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I motivi che canticchio durano giorni. Poi
cambio. In quei giorni, ricordo che mentre riempivo
scatoloni per l’imminente trasloco, canticchiavo, a fasi
alterne, il motivo di un valzer di Kabalewsky e, più
solennemente, rifacendomi alla voce di Alice, “Après un rêve”,
di Fauré. La mia voce non era certo quella importante e
possente di Alice, ma, in compenso, mi prendevo la rivincita
correggendo tutti i suoi errori di pronuncia in francese.
Mi era capitato in mano un vecchio libro su
Algeri e avevo cominciato a sfogliarlo per guardare le
fotografie. Non ricordavo di averlo, era dei miei genitori e
probabilmente, nei precedenti traslochi dovevo averlo
impacchettato con minore attenzione. Algeri, la mente era
andata a Camus, “Lo straniero”. Algeri, il caldo
insopportabile, il sudore, la noia. Lo stesso caldo che si
avverte sulla propria pelle nell’Algeria di “Le parole per
dirlo”, di Marie Cardinal. Lo squillo del telefono mi
trascinò improvvisamente via da Algeri, in un fresco ottobre
romano. “Olivia?”, chiese la voce allegra e squillante di
Alessandro. “Allora siamo d’accordo, sono da te alle 20.00,
porto io la pizza e il vino e ti aiuto a preparare un po’ di
scatoloni”. Impagabile, Alessandro, non ci potevo credere.
Sempre disponibile, pronto ad aiutarmi, anche senza che
glielo chiedessi. Inizialmente ero stata un po’ sospettosa,
trovando spesso quest’uomo, con sua moglie, miei coetanei,
in casa dei miei genitori. Che ci faceva, così assiduamente,
una coppia tanto più giovane a cena dai miei? Non si
annoiavano, con due persone attempate? Di che cosa
parlavano, a tavola? Intervistando mia madre, la risposta
era stata: “tuo padre è un uomo generoso. Alessandro è stato
aiutato da papà a farsi strada in redazione, tu sai bene che
lì è impossibile farsi valere senza una guida adeguata ed
esperta”. In effetti, un posto presso la redazione di
“Economia e Società” era oro. Ma riuscire a imparare e a
crescere erano diamanti. Impossibile, da soli. Sì, vabbè, mi
ero detta, l’aiuto, il sostegno, l’insegnamento, ma ci sono
pur sempre trent’anni di differenza! Ogni volta che passavo
dai miei ci trovavo Alessandro e Chiara, a cena da due
dell’età dei loro genitori, avrei voluto diventare
invisibile per una sera per ascoltare quali fossero gli
argomenti. La mamma, certo, era una persona piacevole,
simpatica, e papà un uomo di cultura. Ma bastava? Che vita
facevano, Alessandro e Chiara, quando non erano dai miei?
Alle 20.00, puntuale, Alessandro citofonò.
Buona, la pizza calda consumata nei cartoni con la birra
fredda appoggiata sugli scatoloni. Sono cene da sogno,
quelle consumate con le lampadine penzoloni, specchi e
quadri appoggiati al pavimento e risate a catena. Alle 23.30
avevamo preparato ben 15 imballi, tutti rigorosamente
registrati e contrassegnati, lista e pennarello alla mano.
Chiara aveva telefonato scherzando sull’opportunità di
serate libere per lei che questo trasloco comportava. In
realtà aveva dei compiti da correggere e non poteva essere
d’aiuto. Il liceo Aristofane si fregiava anche della
puntualità, precisione e senso del dovere di insegnanti
come lei. Anche per questo si era fatto un nome, e lei ci
teneva molto a contribuire a tenerlo alto. In realtà Chiara
aveva sempre altro da fare, quando Alessandro, per un motivo
o un altro, passava da me, ora per un problema al computer,
ora per un guasto alla caldaia. Ma perché lui era sempre
così disponibile? Perché ero la figlia di Andrea Malkowskji,
che lo aveva aiutato a “farsi le ossa” in redazione? No, non
poteva essere solo per questo. Gli piacevo, ma non osava
dirmelo per via di Chiara e per papà? Era sicuramente,
questa, una situazione abbastanza ambigua. Con me era
affettuoso e addirittura protettivo, ma non aveva mai
accennato neanche lontanamente a un approccio che non fosse
quello dell’amicizia incondizionata.
Il giorno dopo chiesi a mia madre qualcosa in
più sui due assidui quanto misteriosi ospiti di casa sua, e
notai, ben dissimulato, un lieve imbarazzo, subito
controllato e riposto in remote aree di riservatezza
assoluta. La mamma era ermetica, fermissima nel suo silenzio
sull’argomento ed abilissima nel glissare verso fatti
contingenti ed improcrastinabili. Un lampo mi attraversò la
mente: che Alessandro fosse un figlio illegittimo di papà,
poi (non saprei come e perché) accettato da mia madre?
