista, tutti occupati con i pazienti, due in sala mensa.
Mise i tre flaconi nella borsa. “Quanti morti, qui dentro...
Inevitabili. Quasi… Ma qualcosa hai fatto. Puoi andare,
Ricky, qui non servi. E neanche puoi vivere con questo peso.
La morte fa parte della vita, ma a volte il suo peso è
insostenibile e bisogna far qualcosa.”. L’ultimo pensiero fu
per Fabrizio, ma anche per Martina, che aveva sofferto senza
sapere. No, così non poteva continuare, non ce la faceva
proprio a tenersi tutto dentro. “Tenebrae factae sunt…”
disse, e si avviò, con i tre flaconi in borsa. Arrivato alla
porta dell’anticamera, si fermò, come se avesse dimenticato
qualcosa, si voltò e guardò dietro di sé, rivide il letto
che era stato di Tommaso. Tommaso, che ora rideva, felice in
Spagna con la sua ragazza. Tommaso che non poteva
condividere con Isabella questa felicità. E aveva chiamato
lui, dalla Spagna. E chi altri, del resto? Quante cose
ancora gli sarebbero accadute, a lui, così giovane? Al
rientro avrebbe trovato ad attenderlo all’aeroporto i suoi
vicini di casa, che non avevano figli e gli volevano bene.
Avrebbe sofferto, sì, ma non troppo. Rimase immobile per un
minuto, solo un impercettibile movimento della mano faceva
pressione sulla borsa. Le dita scorrevano su e giù tastando
i tre contenitori cilindrici. Il telefono si mise a
squillare. Gli altri erano troppo occupati, tornò indietro
per rispondere. Dopo un attimo di silenzio, una voce
femminile, allegra, in un italiano perfetto, senza alcuna
inflessione, esplose in un caldo: “Ciaooo! Chi è? Sei Ricky?
Speravo proprio di trovarti in servizio. Qui a Vancouver
tutto BE-NIS-SI-MO! A parte un po’ di nostalgia per il verso
dei gabbiani in volo sull’Isola Tiberina al tramonto…
Abbiamo cambiato casa, questa è più spaziosa, c’è anche una
camera per gli ospiti. E sei già famoso fra gli amici
canadesi. Il miglior infermiere d’Italia! Prenditi tutto il
tempo necessario ad organizzarti, certo, ma insomma, poi
DEVI venire a trovarci!”. Guardò verso la finestra, il tempo
era cambiato, c’era più luce. Ringraziò, salutò, commosso,
quella voce gaia e amica. Quindi estrasse i flaconi, li
guardò tenendoli nel palmo della mano, poi li depositò nel
contenitore per le sostanze chimiche e si avviò, deciso e
finalmente in pace, verso il vicino commissariato. Si
sarebbe preso tutto il tempo che avrebbero ritenuto
necessario, certo, e poi sarebbe andato a trovarli a
Vancouver.
Aira Carrese
7 aprile
2010
fine
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