Dunque la sua tenerezza, il suo affetto, non sarebbero stati
dettati dall’attrazione ma da sentimenti fraterni? E
dov’era, chi era sua madre? Una persona di servizio? Non
c’era più? Era morta? Perché nessuno ne parlava? Il pensiero
era così sconvolgente che non ce la facevo a parlarne con
Ariella, non volevo che mia sorella mi giudicasse male o che
mi dicesse che correvo troppo con la fantasia. Ma
inevitabilmente, tutte le volte che c’era Alessandro (quasi
sempre) a casa dei miei o a casa mia, avvertivo fortemente
un’atmosfera di famiglia. FAMIGLIA, come non si sentiva
prima. Perché?
Il sabato successivo iniziai il lavoro di
buon’ora. Non avrei mai finito per la data concordata, se
non avessi programmato tutto nel minimo dettaglio: quante
scatole al giorno, quante fragili e quante di libri o di
tessile (che temevano l’umidità) da destinare a depositi
diversi. Una rapida colazione e via: narrativa italiana
dell’800, narrativa anglosassone del ‘900, saggistica
suddivisa in: filosofia, storia, politica, psicologia
sociale, sociologia, sociolinguistica. Dizionari:
catalano/castigliano, italiano/finlandese, italiano/ebraico,
tedesco monolingua, e via, a riempire scatole poi
insollevabili se non ricorrendo all’amico culturista. CD:
classica, rock, colonne sonore. Il pianoforte di Kabalevsky
continuava a suonare insistentemente nella mia scatola
cranica, dove immagini di agili mani sulla tastiera
scorrevano insieme alla musica. Citofono. Ero in cima alla
scala. Uff! Per scendere precipitosamente urtai una pila di
libri che a sua volta fece cadere una scatola di legno.
Signora Malkovskji? Il postino con una raccomandata. Lo
studio legale Marsi di Firenze. Ah, bene, almeno una buona
notizia. Non ero più tenuta a presentarmi in tribunale, come
mi era stato comunicato in una precedente lettera, in quanto
non facente parte degli eredi. Bene, un’incombenza in meno,
in un momento tumultuoso come questo. Ripresi quindi
mentalmente il brano del compositore russo con più
leggerezza e giù libri nel cartone. Nel momento in cui
sollevai l’aletta di cartone dell’ennesima scatola per
chiuderla, vidi la scatola di legno intarsiato che era
caduta poco prima sul pavimento. Si era danneggiata,
peccato, era di manifattura pregiata, forse antica. Me
l’aveva data papà qualche anno prima, insieme ad altri
oggetti, quando aveva ristrutturato casa sua, chiedendomi di
tenerla per un po’, giusto il tempo dei lavori, poi
l’avrebbe ripresa. Era chiusa, non so cosa ci tenesse.
Fotografie, probabilmente. L’avevo messa sulla libreria come
fermalibri, poi ce ne eravamo entrambi dimenticati, sia lui
che io. Ariella dice che ci assomigliamo, papà ed io, non
solo fisicamente, ma anche di testa: razionali,
perfezionisti, organizzati, attenti al particolare, sicuri,
tenaci, ma distratti. Ariella invece è lo charme fatto
persona: è elegante perfino nel sorriso. Un solo dettaglio
di lei, ed è subito fascino, riuscirebbe ad avere classe
anche se dicesse una sfilza di parolacce. Bella, forte e
attenta a tutto, sorridente e con una chioma da pubblicità.
Ariella Malkowsji, perfino la famiglia s’inchinava.
Io non sapevo nascondere il mio disappunto
davanti a persone volgari o dal comportamento non consono
alla situazione, mi si leggeva subito in viso la
riprovazione, se non l’esplicita condanna. Facevo
evidentemente le facce, ora del distacco, ora dell’antipatia
e della presa di distanza, ora addirittura del disgusto e
dell’irritazione. Mia sorella, invece, era una vera
principessa: riusciva a sorridere sempre, anche in
situazioni in cui si sarebbe allontanata volentieri e
subito. Continuava ad essere gentile e a mantenere basso il
tono della voce, anche nelle situazioni più sgradevoli e
imbarazzanti.
Poi magari commentavamo, ridendo e qualche
volta facendo battute taglienti; in fondo eravamo Malkowskji,
e se i Romanov non fossero stati sterminati, oggi ci saremmo
chiamate, in patria, Olivia e Ariella Andreevna Malkowskaja.
C’era perfino una fotografia della famiglia Romanov, in casa
di Ariella, e di tanto in tanto ci dicevamo che saremmo
andate a Ekaterinburg, in Siberia, a visitarne la tomba,
eretta solo dopo la caduta del regime sovietico. Le loro
spoglie erano state infatti tenute nascoste per decenni e
nessuno poteva parlarne, vigeva il divieto assoluto di
pronunciare anche solo i nomi di Nicola II, della zarina
Alessandra, e dei loro sfortunati figli. Insomma, a volte
ci sentivamo un po’ aristocratiche (per via degli avi
paterni), a volte, invece prevaleva la parte “popolare”
ereditata dalla mamma, che aveva un comportamento elegante
sì, ma semplice, privo delle nostre sovrastrutture,
acquisite più per astuta consapevolezza che per diritto.
Presi la scatola di legno per fare un
inventario dei danni e mi accorsi che la serratura si era
rotta. Per terra c’erano dei fogli e delle fotografie. Le
raccolsi, ma inevitabilmente le guardai: papà da giovane con
nonno Leopoldo e nonna Fiorenza, papà in montagna con gli
sci di legno, la nonna, elegantissima, con guanti e cappello
… e lettere. Ne presi una, non volendo. “Caro Andrea, non
sai quanto sia importante, per me, che tu ci sia, nella mia
vita”. La testa era un vortice. Papà ed Alessandro amanti?
Omosessuali? Feci un respiro profondo ed andai avanti:
“Quando sono nato tu eri già un adulto, ma tra due fratelli
la differenza di età non ha alcun significato. Il
significato e la ricchezza stanno nel fatto di avere
fratelli o sorelle, di sapere che c’è qualcun altro che ci
ama e ci amerà di un amore totale e senza condizioni anche
quando i genitori saranno scomparsi. Certo, abbiamo cognomi
diversi, tu porti il prestigioso cognome di Leopoldo
Malkowskji, il figlio di Dimitri Malkowskji, che fu
costretto a scappare da Odessa sotto la rivoluzione, ma non
sapremo mai se Leopoldo sapesse che tu, in realtà, eri
figlio di sua moglie e di Pierfrancesco Carli, mio padre. Tu
non hai potuto condividere con me il padre e il cognome, io
non ho avuto il privilegio di un’infanzia con mio fratello.
Ma lo siamo, fratelli, comunque, e io ti devo tutto quello
che, solitamente, un fratello minore deve al maggiore. E
anche di più. E’ grazie a te se ho potuto completare i miei
studi alla “London School of Economics” prima, e quelli di
giornalismo poi, è grazie sempre a te se ho potuto ambire a
un posto nella redazione di “Economia e Società”. Non
bastasse, in redazione mi hai spianato la strada, irta di
chiodi, cunicoli e trappole, e affollata di rettili pronti a
schizzar veleno per impedirmi di imparare. E’ ancora grazie
a te, se oggi, quando sono a casa tua, con te e con Serena
mi sento in famiglia. Chiara non sa, non capirebbe. Deve
essere stato difficile, per tua madre, a quei tempi, avere
una relazione da sposata, accorgersi di essere in attesa di
un bambino e tenere tutto per sé, senza poterne parlare. E
deve essere stata una enorme rinuncia non poter condividere
con papà questa attesa. Tu, ufficialmente, eri il figlio
dell’aristocratico Leopoldo Malkowskji, sarebbe stato
impensabile distruggere la reputazione del “tuo” casato.
Saresti stato più semplicemente Andrea Carli, ma non si
poteva. Il contesto sociale e familiare ci accoglie, ci
protegge, ci tutela, ma ci imprigiona, ci imbriglia, ci
stritola.
Anche papà deve aver sofferto di non poterti
stare vicino mentre crescevi, chissà quanto avrebbe voluto
vederti camminare e poi parlare, esprimerti, fare le tue
scelte. Avrebbe voluto forse raccontarti la storia della
nostra famiglia, dei tuoi nonni italiani, ma ha dovuto
accettare di rimanere al proprio posto, in silenzio,
nascosto. Tua madre ha dovuto fare altrettanto, è
coraggiosamente rimasta nel proprio, mentre avrebbe voluto
urlare i propri sentimenti e le proprie necessità. Il tempo,
si sa, “is a fool scattering dust”, e, molti anni dopo, papà
si è sposato con mia madre, che era molto più giovane di
lui. E così, il mondo intorno a noi ignaro di tutto, sono
nato io, tuo fratello, quando tu eri ormai un adulto e
credevi di essere un figlio unico. Tale sei cresciuto,
Andrea, e chissà se tuo padre Malkowskji, ignorandolo, ti ha
amato come fossi figlio suo o, se, mentalità rovinosa,
sapendolo, ti ha cresciuto con affettuoso distacco. Sta di
fatto che tu hai amato tua madre di un amore pieno e devoto,
è di lei che ti ho sempre sentito parlare, avrà un
significato?
Provo un profondo affetto per Chiara, ma
anche il nostro non è stato un matrimonio, ma piuttosto una
tranquilla passeggiata fra amici. Abbiamo basato la nostra
unione su rapporti di amicizia, correttezza e reciproco
rispetto, senza tuttavia provare una vera e propria
attrazione reciproca e senza che la tenerezza lasciasse mai
il posto al fuoco, alla passione, a quella sana perdita di
equilibrio che l’amore, solo lui, regala.
Non abbiamo avuto figli, ma per me le tue
figlie saranno per tutta la mia vita figlie e sorelle. Sono
uno zio che appartiene alla loro stessa generazione, abbiamo
molto in comune, non solo un legame familiare. Devi sapere,
Andrea, che quando tu e Serena non ci sarete più, per loro
ci sarò sempre io, finché avrò vita. E’ questo che volevo
dirti. Ti voglio bene. Alessandro”.
[continua,
seconda parte il 6 marzo 2009]
Aira Carrese
26 febbraio 2009
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